E-commerce, la Cassazione: obblighi fiscali e reato tributario

Il caso in commento suscita interesse perché offre lo spunto per chiarire due questioni tutt’altro che irrilevanti, in materia di e-commerce e relativa tassazione.

Il fatto stesso che una attività economica si svolga interamente sulla rete non può esonerare il titolare dall’adempiere agli obblighi tributari previsti dalla legge, né tanto meno l’uso della tecnologia può fungere da “schermo” per aggirare la normativa tributaria.

Il caso in questione, pone sin da subito, due argomenti in evidenza.

Il primo ha rilevanza pressoché concettuale: si tratta di capire se la locuzione contenuta nel comma 1 lett. a) del D.Lgs. n. 74/2000, art. 4. “l’imposta evasa è superiore, con riferimento a talune delle singole imposte, a € centocinquantamila” debba essere intesa nel senso che il reato si perfeziona solo in caso di superamento della soglia, in relazione all’ammontare di una sola imposta.

Il secondo, invece, richiede uno sforzo meno ermeneutico ma di carattere per lo più sostanziale: si tratta di individuare il regime di tassazione applicabile alle attività di e-commerce.

E-commerce: definizione e tassazione

«L’e-commerce consiste nello svolgimento di attività commerciali e di transazioni per via elettronica e comprende diverse attività: quali la commercializzazione per via elettronica di beni e servizi, la distribuzione online di contenuti digitali, l’effettuazione per via elettronica di operazioni finanziarie e di borsa, nonché gli appalti per via elettronica e altre procedure di tipo transattivo della Pubblica Amministrazione» (definizione contenuta nella comunicazione della commissione UE 97/157).

La differenza sostanziale rispetto al commercio tradizionale è contenuta proprio nella locuzione “per via elettronica”.

Peraltro, quando si parla di commercio elettronico non ci si può sottrarre dal fare considerazioni che attengono alla dimensione transazionale.

Ora, la regola generale prevista nel nostro ordinamento è che un soggetto non residente è sottoposto a tassazione nello stato ove vengono prodotti i redditi tramite la propria attività; ciò accade solo nel caso in cui quest’ultima si identifichi con una “stabile organizzazione”.

Per quel che qui interessa, il principale nodo da sciogliere è il seguente: può un server essere considerato la base di una stabile organizzazione? E ancora, può essere lo stesso server un punto “fisso” idoneo a giustificare l’imposizione fiscale?

Certo, è stato notato come i siti web, essendo tecnicamente dei software mal si conciliano con il concetto di “stabile organizzazione”.

Dall’altra parte, quando si parla di commercio elettronico o e-commerce si è soliti riferirsi a due differenti tipologie di commercio: il commercio indiretto e il commercio diretto.

Nel primo, vi rientrano tutte quelle operazioni che si concludono in via telematica, diversamente dalla consegna che (come è ovvio) avverrà secondo i metodi tradizionali.

In questo caso, la vendita del bene è ricondotta alla categoria delle vendite per corrispondenza.

Diverso è il caso del commercio elettronico cosiddetto diretto. In esso vanno ricompresi tutti quei casi in cui l’intera operazione (dalla fase dell’acquisto al consumo del bene) si esaurisce sulla rete.

Si pensi alle ipotesi di acquisto/vendita di musica, film, immagini, corsi, software e simili.

L’economia tecnologica e le imprese digitali

Le nuove tecnologie hanno rivoluzionato anche il modo di fare impresa. Gli effetti dell’era della digitalizzazione hanno avuto ricadute per nulla trascurabili, anche e soprattutto, nel settore del commercio e dei servizi.

Dal lato delle imprese le nuove tecnologie hanno incrementato la possibilità di “migliorare” la produzione, di conoscere i gusti dei consumatori, di seguire e lanciare le mode, di sviluppare nuovi modelli di impresa, di creare nuove forme di pubblicità e innovativi canali di vendita.

Dal lato del consumatore, l’era di internet ha senz’altro offerto un sacco di vantaggi. Dalla scelta dei prodotti da acquistare, dalla possibilità di compararli con migliaia di esemplari, di confrontarsi con altri consumatori residenti in ogni parte del mondo per valutare meglio le caratteristiche del bene o l’affidabilità del venditore, di equiparare prezzi, tracciare la spedizione, ottenere vantaggiose tutele legali per la fase post-vendita e così via.

Ma a fronte di tali vantaggi, deve ammettersi che questa nuova economia (digitale), sta mettendo in crisi i tradizionali sistemi applicati dagli Stati in materia di tassazione sui redditi.

Se per un verso ci si è resi conto che le nuove imprese che operano nell’e-commerce sono in grado di produrre rilevanti redditi a prescindere dalla presenza di una stabile organizzazione in un determinato Stato, potendo stabilire rapporti con migliaia di consumatori e utenti sulla rete; dall’altra parte, negli ultimi anni, l’Amministrazione finanziaria e la giurisdizione contabile (italiana) hanno registrato fenomeni diffusi di evasione/elusione da parte di imprese di grandi, medie e piccole dimensioni.

Ed invero, il principale problema si pone proprio in relazione a queste ultime, posto che i mezzi di contrasto a disposizione delle autorità fiscali non sono sufficientemente adeguati.

Il dato più rilevante è il fenomeno di sottrazione di base imponibile che si sostanzia per lo più attraverso l’omessa registrazione e, prima ancora, attraverso l’omessa dichiarazione delle transazioni effettuate sul web.

Il caso e la pronuncia della Cassazione

Nel caso di cui qui si discute, il contribuente, titolare di una attività di e-commerce per la commercializzazione di integratori alimentari era stato condannato in primo grado, con sentenza confermata in appello, per i delitti di dichiarazione infedele e omessa dichiarazione, di cui rispettivamente agli artt. 4 e 5 del D.Lgs. n. 74/2000. Indi il ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione e la conseguente sentenza n. 16296 del 12/04/2018.

A detta del ricorrente la sentenza di secondo grado impugnata era viziata, posto che i giudici della corte territoriale avrebbero male interpretato gli elementi costitutivi delle fattispecie in esame.

Quanto al delitto di dichiarazione infedele – si osserva che dopo l’introduzione delle modiche apportate dal D.Lgs 158 del 2015, il reato deve intendersi perfezionato al concomitante verificarsi di due circostanze: a) qualora l’ammontare degli elementi attivi sottratti all’imposizione sia superiore al dieci per cento dell’ammontare degli elementi attivi indicati nella dichiarazione; b) l’imposta evasa sia superiore, per ogni singola imposta, a 150 mila Euro. Detto in altri termini, secondo l’assunto difensivo il valore di punibilità citato, deve intendersi riferito ad ogni singola imposta.

Ebbene, nel caso di specie l’imposta evasa era, con riferimento all’IVA, pari a 57.722 euro e, con riferimento all’IRPEF, a 202.393,91 euro. Difettava, dunque, il presupposto oggettivo del reato, in quanto l’ammontare evaso per ciascuna imposta, era inferiore alla soglia di punibilità prevista per legge.

Altrettanto insussistente doveva ritenersi la seconda fattispecie di reato contestata (di cui all’ art. 5 del D.Lgs. n. 74/2000). In particolare, si legge nel ricorso, che l’attività di acquisto/vendita di integratori alimentari espletata dal ricorrente, si svolgeva interamente sulla rete, tra società straniere e peraltro, i prodotti commercializzati neppure sarebbero mai transitati in Italia.

Ma secondo i giudici della Cassazione l’impianto difensivo non merita accoglimento; entrambi i motivi sono manifestamente infondati.

In primo luogo, gli Ermellini, chiariscono che la locuzione, prevista dal comma 1, lett. a), “l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a Euro centocinquantamila”, deve intendersi nel senso che il reato è perfezionato in presenza del superamento della soglia in relazione all’ammontare anche di una sola imposta e non, come opina la difesa, di entrambe le imposte.

A confermalo è l’utilizzo del termine “taluna”, che in accordo con la sua accezione letterale, sta, infatti, ad indicare, in via alternativa (e non congiuntiva) anche una sola delle imposte considerate.

Ne consegue che, ai fini della sussistenza del delitto di dichiarazione infedele, punito dal D.Lgs. n. 74/2000, è sufficiente il superamento della soglia indicata anche per una sola delle imposte evase.

Nel caso in esame, quella soglia di punibilità era certamente superata, dal momento che solo con riferimento all’IRPEF, l’imposta evasa era pari 202.393,91 euro.

Ma quel che più interessa è la soluzione al secondo motivo d’impugnazione, concernente cioè la sussistenza o meno dell’obbligo in capo al titolare dell’attività di e-commerce, di presentazione delle dichiarazioni dei redditi.

Ebbene, secondo i giudici di legittimità non ci sono dubbi per affermare che sebbene l’attività si fosse svolta totalmente sulla piattaforma on line tra società estere, essa risultava comunque effettuata in ambito comunitario e mediante l’utilizzo di conti correnti, tutti accesi in Italia, sui quali transitavano i pagamenti effettuati dai clienti per l’acquisto dei prodotti commercializzati dalle società.

Ciò significa che nell’esercizio della sua attività imprenditoriale di commercio al dettaglio, il contribuente non solo ha violato la normativa sul commercio elettronico, non avendo dato alcuna comunicazione all’amministrazione tributaria circa l’attività commerciale espletata e non avendo emesso le dovute fatture nei confronti degli utenti finali dei beni, ma aveva anche l’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi, in quanto percepiti sul territorio nazionale, e, pertanto, soggetti alla tassazione secondo le leggi dello Stato.

Per richiedere la difesa tributaria o una consulenza fiscale internazionale  scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA