Black list 2019: lista dei paradisi fiscali aggiornata

La black list dei paradisi fiscali è andata costantemente modificandosi nel corso degli utlimi anni, ragione per cui è sempre consigliabile seguire gli aggiornamenti normativi per identificare l’attuale posizione dei singlosi Stati esteri con i quali si intrattengono rapporti economici.

A rendere articolata la disciplina della lista dei paradisi fiscali, tuttavia, non è solo la loro costante modifica, a seconda della performance dei Paesi in essa inclusi, ma anche il fatto che diverse sono le black list previste a seconda dello scopo che intende perseguire la normativa fiscale presa di volta in volta a riferimento.

 Come vengono individuati i Paesi black list?

Le caratteristiche dei Paesi black list ,da considerarsi come paradisi fiscali, sono state identificate dall’OCSE già nel 1998, in occasione della pubblicazione del rapporto “Harmful Tax Competition – An Emerging Global Issue”, nei seguenti punti:

  • sostanziale mancanza di imposte sui redditi delle imprese costituite nei propri territori;
  • assenza, all’interno dei rispettivi ordinamenti giuridici, dell’obbligo per le società ivi costituite di svolgere un’affettiva attività d’impresa nei relativi territori;
  • poca trasparenza del sistema legislativo e amministrativo, che consente a determinati soggetti di beneficiare di privilegi in termini di ridotta tassazione dei redditi;
  • assenza di alcun meccanismo di scambio delle informazioni fiscali tra tali Paesi e gli altri Stati finalizzato a garantire la potestà impositiva di questi ultimi e a combattere i fenomeni di evasione ed elusione fiscale internazionale.

Per quanto attualmente continuino a persistere numerosi Paesi con un basso livello di tassazione sulle società, essendo tale aspetto relegato alle autonome strategie adoperate dagli Stati per la gestione delle relative finanze pubbliche, a grandi progressi si è assistito negli ultimi anni sotto il diverso aspetto dell’implementazione della trasparenza fiscale a livello internazionale.

Infatti si sono moltiplicati gli accordi bilaterali stipulati tra gli Stati sull’esempio dell’art. 26 del Modello di Convenzione contro le doppie imposizioni e del Modello di TIEA (Tax Information Exchange Agreement) dell’OCSE.

Infine, si ricorda l’approvazione in sede OCSE nell’anno 2014 dello standard globale per lo scambio automatico multilaterale delle informazioni finanziarie (Standard for Automatic Exchange of Financial Information in Tax Matters), implementato sulla base del modello di Convenzione multilaterale sulla assistenza amministrativa del 1988.

Paesi black list secondo l’Unione Europea

Con decisione del 12 marzo 2019 il Consiglio ECONFIN ha aggiornato la black list dell’Unione Europea, individuati sulla base delle indagini portate avanti dalla Commissione UE.

La scelta della nuova lista dei paradisi fiscali è stata stilata esaminando la posizione di 92 Paesi alla luce dei seguenti criteri:

  • trasparenza fiscale e scambio di informazioni;
  • presenza di regimi fiscali privilegiati e non necessità dei requisiti di sostanza economica delle attività;
  • sistemi con imposizione inconsistente o uguale a zero.

Facendo seguito all’attività d’indagine della Commissione UE, 15 sono i Paesi contenuti nella black list dell’Unione Europea,  quali:

  • American Samoa, Guam, Samoa, Trinidad e Tobago, e US Virgin Islands, i quali non si sono impegnati ad adottare alcuna misura per migliorare la loro posizione di paradisi fiscali;
  • Aruba, Barbados, Belize, Bermuda, Dominica, Emirati Arabi Uniti, FijiIsole Marshall, Oman e Vanuatu, che, nonostante fossero stati precedentemente inseriti nella grey list sulla base degli impegni assunti in termini di maggiore trasparenza fiscale, sono stati nuovamente inseriti nella black list per non avere onorato dette promesse.

L’individuazione della black list è utilizzato dall’Unione Europea come strumento per rilevare i rischi di abuso fiscale e concorrenza fiscale dannosa a livello internazionale associata ai diversi Paesi. A fronte della creazione di tale meccanismo di controllo dei Paesi esteri, la Commissione Europea ha avuto la possibilità di avviare un fattivo dialogo con le giurisdizioni estere al fine di concordare le misure idonee a rendere queste ultime compatibili con gli standard di trasparenza fiscale e di concorrenza fiscale non dannosa dell’Unione Europea.

Strano è il fatto che Paesi come Barbados, Emirati Arabi Uniti, Oman e Trinidad e Tobago siano ancora annoverati dall’Italia tra i Paesi white list di cui al D.M. 4 settembre 1996, relativamente al regime di esenzione dell’imposta sostitutiva sugli interessi da titoli pubblici, quotati o altre tipologie similari, pur essendo considerati dei paradisi fiscali dall’Unione Europea.

Paesi black list 2019 per l’Italia

Se quello precedentemente descritto costituisce il panorama dei caratteri dei Paesi black list condiviso a livello di Unione Europea, di seguito si riporta l’impostazione adottata dall’Italia per l’identificazione dei paradisi fiscali sotto diversi profili.

1. Costi: elenco Paesi black list cancellato

Con la Legge di Stabilità per il 2016 è stata cancellata la disciplina dei costi black list, secondo la quale erano indeducibili i costi sostenuti dalle imprese italiane nei rapporti commerciali con soggetti localizzati in paradisi fiscali.

2. Società estere controllate: criteri per individuare i Paesi black list

In attuazione della Direttiva ATAD dell’Unione Europea (n. 2016/1164/UE), con il D.Lgs. 29 novembre 2018, n. 142, è stata modificata la definizione dei Paesi black list ai fini della disciplina delle società estere controllare (CFC – Controlled Foreign Companies) localizzate nei paradisi fiscali, di cui all’art. 167, comma 4, del D.P.R. n. 917/1986.

Più in particolare, a decorrere dal 2019 un Paese può definirsi black list se, oltre a non far parte dell’Unione europea e nemmeno dello Spazio economico europeo, garantisce alle imprese controllate una tassazione effettiva inferiore al 50% di quella a cui sarebbero stati soggetti qualora residenti in Italia (unitamente anche al fatto che oltre 1/3 dei proventi conseguiti siano riconducibili a passive income o a determinate operazioni economiche a “rischio evasione”, salvo che il soggetto non sia dotato di una certa sostanza economica).

3. Residenza fiscale: Paesi black list ai fini della presunzione di“esterovestizione”

Per l’anno 2019 non vengono meno i Paesi black list per i quali vale la presunzione di permanenza in Italia della residenza fiscale delle persone fisiche, prevista dall’art. 2, comma 2-bis, del D.P.R. n. 917/1986.

Nella sostanza, se un contribuente persona fisica si trasferisce in uno di tali Paesi black list il Fisco italiano presume che egli non abbia perso la residenza fiscale italiana, senza nemmeno dover dimostrare, ad esempio, che il contribuente abbia mantenuto in Italia il suo centro degli interessi vitali.

Grava, al contrario, sul contribuente l’onere di provare che il trasferimento della propria residenza fiscale è effettivamente avvenuto e che a tale scopo sono stati rispettati i requisiti previsti dalla normativa italiana.

I Paesi black list ai fini della predetta presunzione sulla residenza fiscale delle persone fisiche è contenuta nel Decreto Ministeriale 4 maggio 1999, il quale riporta i seguenti Stati:

Alderney (Aurigny), Andorra (Principat d’Andorra), Anguilla, Antigua e Barbuda (Antigua and Barbuda), Antille Olandesi (Nederlandse Antillen), Aruba, Bahama (Bahamas), Bahrein (Dawlat al-Bahrain), Barbados, Belize, Bermuda, Brunei (Negara Brunei Darussalam), Costa Rica (Republica de Costa Rica), Dominica, Emirati Arabi Uniti (Al-Imarat al-‘Arabiya al Muttahida), Ecuador (Repuplica del Ecuador), Filippine (Pilipinas), Gibilterra (Dominion of Gibraltar), Gibuti (Djibouti), Grenada, Guernsey (Bailiwick of Guernsey), Hong Kong (Xianggang), Isola di Man (Isle of Man), Isole Cayman (The Cayman Islands), Isole Cook, Isole Marshall (Republic of the Marshall Islands), Isole Vergini Britanniche (British Virgin Islands), Jersey, Libano (Al-Jumhuriya al Lubnaniya), Liberia (Republic of Liberia), Liechtenstein (Furstentum Liechtenstein), Macao (Macau),  Malaysia (Persekutuan Tanah Malaysia), Maldive (Divehi), Maurizio (Republic offMauritius), Monserrat, Nauru (Republic of Nauru), Niue, Oman (Saltanat ‘Oman), Panama (Republica de Panama`), Polinesia Francese (Polynesie Francaise), Monaco (Principaute` de Monaco), Sark (Sercq), Seicelle (Republic of Seychelles), Singapore (Republic of Singapore), Saint Kitts e Nevis (Federation of Saint Kitts and Nevis), Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine (Saint Vincent and the Grenadines), Svizzera (Confederazione Svizzera), Taiwan (Chunghua MinKuo), Tonga (Puleanga Tonga), Turks e Caicos (The Turks and Caicos Islands), Tuvalu (The Tuvalu Islands), Uruguay (Republica Oriental del Uruguay), Vanuatu (Republic of Vanuatu) e Samoa (Indipendent State of Samoa).

4. Scambio internazionale delle informazioni: il passaggio dai Paesi black list ai Paesi white list

Quanto ai Paesi black list considerati tali per la riluttanza rispetto allo scambio di informazioni con gli altri Stati, con la descritta implementazione dei meccanismi di trasparenza fiscale internazionale, ben pochi sono gli Stati che hanno rifiutato di collaborare con la restante comunità internazionale.

Ne deriva che a tale proposito è più sensato individuare una white list dei Paesi che hanno sottoscritto i predetti standard di trasparenza globale i quali, con specifico riferimento allo scambio automatico obbligatorio di informazioni fiscali, sono stati individuati con il Decreto ministeriale del 17 gennaio 2017.

Per differenza, pertanto, è possibile ricavare i Paesi black list che ancora resistono a condividere la più diffusa logica di trasparenza fiscale globale e quelli che ancora non hanno sviluppato le procedure per garantire l’effettivo scambio di informazioni.

  • Si evidenzia che i Paesi white list che si sono impegnati a scambiare le informazioni già a partire dall’anno 2017 sono:

Argentina, Austria, Barbados, Belgio, Bulgaria, Cipro, Colombia, Corea, Croazia, Curacao, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Gibilterra, Grecia, Groenlandia, Guernsey, India, Irlanda, Islanda, Isola di Man, Isole Faroe, Latvia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Mauritius, Messico, Montserrat, Niue, Norvegia,Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Romania, San Marino, Seychelles, Slovenia, Spagna, Sud Africa, Svezia e Ungheria.

  • I Paesi che, invece, si sono impegnati allo scambio di informazioni a partire dall’anno 2018 sono:

Albania, Andorra, Antigua e Barbuda, Aruba, Australia, Belize, Brasile, Canada, Cile, Costa Rica, Federazione Tussa, Giappone, Grenada, Indonesia, Isole Cook, Isole Marshall, Israele, Kuwait, Malesia, Monaco, Nuova Zelanda, Repubblica Popolare Cinese, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadines, Samoa, Singapore, Sint Maarten, Svizzera e Uruguay.

Nella nuova era della trasparenza fiscale internazionale non vi è più spazio per strategie commerciali e  fiscali estere avventate, stante il potere del Fisco di individuare i movimenti esteri dei soggetti residenti nel proprio Paese, per cui le operazioni internazionali necessitano di adeguate valutazioni di costi-benefici, attraverso le quali resta comunque possibile realizzare gli obiettivi di incremento dei profitti, del legittimo risparmio d’imposta oppure della protezione del patrimonio.

Per ulteriori informazioni e assistenza in materia di Paesi black list e di analisi di fiscalità internazionale sullo scambio di informazioni scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.