Richiesta documenti da parte dell’Agenzia delle Entrate: conseguenze della mancata esibizione

Tra i poteri dell’Agenzia delle Entrate vi è quello di richiedere al contribuente l’esibizione di documenti in suo possesso, sulla base dei quali il Fisco può procedere ad accertare i redditi prodotti per gli anni d’imposta di riferimento e, in caso di evasione fiscale, a recuperare le imposte non versate, con applicazione di sanzioni e interessi conseguenziali.

Chiaramente, davanti ad una richiesta di documenti dell’Agenzia delle Entrate il contribuente è tenuto, da un lato, a compiere le adeguate valutazioni relative alla difesa dei suoi diritti e, dall’altro, a considerare le conseguenze negative che derivano dalla mancata esibizione della documentazione richiesta dall’Amministrazione finanziaria.

A tal proposito, si rileva come la Corte di Cassazione si sia da ultimo pronunciata proprio in merito alle conseguenze prodotte dalla mancata esibizione della documentazione richiesta dall’Agenzia delle Entrate, soprattutto in relazione alla preclusione, prevista dall’art. 32, comma 3, del D.P.R. n. 600/1973, posta alla loro successiva allegazione in giudizio a difesa del contribuente.

Il caso: il contribuente che non esibisce la documentazione nella fase di accertamento

La questione sulla quale è intervenuta la Corte di Cassazione riguarda il caso di un contribuente, la cui posizione fiscale aveva formato oggetto di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate che, attraverso lo strumento dell’accertamento “sintetico” dei maggiori redditi, recuperava le maggiori imposte ritenute dovute.

Il contribuente impugnava l’avviso di accertamento davanti alla Commissione Tributaria Provinciale, allegando a suo favore un estratto conto bancario dal quale risultava che egli non avesse mai incassato le somme che l’Agenzia delle Entrate gli contestava di aver sottratto all’imposizione sui redditi. Il contribuente esibiva la documentazione bancaria per la prima volta in giudizio, nonostante in fase di accertamento l’Amministrazione finanziaria ne avesse fatta espressa richiesta, in applicazione dei poteri previsti dall’art. 43, n. 4), del D.P.R. n. 600/1973.

Proprio in virtù della nuova documentazione bancaria esibita dal contribuente, la Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso del contribuente, ritenendo provata l’infondatezza delle contestazioni dell’Agenzia delle Entrate, ovvero risultando dimostrato che il maggior reddito accertato “sinteticamente” in capo al contribuente, in realtà, da questi non era stato mai prodotto nell’anno d’imposta oggetto di controllo.

Avverso la decisione di primo grado, l’Agenzia delle Entrate proponeva appello davanti alla Commissione Tributaria Regionale, la quale confermava la sentenza di primo grado, anch’essa ritenendo nullo l’avviso di accertamento alla luce della nuova documentazione probatoria esibita in giudizio dal contribuente.

A questo punto l’Amministrazione finanziaria impugnava la sentenza di primo grado dinanzi alla Corte di Cassazione, per farne valere la nullità e, per l’effetto, per ottenere la declaratoria della validità dell’avviso di accertamento.

Più in particolare, con un unico motivo di ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrate denunciava che la sentenza di appello fosse da considerarsi illegittima perché l’avviso di accertamento dell’Ufficio era stato ritenuto invalido sulla base di documentazione che il contribuente, pur avendone l’obbligo, non aveva esibito nella fase di accertamento, riducendosi ad allegarla solo nel successivo giudizio.

Ed, infatti, l’Agenzia delle Entrate sosteneva che, non avendo il contribuente esibito gli estratti dei conti bancari in fase stragiudiziale, egli fosse decaduto dalla possibilità di utilizzarli a suo favore nella successiva fase del giudizio, così come previsto dall’art. 32, comma 4, del D.P.R. n. 600/1973, ai sensi del quale: “Le notizie ed i dati non addotti e gli atti, i documenti, i libri ed i registri non esibiti o non trasmessi in risposta agli inviti dell’ufficio non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente, ai fini dell’accertamento in sede amministrativa e contenziosa”.

In definitiva, secondo l’Ufficio, la sentenza di secondo grado doveva ritenersi illegittima proprio perché aveva dato ragione al contribuente proprio alla luce della documentazione da quest’ultimo esibita tardivamente, in violazione della preclusione prevista dall’art. 32, comma 4, del D.P.R. n. 600/1973.

La Corte di Cassazione: la documentazione “non vale” in giudizio

Pronunciandosi sul ricorso per cassazione erariale, la Corte di Cassazione, Sezione 6 (TRI civile), con Ordinanza 3 maggio 2019, n. 11608, ne ha accolto il menzionato unico motivo.

Più nello specifico, la Suprema Corte ha, innanzitutto, chiarito che le somme movimentate nei conti correnti bancari supportano sempre la presunzione della loro natura reddituale, qualora il contribuente non fornisce la prova (su di lui incombente) della loro natura non reddituale delle stesse o del loro legittimo assoggettamento ad imposta in un altro periodo fiscale.

D’altra parte, venendo alla questione della utilizzabilità in giudizio della documentazione precedentemente non esibita dal contribuente, i giudici di legittimità hanno osservato che l’invito dell’Amministrazione finanziaria ad esibire dati o notizie, di cui all’art. 32, comma 1, lett. 4), del D.P.R. n. 600/1976) assolve alla chiara funzione di assicurare un dialogo preventivo tra Fisco e contribuente per definire le rispettive posizioni.

Tali richieste mirerebbero ad evitare l’instaurazione del contenzioso giudiziario, per cui l’eventuale omissione, ai sensi dell’art. 32, comma 4, del D.P.R. n. 600/1973, è sanzionata con la preclusione amministrativa e processuale di allegazione di dati e documenti non forniti in risposta all’invito del Fisco. Questa sanzione di “inutilizzabilità” consegue in modo automatico all’inottemperanza all’invito, potendo il contribuente beneficiare di una deroga solo nell’ipotesi in cui ricorrono le condizioni previste dall’art. 32, comma 5, del D.P.R. n. 600/1973, ovvero depositando in allegato all’atto introduttivo del giudizio di primo grado le notizie, i dati, i documenti, i libri, e i registri non trasmessi, dichiarando contestualmente di non aver potuto adempiere alle richieste dell’Ufficio per causa a lui non imputabile.

Ebbene, non avendo la Commissione Tributaria Regionale rilevato che nel caso di specie si fosse maturata per il contribuente una preclusione all’esibizione della documentazione difensiva o, altresì, non avendo nemmeno rilevato se vi fossero delle cause “giustificative” della relativa considerazione a favore dello stesso contribuente, la Corte di Cassazione ha ritenuto che ha sentenza di appello fosse da ritenersi illegittima.

In altri termini, la sentenza della Commissione Tributaria Regionale è stata dichiarata illegittima (con rinvio al Giudice di appello) per aver dato ragione al contribuente sulla base di documentazione, da questi esibita, che non poteva essere utilizzata in giudizio a suo favore.

La sentenza in commento rievoca l’assoluta delicatezza e importanza della strategia di difesa del contribuente sin dalla prima fase del controllo operato dall’Agenzia delle Entrate, ivi compresa quella della richiesta di informazioni e documentazione, al fine di compiere le doverose scelte che risulteranno più convenienti per il contribuente sia in sede stragiudiziale sia in vista dell’eventuale contenzioso tributario.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.