Ristrutturazione aziendale e rivalutazione partecipazioni: non è elusione

Le operazioni di ristrutturazione aziendali, oltre a creare numerose incombenze sotto il profilo degli interessi strettamente economici delle parti, necessitano attente valutazioni sotto il loro profilo fiscale.

In particolare, attesa la loro idoneità a fungere da strumenti di pianificazione fiscale, le ristrutturazioni aziendali vengono spesso prese di mira dall’Amministrazione finanziaria e la contestazione più diffusa che si osserva nella prassi è quella di elusione fiscale ovvero, in tempi più recenti, quella dell’abuso del diritto.

L’effetto di queste contestazioni fiscali può assumere conformazioni molto scomode, soprattutto quando si sostanzia nella negazione e, quindi, nel recupero a tassazione dei vantaggi fiscali che la ristrutturazione aziendale mirava a conseguire.

Pertanto, quanto più la ristrutturazione aziendale è legata a motivazioni di risparmio fiscale e non anche a ragioni di strategia imprenditoriale autonomamente apprezzabili, bisognerebbe tanto più valutare il rischio fiscale dell’operazione, onde evitare di affrontarne le conseguenze negative. Queste conseguenze quali, appunto, l’emissione di avvisi di accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate non sempre possono essere conciliate in ambito stragiudiziale con il Fisco, soprattutto quando le contestazioni sono in punto di diritto, per il qual caso la soluzione è quella del contenzioso, con tutte le alee che ne derivano.

Tuttavia, non mancano delle aperture in giurisprudenza a favore delle operazioni di ristrutturazione aziendali quando, seppure sussista un evidente vantaggio economico, questo sia riconducibile ad una normativa fiscale di favore in tal senso.

Ed, infatti, con una recente pronuncia la Corte di Cassazione è tornata sul tema dell’elusione fiscale, questa volta nel contesto delle operazioni di ristrutturazioni aziendali, quando il vantaggio economico dell’operazione sia l’effetto della fruizione, da parte dei soggetti coinvolti, dei benefici fiscali relativi alla “rivalutazione delle partecipazioni” con il pagamento di una imposta sostitutiva, preordinata alla successiva cessione delle stesse partecipazioni, con una tassazione ridotta rispetto a quella che avrebbe scontato la semplice distribuzione degli utili afferenti alle medesime partecipazioni.

In pratica, con la “rivalutazione delle partecipazioni”, il contribuente ottiene un aumento del “costo della partecipazione” (attraverso il pagamento della relativa imposta sostitutiva), cosicché da ridurre il carico impositivo della plusvalenza imponibile nel momento futuro in cui andrà a cedere la stessa partecipazione.

Ristrutturazione aziendale e rivalutazione delle partecipazioni

La vicenda sulla quale si è espressa la Corte di Cassazione viene esemplificata come segue:

  • il Contribuente, persona fisica, risultava titolare di partecipazionenon qualificata” (19%) nella società Holding;
  • la società “Holding” compiva una serie di operazioni, quali: prima rivalutava le proprie partecipazioni nella società “R”, poi incorporava la stessa società “R”, quindi costituiva la diversa società “D” attraverso il conferimento di un proprio ramo d’azienda che veniva concesso in affitto alla ulteriore società “I” (parte del gruppo);
  • il contribuente cedeva le partecipazioni detenute nella società “Holding” (alla società “D”) le quali, come anzidetto, avevano formato già oggetto di precedente rivalutazione.

L’Agenzia delle Entrate avviava una verifica fiscale a carico del Contribuente (persona fisica) ritenendo che la rivalutazione delle partecipazioni detenute nella società “Holding” e la loro successiva vendita, letta alla luce delle diverse operazioni di ristrutturazione aziendale compiute dalla società “Holding” (quali rivalutazione, incorporazione, costituzione, conferimento di ramo d’azienda e affitto di quest’ultimo), fosse da considerarsi elusiva, perché tesa all’elusione dell’imposta sui dividendi. Per l’effetto, veniva recuperata in capo al Contribuente un’imposta IRPEF di importo pari alla differenza tra l’imposizione sui dividendi e l’imposta sostitutiva di rivalutazione.

Il Contribuente proponeva ricorso contro l’avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate davanti alla Commissione Tributaria Provinciale, la quale accoglieva il ricorso, dichiarando la nullità dell’atto impositivo.

L’Agenzia delle Entrate impugnava la sentenza di primo grado dinanzi alla Commissione Tributaria Regionale. La CTR confermava l’esito del primo grado di giudizio, ritenendo non fondato l’avviso di accertamento dell’Ufficio, atteso che l’elusione fiscale contestata dall’Amministrazione finanziaria non avesse alcun fondamento. In altri termini, il Collegio di secondo grado riteneva che non fosse fondata la teoria dell’Agenzia delle Entrate, secondo cui il Contribuente avesse voluto, attraverso la “rivalutazione delle partecipazioni”, evadere l’imposta sulle riserve di utili della società “Holding” partecipata, diversamente tassabili sotto forma di dividendi (ai sensi dell’art. 44 del D.P.R. n. 917/1986).

L’Agenzia delle Entrate, perdente anche in appello, decideva di proporre ricorso per cassazione, il quale veniva affidato ai seguenti 3 motivi:

  • violazione di legge (art. 37 bis del D.P.R. n. 600/1973, art. 44 del TUIR e art. 2697 c.c.), per non avere la CTR valutato elementi che, letti nel loro insieme, avrebbero dovuto portare a ritenere l’operazione posta in essere come elusiva, limitandosi ad escluderne invece detta natura. In particolare, l’Ufficio riteneva che nel caso di specie sussistessero tutti i requisiti dell’elusione, vale a dire: 1) riconducibilità dell’operazione nell’ambito di fattispecie prevista espressamente dalla legge; 2) la realizzazione d’indebito risparmio d’imposta rispetto a quella che sarebbe stata la tassazione sulla distribuzione dei dividendi; 3) la mancanza di valida ragione economica idonea a giustificare l’operazione, senza considerare che sarebbe spettato al contribuente allegare e provare il contrario;
  • insufficiente motivazione della sentenza, per non avere il Collegio di secondo grado evidenziato il percorso logico seguito per ritenere non esistente il meccanismo elusivo, atteso anche al fatto che grava sul contribuente l’onere di provare l’esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti non meramente marginali che legittimino l’operazione;
  • per avere CTR negato che l’Ufficio avesse calcolato l’imposta dovuta senza alcun riferimento a quella che sarebbe stata dovuta qualora le rivalutazioni non avessero avuto luogo.

Dal canto suo, il Contribuente presentava ricorso incidentale condizionato, per questioni estranee al tema dell’elusione.

La Corte di Cassazione: ristrutturazione aziendale non elusiva perché conforme allo spirito della norma sulla rivalutazione delle partecipazioni

La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate, rigettandone i motivi.

Più precisamente, con riferimento ai primi 2 motivi di ricorso, la Suprema Corte ha osservato che, sotto il profilo della ripartizione dell’onere della prova, vale a dire in merito alla parte obbligata a fornire la prova della operazione elusiva contestata, incombe sicuramente sull’Agenzia delle Entrate l’onere di dimostrare che la sussistenza del progetto elusivo, dell’operazione manipolativa e dell’anomalo utilizzo degli schemi negoziali involti nella pianificazione della ristrutturazione aziendale in questione, tale da farla ritenere irragionevoli in una normale logica di mercato e con l’unico scopo di ottenere un indebito vantaggio fiscale (così come già affermato dalla stessa Corte con ordinanza 20 giugno 2018, n. 16217, ordinanza 13 aprile 2017, n. 9610, sentenza 28 febbraio 2017, n. 5090).

Al contrario, una volta che l’Ufficio ha assolto al suo onere probatorio, incombe sul contribuente la dimostrazione delle ragioni economiche apprezzabili che giustifichino l’operazione, che possono consistere anche in esigenze di natura organizzativa ed in un miglioramento strutturale e funzionale dell’azienda, quali appunto quelli posti a base di una ristrutturazione aziendale (come già osservato in precedenza della Suprema Corte con sentenza 26 febbraio 2014, n. 4604 e sentenza 21 gennaio 2011, n. 1372).

Sotto questo aspetto, il Collegio di legittimità ha ritenuto che la Commissione Tributaria Regionale abbia dato atto del fatto che la ristrutturazione aziendale in questione avesse delle proprie ragioni economiche meritevoli di tutela, essendo diretta alla separazione dell’attività gestionale da quella relativa alla proprietà del patrimonio aziendale ed immobiliare ed a favorire l’ingresso di nuovi partners nella compagine societaria, teoria suffragata dalla documentazione prodotta nel giudizio dalla parte privata.

In effetti, in giudizio erano stati allegati dei verbali assembleari della società in grado proprio di dimostrare che, in assenza di alcun divieto che fosse stato aggirato, il complesso delle operazioni sopra indicate evidenziava la sussistenza di ragioni economiche tali da poterne escludere la predisposizione in vista del solo conseguimento di un indebito risparmio d’imposta.

A favore della posizione del contribuente la Suprema Corte aggiungeva, altresì, il rilievo secondo cui, oltre ad inserirsi in uno schema di ristrutturazione dotato di una precisa logica economica imprenditoriale, la rivalutazione delle partecipazioni era stata operata proprio sulla base di una legislazione fiscale a tale scopo introdotta.

In altri termini, se era stato il legislatore a prevedere la possibilità per il contribuente di “rivalutare le partecipazioni”, secondo uno strumento di incentivazione fiscale che mira proprio a favorire l’incremento del costo delle partecipazioni per scontare un’imposta inferiore al momento della rivendita. Quindi, non vi sarebbe alcuna ragione di ritenere che il vantaggio economico del contribuente sia elusivo, atteso che tale vantaggio costituisce proprio l’obiettivo della normativa fiscale di favore in materia di “rivalutazione delle partecipazioni”.

Su queste basi, ritenendo assorbito l’ulteriore motivo di ricorso erariale, con Ordinanza 17 marzo 2020, n. 7359, la Corte di Cassazione ha dato ragione al contribuente, rigettato il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, condannandola anche al pagamento delle spese del giudizio di legittimità per euro 10.000, oltre spese e accessori di legge.

Per richiedere la difesa tributaria o una consulenza fiscale internazionale scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Avatar

Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.