Aprire un conto estero per non pagare le tasse: è reato?

Con l’aumento della pressione fiscale in Italia e l’intensificarsi, negli ultimi anni, dell’azione dell’Amministrazione finanziaria per il recupero delle imposte evase, si sono moltiplicati i metodi escogitati dai contribuenti per sottrarsi al pagamento delle imposte. Sotto il profilo internazionale, particolarmente diffuso si è rivelato l’utilizzo, da parte dei contribuenti italiani, di conti correnti esteri per accumulare denaro da sottrarre al pagamento delle imposte in Italia. Da questo punto di vista bisogna notare come l’apertura di un conto all’estero al fine di non pagare le imposte in Italia può assumere rilevanza penale, integrando il reato tributario di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, di cui all’art. 11 del D.Lgs. n. 74/2000. Questo è quanto da ultimo riaffermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza 26 luglio 2017, n. 37136, riguardante il caso di un professionista che aveva accumulato del denaro frutto di evasione fiscale su un conto corrente aperto all’estero, più precisamente in Albania, dichiarando al Fisco italiano di non avere disponibilità per far fronte al pagamento delle imposte italiane per le quali l’Amministrazione finanziaria aveva già avviato l’azione di riscossione.

1. Il caso: apertura del conto estero non segnalato nel Quadro RW per non pagare le tasse in Italia

Il caso in questione è quello di un professionista italiano rispetto al quale il Fisco italiano aveva avviato una procedura di riscossione coattiva per un’ ingente somma dovuta a titolo di imposte erariali e sanzioni, a fronte della quale il contribuente aveva proposto un’istanza di dilazione del pagamento, rappresentando la propria difficoltà di far fronte al pagamento. Tuttavia, successivamente emergeva, dai controlli eseguiti sul professionista in aeroporto nonché attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche, che il contribuente era titolare di un conto corrente in Albania, con una disponibilità di circa € 800.000, frutto di evasione fiscale, che non era mai stato segnalato dall’interessato nel Quadro RW della dichiarazione dei redditi italiana e che, quindi, risultava completamente sconosciuto al Fisco italiano. Nei confronti del contribuente veniva emesso un provvedimento di sequestro preventivo, ai sensi dell’art. 321 c.p., da parte del Tribunale penale, avente ad oggetto le somme depositate sul conto corrente acceso dal contribuente in Albania, in relazione al reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, previsto dall’art. 11 del D.Lgs. n. 74/2000. Il provvedimento veniva impugnato dal professionista e la questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione.

2. Il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte

La Corte di Cassazione ha chiarito che con l’introduzione del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, previsto dall’art. 11 del D.Lgs. n. 74/2000, il legislatore ha inteso contrastare i comportamenti dei contribuenti che si rifiutano di concorrere alle spese pubbliche e mantengono la disponibilità dei beni, pur sottraendoli alla garanzia dei debiti con il Fisco, quando l’ammontare di imposte dirette e IVA, sanzioni e interessi dovuti supera € 50.000,00. In particolare l’oggetto giuridico del reato in questione non è il preciso diritto di credito del Fisco, inteso come profitto che ricaverebbe il contribuente dal mancato pagamento delle imposte, ma la garanzia generica costituita dal patrimonio di quest’ultimo. Il delitto in commento si configura come reato di pericolo, commesso attraverso atti simulati o fraudolenti per occultare i beni propri o altrui finalizzati ed idonei a  pregiudicare l’azione di riscossione del Fisco. Quindi il contribuente incorre in tale reato anche quando sottrae alla garanzia del Fisco somme che non incidono sulla sua possibilità di ripagare un preciso debito erariale e finanche quando, dopo aver commesso gli atti di sottrazione fraudolenta, provveda al pagamento del proprio debito tributario. Le azioni del contribuente che possono integrare tale reato sono quelle di:
  • alienazione simulata dei beni;
  • altri atti fraudolenti, tra i quali rientrano sia gli atti di occultamento dei beni senza la loro cessione sia gli atti giuridici idonei a ridurre il patrimonio a garanzia dei debiti erariali.
Tra gli atti che rilevano ai fini  del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte rientra anche l’apertura di un conto corrente all’estero, da parte di un contribuente italiano, per depositarvi delle somme che, diversamente, costituirebbero una garanzia per il pagamento delle imposte dovute in Italia,  rispetto alle quali il Fisco italiano ha avviato un’azione di riscossione.

3. Il sequestro preventivo delle somme sul conto estero

Su queste basi, la Corte di Cassazione ha respinto le eccezioni del contribuente, secondo il quale il sequestro preventivo sarebbe dovuto ritenersi invalido perché il debito tributario posto in esecuzione dal Fisco ammontava a meno della metà della somma di circa € 800.000 depositata dal professionista sul conto estero. Infatti, la circostanza per cui il contribuente disponesse di un conto estero non segnalato al Fisco italiano, sul quale venivano depositati i proventi in “nero” derivanti dalla relativa attività professionale, letta insieme alla sussistenza di un debito con l’Amministrazione finanziaria italiana, non ancora pagato, è stata ritenuta dalla Suprema Corte idonea a configurare il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Non è stata data rilevanza, quindi, al fatto che la somma di circa € 800.000, oggetto del sequestro preventivo, fosse più del doppio rispetto all’ammontare del debito nei confronti dell’Erario, in quanto ciò che conta ai fini del reato in questione è che il contribuente diminuisca la garanzia generica offerta dal proprio intero patrimonio. In definitiva, il profitto che può formare oggetto di sequestro preventivo e, quindi, anche della successiva confisca, non va individuato nel debito tributario non pagato, quanto, nel valore dei beni posti a garanzia del credito erariale. Per l’effetto, la Suprema Corte ha confermato il sequestro preventivo delle somme detenute dal professionista sul conto corrente estero acceso in Albania. Alla luce della posizione assunta dalla Suprema Corte è chiaro che i contribuenti che hanno dei debiti con il Fisco italiano e che dispongono di conti all’estero, non segnalati nel Quadro RW, corrono il rischio di incappare nel reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni. A ciò bisogna aggiungere che, quando le somme depositate sul conto estero non dichiarato sono frutto di evasione fiscale, il fatto può integrare anche altre fattispecie di reati tributari. Il pericolo diventa ancora più fondato alla luce dei recenti accordi stipulati dall’Italia per lo scambio delle informazioni fiscali con i Paesi esteri, i quali permettono all’Agenzia delle Entrate di fare piena trasparenza sulle attività e sugli investimenti esteri detenuti dai contribuenti italiani. Pertanto, in casi del genere, è importante verificare se la condotta assume rilevanza penale.

4. Consulenza fiscale internazionale per il caso concreto

Le informazioni sopra indicate hanno carattere meramente generale, perché all’atto pratico la normativa fiscale internazionale è costellata di eccezioni e deroghe da applicarsi a seconda dei dettagli del preciso caso concreto in esame e che, quindi, non possono essere sottovalutate.

La fiscalità internazionale è la materia dei dettagli. Spesso accade che, anche un singolo dettaglio del caso concreto, apparentemente irrilevante, richieda una soluzione della problematica completamente diversa da quella ritenuta adeguata a un primo sguardo della situazione.

Inoltre, l’approfondimento della situazione concreta spesso esclude delle irregolarità che il contribuente pensava di aver commesso e, invece, mette in luce delle problematiche che il contribuente nemmeno pensava di avere.

Questo può capitare se il contribuente esamina la propria posizione dal punto di vista di una sola norma ritenuta “a priori” applicabile, quando, invece, il caso deve essere inquadrato, attraverso la necessaria analisi condotta alla luce dell’intero ordinamento tributario, sotto il profilo di una diversa norma.

Quindi, l’analisi fiscale internazionale è necessaria per inquadrare tutti i dettagli sostanziali del caso in esame ed evitare errori di valutazione da cui possano scaturire violazioni fiscali che darebbero luogo al recupero delle imposte evase e all’applicazione delle sanzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, tali da erodere il reddito prodotto dal contribuente e causargli un grave danno economico.

D’altra parte, la difesa da un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate non può mai essere efficace quanto la prevenzione delle violazioni fiscali attuata con una strategia di analisi preventiva.

Quindi la verifica da parte di un professionista specializzato in fiscalità internazionale circa le problematiche del preciso caso concreto costituisce un passaggio essenziale.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza nell’analisi delle questioni di fiscalità internazionale.

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale allo Studio ITAXA per il tuo preciso caso concreto, scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.