Bitcoin e Criptovalute: tassazione

Negli ultimi anni Bitcoin e altre Criptovalute hanno avuto una diffusione senza precedenti, portando i soggetti che vi hanno investito a ricavarne plusvalenze sconosciute ad altre soluzioni di investimento.

Atteso che numerose persone si sono ritrovate, da un giorno all’altro, a detenere Bitcoin Criptovalute (payment o currency token) con valori considerevoli, assume sempre più rilevanza comprendere capire come tali valute virtuali debbano inquadrarsi sotto il profilo giuridico e, quindi, anche il regime di tassazione loro applicabile, nonché i conseguenti obblighi in materia di monitoraggio fiscale delle attività e degli investimenti detenuti all’estero (Quadro RW) e di antiriciclaggio. A questi strumenti di pagamento si aggiungono anche le c.d. stable coin, costituite da token che rappresentano valute aventi corso legale, e i c.d. security token, quali rappresentativi di diritti patrimoniali/amministrativi, e i c.d. utility token, rappresentativi del diritto a ricevere dei beni o servizi.

1. Bitcoin e Criptovalute: che cosa sono?

Con particolare riferimento ai Bitcoin e alle Criptovalute, si osserva che questi costituiscono degli strumenti che consentono pagamenti attraverso la rete internet, prevalentemente usufruendo della tecnologia p2p (peer-to-peer), vale a dire di una rete locale in cui ciascuno dei computer ad essa collegata ha accesso al pari degli altri alle risorse comuni, senza la necessità di un’unità di controllo dedicata come server. Nel meccanismo informatico p2p gli utenti possono scambiarsi i dati, costituendo nodi c.d. equivalenti o paritari.

L’introduzione dello strumento del p2p ha permesso lo sviluppo di una nuova tecnologia, chiamata “blockchain” (che può essere tradotto in “catena di blocchi”) la quale, avvalendosi di un particolare meccanismo di certificazione della autenticità delle operazioni digitali, permette di certificarne il relativo ordine cronologico, creando una catena univoca di algoritmi che collega in maniera irreversibile un’operazione all’altra, evitando che queste possano essere replicate o clonate.

Ebbene, sulla base della tecnologia “blockchain” è stato possibile sviluppare Bitcoin e numerose  Criptovalute, le cui operazioni si fondano sul meccanismo della crittografia asimmetrica.

In pratica, con la crittografia asimmetrica si evita lo scambio dell’unica chiave necessaria alla cifratura/decifratura dei codici che, invece, è caratteristico della crittografia simmetrica.

Più in particolare, la crittografia asimmetrica permette di attribuire ad ogni operatore che esegue la transazione due tipologie di chiavi, vale a dire:

  • una chiave pubblica, che è visibile al resto della rete;
  • una chiave privata, strettamente personale, utilizzata per “firmare” le transazioni e dare prova dell’identità dell’utente che le ha perfezionate, generando, con elaborazioni matematiche-algoritmiche, la chiave pubblica, la quale è costituita, come anzidetto, da un’indirizzo pubblico.

Ai fini del corretto perfezionamento delle transazioni, ovvero affinchè un blocco possa essere aggiunto alla catena dei blocchi, ovvero all’enorme database pubblico contenente tutte le transazioni in Bitcoin e Criptovalute, è essenziale che le operazioni vengano validate.

Tale ultima attività prende il nome di “mining”e viene remunerata dal sistema per incentivare la diffusione di Bitcoin e Criptovalute.

In sostanza i miners (o “minatori”), così come dei cacciatori di diamanti, si occupano di trovare le chiavi utili a convalidare i nuovi “blocchi”.

Lo scambio di Bitcoin e Criptovalute avviene attraverso l’utilizzo di piattaforme elettroniche predisposte da soggetti intermediari, i c.d. Currency Exchanger, i quali convertono le diverse tipologie di valute esistenti, annotandole in un registro pubblico.

Le transazioni, quindi, vengono effettuate dagli operatori  registrandosi alle piattaforme, sulle quali è anche possibile aprire dei portafogli, i c.d. wallet (che possono essere installati sul proprio computer, su  supporti di memoria esterna o sullo smartphone), nei quali possono essere salvati i codici segreti relativi alle criptovalute acquistate.

2. Bitcoin e Criptovalute: come si inquadrano?

Le anzidette caratteristiche di Bitcoin e Criptovalute hanno messo in seria difficoltà le istituzioni, dal momento che il relativo mercato non ha nulla a che vedere con quello relativo agli intermediari finanziari tradizionali.

Da tale punto di vista, non sono mancate, da parte delle istituzioni, le critiche al mercato di Bitcoin e cripotvalute, le quali fanno leva sui rischi che corrono gli investitori per il pericolo di perdere tutti i propri risparmi.

Così l’EBA (Autorità Bancaria Europea) già il 4 luglio 2014, attraverso il report “Opinion on Virtual Currencies”, ha auspicato una regolamentazione del fenomeno, i cui passi sono stati seguiti dalla Banca d’Italia che, nel comunicato “Avvertenza sull’utilizzo delle cosiddette “valute virtuali”” del 30 gennaio 2015, ha testualmente affermato che:

In particolare, l’EBA ha individuato numerosi profili di rischio derivanti dall’utilizzo o dalla detenzione delle VV. Essi sono rilevanti per gli utilizzatori (consumatori, investitori e merchant), per i partecipanti al mercato – piattaforme di scambio e depositari dei portafogli virtuali (wallet providers) – per gli intermediari e le autorità di regolamentazione, oltre che per l’integrità e la stabilità del sistema finanziario e del sistema dei pagamenti.

Alcuni di tali rischi si sono già concretizzati in gravi perdite o furti di VV per la clientela, nel fallimento di piattaforme di scambio o in attività di riciclaggio e altre condotte criminali. Secondo l’Autorità Bancaria Europea, i rischi individuati superano i possibili benefici che le VV potrebbero fornire ai loro utilizzatori, anche considerando i vantaggi in termini di costi e tempi di transazione e di inclusione finanziaria.

Auspicando un intervento delle istituzioni europee, l’EBA ha evidenziato la necessità di definire, nel lungo periodo, un quadro normativo armonizzato, che riservi l’operatività in VV a soggetti autorizzati e definisca, tra l’altro, requisiti in materia di capitale e governance dei partecipanti al mercato e segregazione dei conti della clientela.

Nel breve termine, ha ravvisato l’urgenza di mitigare i rischi derivanti dall’interazione tra gli schemi di VV e i servizi finanziari regolamentati ed ha, pertanto, invitato le Autorità nazionali di vigilanza a scoraggiare gli intermediari dall’acquistare, detenere o vendere VV. In tale contesto, gli intermediari potrebbero invece continuare a offrire a soggetti operanti nel settore delle VV, le attività e i servizi finanziari alla cui prestazione sono autorizzati.

Circa l’inquadramento di Bitcoin e Criptovalute, non vi sono state visioni unanimi tra le istituzioni nel corso degli anni.

In particolare, con la Risoluzione n. 72/E del 2 settembre 2016, l’Agenzia delle Entrate, occupandosi del trattamento fiscale applicabile alle “Società che svolgono servizi relativi alle monete virtuali”, appariva assimilare Bitcoin e Criptovalute alle monete tradizionali.

L’equiparazione tra Bitcoin nonché Criptovalute e le valute tradizionali, o meglio a valute straniere, sembra essere stata avallata dal legislatore il quale con il D.Lgs. n. 90/2017, modificando il D.Lgs. n. 231/2007, classifica gli operatori in valute digitali tra gli operatori finanziari assimilabili ai “cambiovalute”, definendo la “valuta virtuale” come ogni “rappresentazione digitale di valore, non emessa né garantita da una banca centrale o da un’Autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento“, con ciò attribuendovi i caratteri delle “valute straniere“, vale a dire la qualità di mezzo di scambio e di strumento di investimento.

L’attribuzione della qualità di “valuta estera” ai Bitcoin e alle altre Criptovalute è stata, altresì, confermata dall’Agenzia delle Entrate DRE Lombardia con la Risposta 22 gennaio 2018, n. 956-39/2018 e dalla DRE Liguria, con la Risposta 9 settembre 2018, n. 903-47/2018.

Tuttavia, l’equiparazione di Bitcoin e Criptovalute alle “valute estere” desta ancora dei dubbi, atteso che tali monete non hanno corso legale, non sono sottoposte alla vigilanza delle competenti Autorità e sono caratterizzate da un andamento molto instabile del relativo valore.

Ma, a ben guardare, Bitcoin e Criptovalute si distinguono anche dalle valute elettroniche, considerato che queste ultime vengono comunque espresse in valute tradizionali e, come queste ultime, sono anch’esse sottoposte alla vigilanza delle competenti Autorità.

D’altra parte, il fatto che per Bitcoin e Criptovalute viga la regola della c.d. disintermediazione le espone a rischi superiori rispetto a quelli che caratterizzano le monete tradizionali, vale a dire a:

  • rischio di incertezza, dipendendo il valore di Bitcoin e Criptovalute dalla fiducia degli investitori e mancando di qualsiasi regolamentazione o vigilanza estera;
  • rischio di truffa informatica, derivante dalla potenziale appropriazione illecita dei codici di sblocco delle monete digitali;
  • rischio di utilizzo per fini illeciti, atteso il “tendenziale” anonimato garantito da Bitcoin e Criptovalute.

3. Bitcoin e Criptovalute: il rischio fiscale

Per quanto non vi sia ancora chiarezza sul preciso inquadramento di Bitcoin e Criptovalute, non essendo ancora intervenute istituzioni a regolamentarle appropriatamente la materia, resta il fatto che gli ingenti patrimoni, che si sono trovati a detenere gli investitori con l’impennata del valore di Bitcoin e  Criptovalute, sono destinati ad essere rintracciati dalle Autorità dei rispettivi Paesi.

Più in particolare, la tracciabilità di detti patrimoni potrà derivare, alternativamente:

  • dal cambio di Bitcoin e  Criptovalute in valute tradizionali da parte dei relativi titolari, cosicché il relativo valore verrà incanalato nei circuiti finanziari tradizionali;
  • dalla regolamentazione della materia da parte dei Governi, a cui seguiranno i meccanismi per l’identificazione dei titolari delle “chiavi pubbliche” e, quindi, dei c.d. wallet (o portafogli).

In tale contesto un ruolo fondamentale nell’abbinamento di Bitcoin e Criptovalute con i rispettivi titolari verrà svolto dagli intermediari (c.d. Currency Exchanger), avendo la stessa Agenzia delle Entrate già anticipato, con la citata Risoluzione n. 72/E del 2 settembre 2016, che: ”Resta inteso, che l’Amministrazione Finanziaria ha facoltà, in sede di controllo, di acquisire le liste della clientela al fine di porre in essere le opportune verifiche anche a seguito di richieste da parte della Autorità giudiziaria”.

Il dato assume ancora più rilevanza nell’attuale testo dell’art. 1 del D.Lgs. n. 231/2007 che, a seguito delle modifiche apportate con il D.Lgs. n. 90/2017 e il D.Lgs. 4 ottobre 2019, n. 125, definisce, alla lettera qq), “valuta virtuale: la rappresentazione digitale di valore, non emessa né garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”, alla lettera s), quali “mezzi di pagamento”:il denaro contante, gli assegni bancari e postali, gli assegni circolari e gli altri assegni a essi assimilabili o equiparabili, i vaglia postali, gli ordini di accreditamento o di pagamento, le carte di credito e le altre carte di pagamento, le polizze assicurative trasferibili, le polizze di pegno e ogni altro strumento a disposizione che permetta di trasferire, movimentare o acquisire, anche per via telematica, fondi, valori o disponibilità finanziarie” e, alla lettera ff), “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale: ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale”.

Per cui tra i soggetti obbligati all’osservanza della disciplina antiriciclaggio compaiono anche gli Exchanger, vale a dire “i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valute virtuali, limitatamente allo svolgimento dell’attività di conversione di valute virtuali da ovvero in valute aventi corso forzoso”.

Altresì, da ultimo la Guardia di Finanza ha avuto modo di precisare che l’attività di c.d. Currency Exchanger deve essere anch’essa disciplinata dalla normativa in materia di strumenti finanziari, con l’effetto che la vendita di Bitcoin e altre Criptovalute attraverso una piattaforma web debba essere equiparata ad un’attività di sollecitazione all’investimento pubblico, anche sulla scorta della sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Penale, 25 settembre 2020, n. 26807, che, nell’ambito di un procedimento penale per reati di riciclaggio e abuso dell’attività di intermediazione finanziaria, ha ritenuto che: “Infondato è anche il terzo motivo di ricorso, con il quale viene sostenuto che poiché le valute virtuali non sono prodotti di investimento, ma mezzi di pagamento, le stesse siano sottratte alla normativa in materia di strumenti finanziari: tale censura non si confronta però con la motivazione contenuta a pag.13 dell’ordinanza impugnata, ove si sottolinea che la vendita di bitcoin veniva reclamizzata come una vera e propria proposta di investimento, tanto che sul sito ove veniva pubblicizzata si davano informazioni idonee a mettere i risparmiatori in grado di valutare se aderire o meno all’iniziativa, affermando che “chi ha scommesso in bitcoin in due anni ha guadagnato più del 97%”; trattasi pertanto di attività soggetta agli adempimenti di cui agli artt. 91 e seguenti TUF, la cui omissione integra la sussistenza del reato di cui all’art. 166, comma 1, lett. c) TUF“.

4. Bitcoin e Criptovalute: la tassazione

Sotto il profilo della tassazione delle attività che riguardano Bitcoin e Criptovalute, è possibile affermare che le società di intermediazione (c.d. Currency Exchanger) vengono tassate, in relazione alle operazioni compiute, sulla differenza tra quanto anticipato dal cliente e quanto speso dalle stesse per l’acquisto o tra quanto incassato dalla società per la vendita e quanto riversato al cliente, da assoggettarsi ad imposizione ai fini IRES e IRAP.

Per cui, ai fini delle imposte dirette, le società che svolgono attività di intermediazione nelle operazioni di acquisto e di vendita di moneta virtuale vengono assoggettate ad imposizione con riferimento alle commissioni percepite, al netto dei costi sostenuti.

Dette commissioni sono costituite, in caso di acquisto, dalla differenza tra quanto anticipato al cliente e quanto sostenuto dall’intermediario per l’acquisto e, in caso di vendita, dalla differenza tra quanto incassato dalla vendita e quanto accreditato al cliente.

Questi elementi reddituali concorrono alla formazione della base imponibile ai fini IRES e IRAP.

Inoltre, la stima del valore dei bitcoin che rientrano nella disponibilità della società intermediaria deve essere operata sulla base del loro “valore normale”, ai sensi dell’art. 9 del TUIR (D.P.R. 917/1986), in vigore alla chiusura dell’esercizio di riferimento.

In questo caso, trattandosi di moneta virtuale non avente valore legale, il “valore normale” andrà calcolato rispetto alla media delle quotazioni ufficiali rilevabili sulle piattaforme online su cui avvengono le negoziazioni di bitcoin.

Diverso trattamento fiscale viene riservato ai clienti (persone fisiche) delle società intermediarie, che non detengono i bitcoin in regime d’impresa, i cui scambi di moneta digitalecon valuta tradizionale non sono tassabili, non avendo tali operazioni fine speculativo.

Le stesse operazioni, tuttavia, non sono assoggettate ad IVA, dovendosi, secondo quanto espresso dall’Agenzia delle Entrate e dalla Corte di Giustizia UE, assimilare a transazioni aventi ad oggetto le monete tradizionali (salvo che non si tratti di una prestazione di servizio a fronte del pagamento di c.d. utility token).

Diverso discorso riguarda, invece, le plusvalenze generate dalle operazioni in Bitcoin e Criptovalute eseguite dalle persone fisiche che non agiscono nell’ambito di attività d’impresa.

Ebbene, rispetto alle operazioni di compravendita di Bitcoin e Criptovalute compiute dai predetti soggetti l’Agenzia delle Entrate ha affermato che esse non sono assoggettate ad imposizione, solo se non hanno natura speculativa.

Diversamente, quando la compravendita di Bitcoin e Criptovalute ha avuto natura speculativa, vale a dire che gli interessati hanno fatto trading con il preciso scopo di trarne dei profitti, il regime fiscale da applicarsi dovrebbe essere quello della imponibilità.

Tuttavia, qualora si aderisse alla teoria per cui Bitcoin e Criptovalute possono essere assimilate a delle valute, così come i relativi c.d. wallet possano essere equiparati a dei conti correnti, le plusvalenze derivanti dalla loro negoziazione assumerebbero rilevanza fiscale, come “redditi diversi”, qualora il loro valore superasse la soglia di € 51.645,69.

Tale interpretazione comporterebbe a carico degli interessati, al superamento della predetta soglia, l’obbligo di indicare le plusvalenze nella dichiarazione fiscale, assoggettandole a tassazione.

4.1. La posizione dell’Agenzia delle Entrate ai fini delle imposte dirette

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 72/E del 2 settembre 2016, ha chiarito il regime di tassazione applicabile alle negoziazioni di Bitcoin.

Il Bitcoin costituisce una moneta digitale il cui utilizzo è fondato essenzialmente sulla fiducia degli utenti, a differenza delle monete tradizionali, il cui valore di scambio è stabilito dalla legge.

Attraverso la moneta virtuale è possibile acquistare beni e servizi oppure operare online nelle transazioni speculative di compravendita delle valute tradizionali.

In queste ultime operazioni intervengono degli operatori che svolgono l’attività di intermediazione nell’acquisto e nella vendita di bitcoin, ricavandone delle commissioni che remunerano l’attività di negoziazione.

Ai fini delle imposte dirette, le società che svolgono attività di intermediazione nelle operazioni di acquisto e di vendita di moneta virtuale vengono assoggettate ad imposizione con riferimento alle commissioni percepite, al netto dei costi sostenuti.

Dette commissioni sono costituite, in caso di acquisto, dalla differenza tra quanto anticipato al cliente e quanto sostenuto dall’intermediario per l’acquisto e, in caso di vendita, dalla differenza tra quanto incassato dalla vendita e quanto accreditato al cliente.

Questi elementi reddituali concorrono alla formazione della base imponibile ai fini IRES e IRAP.

Inoltre, la stima del valore dei bitcoin che rientrano nella disponibilità della società intermediaria deve essere operata sulla base del loro “valore normale”, ai sensi dell’art. 9 del TUIR (D.P.R. 917/1986), in vigore alla chiusura dell’esercizio di riferimento.

In questo caso, trattandosi di moneta virtuale non avente valore legale, il “valore normale” andrà calcolato rispetto alla media delle quotazioni ufficiali rilevabili sulle piattaforme online su cui avvengono le negoziazioni di bitcoin.

Diverso trattamento fiscale viene riservato ai clienti (persone fisiche) delle società intermediarie, che non detengono i bitcoin in regime d’impresa, i cui scambi di moneta digitalecon valuta tradizionale non sono tassabili, non avendo tali operazioni fine speculativo.

Successivamente, l’Agenzia delle Entrate è tornata ad occuparsi di Bitcoin e Criptovalute, fornendo ulteriori dettagli in merito alla loro tassazione e indicazione nel Quadro RW in occasione della risposta fornita all’interpello di un contribuente che, dopo aver acquistato Criptovalute, le aveva convertite in oro.

L’ipotesi portata all’attenzione dell’Agenzia delle Entrate attraverso la Risposta ad interpello n. 956-39/2018, è quello di un contribuente che:

  • nell’anno 2013 aveva acquistato dei “bitcoin” presso il sito web di un “exchanger”, depositandoli su un proprio “wallet” (portafoglio elettronico), di cui però non riusciva più a documentare il prezzo di acquisto, disponendo solo dell’importo del bonifico disposto per l’acquisto della Criptovaluta;
  • nell’anno 2017, aveva utilizzato una parte dei predetti “bitcoin” per acquistare 3 kg di oro che veniva detenuto in Svizzera presso il deposito di un intermediario estero, prima a nome di quest’ultimo e, successivamente, a nome dell’interessato.

Il contribuente riteneva che, sotto il profilo fiscale:

  • il cambio dei “bitcoin” in oro non dovesse essere assoggettato a tassazione, sulla base delle indicazioni già fornite dall’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione 2 settembre 2016, n. 72/E;
  • l’oro detenuto presso il deposito in Svizzera dovesse essere indicato nel Quadro RW della dichiarazione dei redditi.

L’Agenzia delle Entrate, esprimendosi sui quesiti ad essa sottoposti, si discosta parzialmente dalla soluzione proposta dal contribuente, giungendo finanche ad allontanarsi dalle conclusioni a cui era precedentemente giunta con la Risoluzione 2 settembre 2016, n. 72/E.

Preliminarmente l’Amministrazione finanziaria ripercorre l’inquadramento normativo delle Criptovalute già espresso con la sopra citata Risoluzione, sostenendo che:

Nel citato documento di prassi è stato precisato che il bitcoin è una tipologia di moneta “virtuale” utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale avente corso legale emessa da una Autorità monetaria, la cui circolazione si fonda su un principio di accettazione volontaria da parte degli operatori privati.

Le valute virtuali hanno due fondamentali caratteristiche.

In primo luogo, esse non hanno natura fisica, bensì digitale, essendo create, memorizzate e utilizzate attraverso dispositivi elettronici (ad esempio, pc e smartphone) e vengono conservate in “portafogli elettronici” (c.d. wallet).

Inoltre, le stesse sono liberamente accessibili e trasferibili dal titolare, in possesso delle necessarie credenziali, in qualsiasi momento senza bisogno dell’intervento di terzi.

Più nello specifico, il wallet, in essenza, è una coppia di chiavi crittografiche di cui:

(i) la chiave pubblica, comunicata agli altri utenti, rappresenta l’indirizzo a cui associare la titolarità delle valute virtuali ricevute;

(ii) la chiave privata, mantenuta segreta per garantire la sicurezza delle valute associate, consente di trasferire valute virtuali ad altri portafogli.

Esistono differenti tipologie di wallet, classificati in base a criteri diversi tra i quali quelli più rilevanti si basano sulla tecnologica del mezzo di conservazione (i.e. paper, hardware, desktop, mobile, web), sulla connettività alla rete dell’ambiente in cui sono archiviate le chiavi (i.e. hot wallet e cold wallet) e sul controllo o meno della chiave privata da parte dell’utente (custodial/non custodial wallet).

In secondo luogo, le valute virtuali sono emesse e funzionano grazie a dei codici crittografici ed a complessi calcoli algoritmici. In particolare, i bitcoin vengono generati grazie alla creazione di algoritmi matematici, tramite un processo di mining (letteralmente “estrazione”) e i soggetti che creano e sviluppano tali algoritmi sono detti miner.

Lo scambio dei predetti codici criptati tra gli utenti (user), operatori sia economici che privati, avviene per mezzo di un’applicazione software.

Per utilizzare i bitcoin, gli utenti devono entrarne in possesso: – estraendoli; – acquistandoli da altri soggetti in cambio di valuta legale; – accettandoli come corrispettivo per la vendita di beni o servizi.

Gli user utilizzano le valute virtuali, in alternativa alle valute tradizionali, principalmente come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi ma anche per fini speculativi attraverso piattaforme di negoziazione on line (c.d. “exchanger”) che consentono lo scambio di bitcoin (o altre valute virtuali) con altre valute tradizionali sulla base del relativo tasso di cambio (ad esempio, è possibile scambiare bitcoin con euro al tasso BTC/EURO).

Tuttavia, la conclusione a cui perviene l’Agenzia delle Entrate sembra differire da quella sostenuta in precedenza.

Infatti, con la Risoluzione 2 settembre 2016, n. 72/E, il Fisco affermava che le operazioni di conversione delle Criptovalute, detenute da persone fisiche al di fuori dell’attività d’impresa, possono essere assoggettate a tassazione solo qualora abbiano funzione speculativa.

Invece, con il provvedimento in esame l’Agenzia delle Entrate ha sostenuto che, anche quando le operazioni di conversione di Criptovalute, detenute da persone fisiche al di fuori dell’attività d’impresa, che non abbiano alcuna finalità speculativa, queste devono essere assoggettate a tassazione quando le Criptovalute cedute provengano da “wallet” (portafoglio elettronico) per i quali la giacenza media superi un controvalore di € 51.645,69 per almeno 7 giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta.

Per cui, in tale caso, la cessione delle Criptovalute darebbe luogo, ai sensi dell’art. 67, comma 1, lettera c- ter), del TUIR, alla produzione di “redditi diversi”, da indicare nel quadro RT del Modello Redditi – Persone Fisiche, destinati a scontare l’imposta sostitutiva del 26%.

In definitiva, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto che nel caso di specie, qualora le Criptovalute detenute dal contribuente abbiano superato il valore di € 51.645,69 per almeno 7 giorni consecutivi nell’anno precedente, l’operazione di acquisto di oro comporterebbe il realizzo di una plusvalenza – data dalla differenza tra il controvalore in euro dell’oro acquistato e il costo delle Criptovalute (secondo il criterio L.I.F.O.) – tassabile con l’imposta sostitutiva del 26%.

L’Amministrazione finanziaria ha ammesso di essere giunta ad una soluzione non coerente con quella in precedenza fornita, riconoscendo al contribuente la possibilità di presentare una dichiarazione integrativa, per sanare l’eventuale mancata dichiarazione dei redditi da cessione di Criptovalute per l’anno precedente, senza applicare le relative sanzioni, in applicazione dell’art. 10, comma 2, della legge n. 212/2000, il quale stabilisce che le sanzioni non vengono applicate qualora il contribuente “si sia conformato a indicazioni contenute in atti dell’amministrazione finanziaria, ancorché successivamente modificate dall’amministrazione medesima”.

Da ultimo, con la Risposta ad interpello n. 788/2021, il Fisco ha ritenuto che le “valute virtuali” siano stringhe di codici digitali opportunamente criptati, generati in via informatica mediante complessi algoritmi matematici. Lo scambio di tali codici criptati tra gli utenti avviene attraverso applicazioni software specifiche. Pertanto, tali “valute” avrebbero natura esclusivamente “digitale” essendo create, memorizzate e utilizzate attraverso dispositivi elettronici (ad esempio pc e smartphone) e sono conservate, generalmente, in “portafogli elettronici” (c.d. wallet).

Secondo l’Agenzia delle Entrate, i “walletsono classificati in base a criteri diversi tra i quali quelli più rilevanti si basano sulla tecnologica del mezzo di conservazione (i.e. paper, hardware, desktop, mobile, web), sulla connettività alla rete dell’ambiente in cui sono archiviate le chiavi (i.e. hot wallet e cold wallet) e sul controllo o meno della chiave privata da parte dell’utente (custodial/non custodial wallet).

In sostanza, i “wallet” vengono descritti come una coppia di chiavi crittografiche di cui:

  • la chiave pubblica, comunicata agli altri utenti, rappresenta l’indirizzo a cui associare la titolarità delle valute virtuali ricevute;
  • la chiave privata, mantenuta segreta per garantire la sicurezza delle valute associate, consente di trasferire valute virtuali ad altri portafogli.

Per cui, il mercato delle valute virtuali sarebbe un mercato estremamente volatile che presenta, quindi, forti oscillazioni al rialzo o al ribasso, per cui approfittando di tale volatilità può essere realizzata un’attività speculativa a breve termine.

Con riferimento al trattamento fiscale applicabile alle operazioni relative alle valute virtuali, in assenza di una specifica normativa applicabile al sistema delle monete virtuali, richiamando i propri precedenti l’Amministrazione finanziaria ha osservato che costituisce necessariamente un punto di riferimento sul piano della disciplina fiscale applicabile alle stesse, la sentenza della Corte di Giustizia 22 ottobre 2015, causa C-264/14.

Più precisamente, secondo i giudici europei, tali operazioni rientrano tra le operazioni “relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio” di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2006/112/CE.

Alla luce di quanto precede il Fisco ha sostenuto che, ai fini delle imposte sul reddito delle persone fisiche che detengono valute virtuali al di fuori dell’attività d’impresa, alle operazioni in valuta virtuale si applicherebbero i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali.

Per cui, troverebbe applicazione l’art. 67, comma 1, lettera c-ter), del TUIR, secondo cui costituiscono redditi diversi di natura finanziaria “le plusvalenze, diverse da quelle di cui alle lettere c) e cbis), realizzate mediante cessione a titolo oneroso ovvero rimborso di titoli non rappresentativi di merci, di certificati di massa, di valute estere, oggetto di cessione a termine o rivenienti da depositi o conti correnti, di metalli preziosi, sempreché siano allo stato grezzo o monetato, e di quote di partecipazione ad organismi d’investimento collettivo. Agli effetti dell’applicazione della presente lettera si considera cessione a titolo oneroso anche il prelievo delle valute estere dal deposito o conto corrente”.

Ai sensi del comma 1-ter) del medesimo articolo 67 “Le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di valute estere rivenienti da depositi e conti correnti concorrono a formare il reddito a condizione che nel periodo d’imposta la giacenza dei depositi e conti correnti complessivamente intrattenuti dal contribuente, calcolata secondo il cambio vigente all’inizio del periodo di riferimento sia superiore a cento milioni di lire (51.645,69 euro) per almeno sette giorni lavorativi continui”.

Conseguentemente, il Fisco ha osservato che le cessioni a termine di valute virtuali rileverebbero sempre fiscalmente, mentre le cessioni a pronti generalmente non danno origine a redditi imponibili mancando la finalità speculativa, salva l’ipotesi in cui la valuta ceduta derivi da prelievi da portafogli elettronici (“wallet“), per i quali la giacenza media superi un controvalore di euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta, ai sensi del combinato disposto degli articoli 67, comma 1, lettera c-ter), e comma 1-ter.

Agli effetti di quest’ultima disposizione, il prelievo dai “wallet” è equiparato ad una cessione a titolo oneroso.

Per cessione a pronti si intende una transazione in cui si ha lo scambio contestuale di una valuta contro una valuta differente.

Il valore in euro della giacenza media in valuta virtuale andrebbe calcolato secondo il cambio di riferimento all’inizio del periodo di imposta, e cioè al 1° gennaio dell’anno in cui si verifica il presupposto di tassazione (cfr. circolare 24 giugno 1998, n. 165).

Qualora non risulti integrata la condizione precedentemente individuata, non si renderebbero deducibili neppure le minusvalenze eventualmente realizzate.

Tenuto conto che manca un prezzo ufficiale giornaliero cui fare riferimento per il rapporto di cambio tra la valuta virtuale e l’euro all’inizio del periodo di imposta, il contribuente potrebbe utilizzare il rapporto di cambio al 1° gennaio rilevato sul sito dove ha acquistato la valuta virtuale o, in mancanza, quello rilevato sul sito dove effettua la maggior parte delle operazioni.

Detta giacenza media andrebbe verificata rispetto all’insieme dei “wallet” detenuti dal contribuente, indipendentemente dalla tipologia dei “wallet” (paper, hardware, desktop, mobile, web).

Ai fini della eventuale tassazione del reddito diverso occorrerebbe, dunque, verificare se la conversione di una data valuta virtuale con altra valuta virtuale (oppure da valute virtuali in euro o altra valuta avente corso legale) avviene per effetto di una cessione a termine oppure in caso di cessione a pronti o di prelievo se la giacenza media dei “wallet” abbia superato il controvalore in euro di 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta.

Tenuto conto che, ai sensi dell’articolo 67, comma 1-bis, del TUIR ai fini della determinazione delle plusvalenze/minusvalenze, si considererebbero cedute per prime le valute acquisite in data più recente, per determinare la plusvalenza conseguente a prelievi da “wallet“, che abbiano superato la predetta giacenza media, si dovrebbe utilizzare il costo di acquisto considerando cedute per prime le valute acquisite in data più recente.

Il reddito, se percepito da una persona fisica al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa, è soggetto ad imposta sostitutiva ai sensi dell’articolo 5 del D.Lgs. n. 461/1997, attualmente prevista nella misura del 26%.

In definitiva, l’Agenzia delle Entrate individua il suesposto regime di tassazione per la cessione delle Criptovalute, partendo dal presupposto che queste ultime possano essere trattate come delle “valute estere”.

In realtà tale assimilazione non può essere data per scontata. Infatti, a differenza delle “valute estere” le cripotmonete non hanno una “convertibilità” garantita per legge, per cui, intanto possono essere utilizzate come mezzo di pagamento, in quanto vi siano dei privati che le accettino come tali.

In altri termini, non essendovi alcuna legge che ne imponga l’accettazione da parte degli operatori, le Criptovalute non possono essere assimilate alle valute estere e, quindi, nemmeno può esservi applicato il medesimo regime di tassazione.

Tale soluzione si rafforza, se solo si pensa che, in realtà, le Criptovalute non possono ricondursi ad un preciso Paese, dal momento che esse non sono presenti né in Italia né all’estero, quanto, invece, appartengono alla “rete”, per cui a maggior ragione non possono assimilarsi alle valute estere.

4.2. Operazioni con Bitcoin e Criptovalute: profili IVA

La questione della imponibilità ai fini IVA delle operazioni di intermediazione nello scambio di bitcoin con valute tradizionali, a fronte del pagamento di una commissione pari alla differenza tra il prezzo di acquisto e di vendita, ha formato oggetto della sentenza della Corte di Giustizia UE 22 ottobre 2015, causa C-264/14, la quale ha stabilito che commercializzazione di moneta virtuale costituisce una prestazione di servizi a titolo oneroso.

Dette prestazioni, pur non riguardando le monete tradizionali, rientrano nel novero delle operazioni finanziarie relative a valute, quindi sono da considerarsi esenti, perché la moneta digitale, così come la moneta tradizionale, viene accettata dagli operatori come mezzo di pagamento.

Ne deriva che tali transazioni nel nostro ordinamento sono esenti ai fini IVA, ai sensi dell’art. 10, comma 1, n. 3), D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633.

Al contrario, le operazioni tornerebbero a rilevare ai fini IVA qualora si trattasse di servizi forniti a fronte del pagamento di c.d. utility token, posizione evidenziata dall’Agenzia delle Entrate con Risposta 20 aprile 2020, n. 110.

Con detta Risposta ad interpello, l’Amministrazione finanziaria osserva come il quesito sollevato dalla Società riguarda il trattamento IVA delle cessioni degli ALFA token al Consorzio, che li acquista in nome proprio ma per conto dei consorziati, gestori dei nodi validatori.

In via preliminare è stato chiarito che, allo stato attuale, non esiste una chiara e univoca legislazione in materia di token, che ne permetta una corretta qualificazione e definizione anche ai fini fiscali, potendosi ritenere che un token é sostanzialmente un gettone virtuale il cui valore è deciso dal soggetto che lo emette – in genere una start up – e che vale solo all’interno di un determinato contesto, creato dall’emittente e al quale aderiscono su base volontaria tutti coloro che intendono utilizzare il token secondo gli scopi, il contenuto e le conseguenze stabiliti dall’emittente.

Una volta creata la piattaforma, i token sono scambiati in modalità peer-to-peer (P2P), ossia direttamente tra soggetti paritari, aderenti volontariamente a un network, in assenza di una disciplina regolamentare e di un’Autorità centrale che ne governi la stabilità nella circolazione.

Le transazioni sono registrate e validate su un blockchain, che può essere anche di terze parti. Il blockchain è un registro dove sono memorizzate le operazioni tra due parti del network in modo sicuro, verificabile e permanente. Ogni transazione è inserita all’interno di un blocco che, prima di essere aggiunto alla catena dei blocchi precedenti e archiviato, deve essere verificato, così da controllare che non vi siano errori in grado di compromettere le informazioni archiviate e la reputazione del network.

La verifica è effettuata dai c.d. “nodi validatori” o “miner”, scelti tra i partecipanti al network, che garantiscono continua presenza e imparzialità e che, a seguito del consenso e della credibilità raccolti tra gli altri aderenti al sistema, sono investiti dell’autorità di “firmare” crittograficamente la veridicità e correttezza delle operazioni. Per tale funzione normalmente ricevono un compenso.

L’Agenzia delle Entrate ricorda, altresì, che esistono diverse tipologie di token, tra i quali i più diffusi sono:

1. i token di pagamento o “Criptovalute” (payment o currency token), ossia mezzi di pagamento per l’acquisto di beni o servizi oppure strumenti finalizzati al trasferimento di denaro e di valori;

2. i security token, rappresentativi di diritti economici legati all’andamento dell’iniziativa imprenditoriale (ad esempio, il diritto di partecipare alla distribuzione dei futuri dividendi) e/o di diritti amministrativi (ad esempio diritti di voto su determinate materie);

3. gli utility token, rappresentativi di diritti diversi, legati alla possibilità di utilizzare il prodotto o il servizio che l’emittente intende realizzare (ad esempio, licenza per l’utilizzo di un software ad esito del processo di sviluppo).

Oltre ad attribuire i suddetti diritti, alcuni token possono essere scambiati sul mercato secondario tramite la piattaforma dell’emittente o su altre piattaforme di scambio (cfr. risposta ad interpello n. 14 del 2018).

L’evoluzione digitale ha creato poi, ulteriori tipologie di token, tra cui i token ibridi, ritenute declinazioni, sottocategorie o combinazioni di quelle sopra elencate.

Venendo al caso di specie, il Fisco ha osservato che, la specifica operazione oggetto di esame ai fini dell’IVA è la vendita verso il corrispettivo in euro degli ALFA token al Consorzio col vincolo della loro messa a garanzia da parte dei nodi validatori consorziati per svolgere l’attività di validazione, che verrà decurtata a titolo di sanzione in caso di violazione delle regole del Protocollo da parte del miner.

Circa i diritti conferiti dai token ai loro acquirenti, i contratti prevedevano quanto segue.

Il possesso dei token da parte degli acquirenti non comporta alcun diritto alla partecipazione in ALFA o nel Consorzio e/o nessun diritto patrimoniale o amministrativo relativo alla Società, non costituisce prestito o contributo al Consorzio, né prestito o conferimento all’Istante e non rappresenta una forma di investimento né di risparmio.

Il soggetto cedente (ALFA nel primo contratto e il Consorzio nel secondo) non rilascia alcuna dichiarazione o garanzia, espressa o implicita, di commerciabilità o cambio dei token in altre Criptovalute o in moneta avente corso legale, né di idoneità dei token per scopi e utilizzi che siano diversi rispetto alla messa in stake.

Alla luce delle limitazioni di garanzia di cui sopra, il Consorzio non è obbligato a restituire né all’acquirente né ai suoi aventi causa o ai consorziati le somme ricevute in base al contratto, a titolo di cessione dei token, così come il Consorzio non sarà tenuto e legittimato a pretenderle dall’Istante nell’ipotesi in cui:

a) i token non risultassero convertibili con altre Criptovalute e/o con monete aventi corso legale, o fossero convertibili con indici di rapporto diversi da quelli sperati o ipotizzati o ipotizzabili al momento del loro acquisto;

b) ALFA.network non venisse sviluppata in tutte le sue fasi del Progetto, o venisse sviluppata con ritardo o con funzionalità ed utilità diverse rispetto a quanto previsto dal contratto o nel Progetto;

c) le attività di scambio e/o di firma dei documenti, in forma criptata e pseudoanonima, tra imprese partecipanti alla blockchain non dovessero risultare possibili e/o non fosse possibile eseguirle con modalità, funzionalità e/o costi diversi da quelli indicati nel contratto e/o Progetto.

Dalle predette clausole contrattuali si desume che in sede di emissione, i token in oggetto presentano le caratteristiche di utility token perché solo a seguito del loro acquisto è possibile accedere ai servizi della blockchain, ALFA.network, utilizzarne il software e il logo e svolgere l’attività di nodo validatore. In sostanza, l’acquirente paga una commissione all’Istante per ottenere gli utility token necessari per svolgere l’attività di miner.

In sede di emissione, la loro funzione è diversa da quella di una moneta virtuale, che – come affermato dalla Corte di giustizia nella sentenza del 22 ottobre 2015 (causa C-264/14, Hedqvist) – non ha “altre finalità oltre a quella di un mezzo di pagamento” (cfr. punti 49 e 52).

L’Agenzia delle Entrate ha ritenuto, quindi, che nel caso in esame la Società effettuasse una prestazione di servizi ai sensi dell’articolo 3, comma 1, del d.P.R. n. 633 del 1972 facendosi corrispondere una commissione (c.d. fee) per poter accedere e utilizzare ALFA.network e svolgere l’attività di nodo validatore, per cui il momento di effettuazione della predetta prestazione coincide ai sensi dell’articolo 6 del d.P.R. citato col pagamento della commissione. Come prestazione di servizi generica, la stessa è stata considerata imponibile ad aliquota IVA ordinaria.

5. Bitcoin e Criptovalute: il Quadro RW

Sempre a voler condividere la tesi per cui Bitcoin e Criptovalute possano essere equiparate alle valute estere, altro problema che si presenterebbe a livello fiscale potrebbe essere quello dell’obbligo di compilazione del Quadro RW.

Tale obbligo è stato riaffermato con il Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n. 28928/2021 del 29 gennaio 2021,con il quale vengono approvati i modelli dichiarativi che dispongono l’obbligo di indicazione delle Criptovalute nel Quadro RW.

L’obbligatorietà dell’inserimento delle Criptovalute nel Quadro RW era stata in precedenza messa in discussione, a tal punto che le Istruzioni per la compilazione del Modello Unico Persone Fisiche 2019 avevano formato oggetto di impugnazione dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, laddove era stato eccepito che, con la rappresentazione di tale obbligo nelle predette istruzioni, l’Agenzia delle Entrate avesse inserito le valute virtuali nell’ambito degli investimenti e delle attività finanziarie detenute all’estero, presupponendo l’imponibilità di rappresentazioni digitali che non hanno, di per sé, natura finanziaria o di investimento.

Tali motivi di impugnazione sono stati, tuttavia, rigettati Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio il quale, con la sentenza 27 gennaio 2020, n. 1077, ha ritenuto che:

A norma dell’art. 4 del d.l. 167/1990, conv. in l. 227/1990, le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate ai sensi dell’art. 5 del TUIR, residenti in Italia, che, nel periodo di imposta detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi; è a questo fine che è stato inserito nel modello Unico il quadro RW (in ordine alle attività detenute all’estero, ordinariamente il contribuente assolve l’Imposta sul Valore degli immobili all’estero – IVIE – e l’imposta sul Valore dei prodotti finanziari dei conti correnti e dei libretti di risparmio detenuti all’estero – IVAFE-; nel caso delle valute virtuali, come chiarito nelle Risoluzioni dell’Agenzia, l’IVAFE non è dovuta, dal momento che non si tratta di investimenti in depositi bancari ed a tale scopo si richiede la barratura della casella 20, posta in corrispondenza dei righi da RW1 a RW5).

Con l’Interpello nr. 956-39 del 2018 (anteriore alle istruzioni oggetto dell’odierno gravame), l’Agenzia aveva (già) espresso l’orientamento secondo il quale le valute virtuali devono essere oggetto di comunicazione attraverso il citato quadro RW (indicando di inserire nella colonna 3 (“codice individuazione bene”) il codice 14 (“altre attività estere di natura finanziaria”).

Anticipando quanto oltre si indicherà circa il rilievo dei contributi dogmatici sull’argomento in esame, tale orientamento corrispondeva a quanto avvertito anche in dottrina (e più precisamente nei commenti agli adempimenti fiscali del 2018 per il 2017) laddove si evidenziava che la modifica di cui al citato d.lgs 90/2017 (in ordine alla quale si tornerà a breve), in forza dell’inserimento nel novero dei soggetti obbligati al monitoraggio degli operatori “non finanziari” di cui all’art. 3, comma 5, lett. i), del 231/2007 (che individuava tra questi anche “i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale”, nel testo in vigore ratione temporis), comportava di fatto l’inserimento nel quadro RW delle “valute virtuali”.

Già sotto questo profilo, non potrebbe dunque riconoscersi alle istruzioni di cui all’odierno giudizio un valore provvedimentale, atteso che esse recepiscono e formalizzano (in funzione della trasparenza e dell’obbligo di “clare loqui” con il contribuente) un orientamento preesistente.

…  … …

Ma, in ogni caso, è dirimente la circostanza che la modifica del d.l. 167/1990 operata per il tramite del d.lgs. 90/2017, ha esplicitamente inserito l’utilizzo delle “monete virtuali” tra le operazioni relative ai trasferimenti da e per l’estero, rilevanti ai fini del relativo monitoraggio ex art. 1 del d.l. 167/1990: “1. Gli intermediari bancari e finanziari di cui all’articolo 3, comma 2, gli altri operatori finanziari di cui all’articolo 3, comma 3, lettere a) e d), e gli operatori non finanziari di cui all’articolo 3, comma 5, lettera i), del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, e successive modificazioni, che intervengono, anche attraverso movimentazione di conti, nei trasferimenti da o verso l’estero di mezzi di pagamento di cui all’articolo 1, comma 2, lettera s), del medesimo decreto sono tenuti a trasmettere all’Agenzia delle entrate i dati di cui all’articolo 31, comma 2, del menzionato decreto, relativi alle predette operazioni, effettuate anche in valuta virtuale, di importo pari o superiore a 15.000 euro, indipendentemente dal fatto che si tratti di un’operazione unica o di più operazioni che appaiano collegate per realizzare un’operazione frazionata e limitatamente alle operazioni eseguite per conto o a favore di persone fisiche, enti non commerciali e di società semplici e associazioni equiparate ai sensi dell’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917”.

In sostanza, l’art. 1 citato opera sotto un duplice profilo, oggettivo e soggettivo; sotto il profilo oggettivo, assoggetta espressamente al monitoraggio sia l’utilizzo delle valute virtuali, che l’utilizzo di “mezzi di pagamento” (distinti dalle prime e definiti, come meglio oltre si vedrà, all’art. 1, comma 2, lett. “s” del dlgs 231/2007), in genere; sotto il profilo soggettivo, ai suddetti obblighi di monitoraggio sono tenuti, inoltre, sia gli operatori finanziari che gli operatori non finanziari.

Si rivela dunque infondata l’argomentazione della parte ricorrente secondo la quale le valute virtuali non dovrebbero essere dichiarate nel quadro RW perché non espressamente elencate nell’art. 4: la nozione di investimenti esteri, valevole ai fini del monitoraggio, è definita all’art. 1 del medesimo d.l., che concorre a definire la nozione degli “investimenti all’estero” e di “attività estere di natura finanziaria”, includendo in esse anche investimenti ed attività mediante impiego di valute virtuali; infondata è anche l’argomentazione secondo la quale i prestatori di servizi attinenti la moneta virtuale non sono operatori finanziari, posto che l’art. 1 cit. assoggetta agli obblighi di monitoraggio sia gli operatori finanziari che quelli non finanziari; irrilevante è la tesi secondo cui le monete virtuali sarebbero “mezzi di pagamento” (e non valute), perché la disposizione di cui all’art. 1 cit. è relativa alle operazioni compiute sia con valute virtuali sia con mezzi di pagamento in quanto tali.

La compilazione del quadro RW dipenderà pertanto dalla sussistenza degli obblighi di monitoraggio in capo ai soggetti a tali obblighi vincolati per effetto della normativa primaria e nei relativi limiti.

Anche sotto questo ulteriore profilo, dunque, si conferma che le “istruzioni” oggetto dell’odierno giudizio non possiedono un carattere provvedimentale ed innovativo dell’Ordinamento, essendo meramente ricognitive della modifica del regime del monitoraggio operato per effetto del d.lgs. 90/2017 e peraltro già in vigore nel corso dell’anno precedente.

… …  …

V.b) In questo quadro, è bene rilevare che si sono proposte diverse soluzioni per individuare la natura giuridica delle c.d. “rappresentazioni digitali di valore”, con contributi – anche molto recenti – ai quali è bene fare riferimento a miglior supporto dell’elaborazione giurisprudenziale, che è ancora ad un livello solo iniziale, come tale non ancora pervenuta ad un quadro consolidato ed univoco (atteso il ridotto numero di pronunce che si sono occupate della natura della moneta elettronica).

Esclusa generalmente la loro natura di “moneta”, ancorchè convenzionale (in quanto ritenute inidonee ad assolvere – almeno in parte – alle funzioni tipiche di unità di conto ed riserva di valore, in ragione della loro estrema volatilità e della mancanza di valore legale liberatorio ai fini del pagamento), un primo orientamento riconduce le monete elettroniche al novero dei “beni immateriali” ex art. 810 cod.civ. (più precisamente beni mobili, la cui cessione sarebbe da assoggettarsi ad IVA ed IRPEF, a seconda della natura professionale o meno dell’attività del “miner” – produttore di moneta), suscettibili di formare oggetto di diritti reali ed obbligatori (in tal senso, si richiama la sentenza n. 18 del 21 gennaio 2019 della Sezione fallimentare del Tribunale di Firenze).

Il riconoscimento della moneta elettronica come “bene giuridico” corrisponderebbe – secondo la dottrina che se ne è occupata – a quanto risulterebbe essere stato riconosciuto in altri ordinamenti (vengono portati ad esempio il sistema vigente negli USA, ove l’IRS considera la moneta virtuale tassabile come “proprietà”; quello canadese, dove lo scambio di moneta virtuale è trattato come una permuta; il sistema anglosassone nel quale la valuta virtuale è considerata rappresentativa di un credito).

Un secondo ordine di pensiero, altrettanto riconosciuto in dottrina, accredita la diversa tesi secondo la quale dovrebbe accostarsi l’impiego della valuta virtuale alla categoria degli strumenti finanziari. Tale qualificazione punta a valorizzare la componente di “riserva di valore”, che almeno in parte, può caratterizzare le criptomonete e che consente di attribuire a queste ultime una finalità d’investimento; impostazione che si porrebbe anche a protezione dei consumatori e dell’integrità dei mercati (in questo senso, Tribunale Civile di Verona, sentenza n. 195 del 24 gennaio 2017, che ha ritenuto applicabile alle fattispecie in esame il Codice del Consumo ed il regolamento CONSOB n. 18592 del 26 giugno 2013). In favore di tale impostazione militerebbe la circostanza che la nozione di “prodotto finanziario” appare astrattamente capace di abbracciare ogni strumento idoneo alla raccolta del risparmio, comunque denominato o rappresentato, purché rappresentativo di un impiego di capitale (e dunque troverebbe applicazione la nozione di cui alla lettera u) dell’art. 1 del d.lgs. n. 58/1998 – TUF). L’art. 1, comma 4, del TUF, secondo cui “i mezzi di pagamento non sono strumenti finanziari”, osterebbe così alla equiparazione generale ed astratta delle criptovalute agli strumenti finanziari, ma non alla riconduzione a tale nozione di quelle operazioni che risultino connotate da utilizzo di capitale, assunzione di un rischio connesso al suo impiego ed aspettativa di un rendimento di natura finanziaria (in questo senso viene richiamato l’orientamento della CONSOB sotteso a più recenti delibere, evidenziate in dottrina, come la nr. 19866/2017, avente ad oggetto la sospensione dell’attività pubblicitaria per l’acquisto di pacchetti di estrazione di criptovalute; 20207/2017, divieto dell’offerta di portafogli di investimento in criptomonete; 20720/2018 e 20742/2018, ordine di porre termine alla violazione dell’art. 18 del TUF).

La tesi di parte ricorrente, dunque, secondo la quale la moneta virtuale non sarebbe in alcun modo riconducibile ad investimenti di tipo finanziario in quanto avente mera natura di mezzo di scambio, presta il fianco a più di una obiezione, già sul piano strettamente dogmatico.

VI) Sul piano normativo, come la stessa parte ricorrente riferisce, sono poi intervenuti il d.lgs. n. 90 del 2017 e la dir. 2018/843/UE del 30 maggio 2018, che accolgono, invero, una formale definizione della moneta elettronica come “mezzo di scambio” (art. 1, comma 2, lett. qq) del d.lgs. n. 231/2007, come modificato dall’art. 1 del d.lgs. 90/2017). Nel teso risultante dalle modifiche apportate in corso di causa all’art. 1 del d.lgs. 231/2007 dal D.Lgs. 4 ottobre 2019, n. 125 (quindi successive al provvedimento impugnato, ma comunque rilevante al fine di orientare l’interprete), viene definita (lett. qq) “valuta virtuale: la rappresentazione digitale di valore, non emessa né garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

Alla lettera (s) vengono definiti, quali “mezzi di pagamento”: “il denaro contante, gli assegni bancari e postali, gli assegni circolari e gli altri assegni a essi assimilabili o equiparabili, i vaglia postali, gli ordini di accreditamento o di pagamento, le carte di credito e le altre carte di pagamento, le polizze assicurative trasferibili, le polizze di pegno e ogni altro strumento a disposizione che permetta di trasferire, movimentare o acquisire, anche per via telematica, fondi, valori o disponibilità finanziarie”; infine, (lett.ff) sono “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale: ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale”.

VI.a) Si tratta di interventi normativi espliciti che sono rivolti a conferire un inquadramento formale alle categorie applicabili alle operazioni con le monete virtuali e come tali – differentemente da quanto sostenuto a sostegno del ricorso – si collocano in coerenza ed in continuità con l’elaborazione dogmatica dell’istituto, concorrendo a definirne il regime specie ai fini del monitoraggio e della prevenzione del riciclaggio, ma con evidenti ricadute anche in termini di trattamento fiscale.

Infatti, la nozione di cui alla lett. “qq” sopra riportata, non si limita a qualificare la moneta elettronica quale “mezzo di scambio”, ma contempla espressamente la possibilità che tramite il suo impiego si compiano operazioni di “acquisto beni e servizi” oppure “finalità di investimento”, recependo quella caratteristica duttile delle “rappresentazioni digitali di valori” già avvertita in dottrina – come si è visto dapprima – che consente a queste ultime di veicolare più tipologie di operazioni e scambi (aspetto, del resto, che le stesse parti ricorrenti evidenziano nella loro esposizione preliminare ai motivi di ricorso).

Ne deriva una qualificazione fondata su una definizione “funzionale” dell’oggetto (ovvero teleologica e non meramente tipologica), che impone di ricondurre alle pertinenti forme (esistenti) di tassazione non già il mero possesso di valute virtuali in quanto tali, bensì il loro impiego e la loro utilizzazione entro il novero delle diverse operazioni possibili, coerentemente con la loro natura effettiva, che è – per l’appunto – “rappresentativa di valori” (sia pure scaturente da un riconoscimento pattizio e volontario dei soggetti che le utilizzano), che, a loro volta, sono costituiti da utilità economiche e giuridiche come tali valutabili e pertinenti al patrimonio del soggetto titolare, quindi espressivi di capacità contributiva.

VII) Sotto tutti questi profili, dunque, sono infondati i motivi e le argomentazioni dedotte in ordine alla illegittimità degli atti impugnati per violazione del d.lgs. n. 231/2007, così come modificato dal d.lgs. n. 90/2017, nella parte in cui all’art. 1, co. 2, lett.qq) e ff), riconduce in via definitoria le valute virtuali a mezzi di scambio; in aggiunta, nella parte in cui, all’art. 3, co. 5, lett. i), qualifica i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuali come operatori “non finanziari”; infine, per violazione dell’art. 4, commi 1 e 4, del d.l. n. 167/1990, nei quali è previsto il contenuto da indicare del quadro RW, e che ne impedirebbe l’inserimento di ogni forma di attività che non sia riconducibile all’investimento all’estero o all’attività finanziaria all’estero.

VII.a) Non è neppure predicabile, nell’odierno giudizio, che la modifica delle istruzioni per la compilazione del Modello Unico comporti alcuna violazione dei principi eurounitari affermati nella sentenza di cui alla Corte di Giustizia del 22 ottobre 2015 nella causa C-264/14 e nella Quinta Direttiva antiriciclaggio 2018/843, come prospetta parte ricorrente.

Invero, l’accoglimento di una nozione “funzionale” della moneta virtuale, nei sensi che si sono indicati, comporta che è soggetta a tassazione non la moneta virtuale come mezzo finanziario in sé, ma l’utilizzo della moneta virtuale ai diversi fini che essa rende possibili (finanziari o di acquisto di beni e servizi, a seconda dei casi); va pertanto esclusa la violazione degli artt. 49 e ss., 56 e ss. nonché degli 179 e ss. del TFUE in rapporto alla libertà di stabilimento dei cittadini degli Stati Membri ed alla libera prestazione dei servizi; né risulta violato, in alcun modo, l’obiettivo di rafforzare le basi scientifiche e tecnologiche dell’Unione e di eliminare gli ostacoli giuridici e fiscali alla cooperazione in tale ambito; infine, non sussistono contrasti con il dettato della Quinta Direttiva antiriciclaggio, il cui recepimento è previsto entro il 10 gennaio 2020, nella parte in cui espressamente esclude lo status di valuta o moneta alla valute virtuali, dal momento che tale “status” non è essenziale ai fini del regime fiscale di cui si discute; infine, va esclusa la violazione del principio di proporzionalità, del diritto al rispetto della vita privata, del diritto alla protezione dei dati di carattere personale e della libertà d’impresa di cui alla Carta dei diritti, tutti richiamati nella citata Quinta direttiva 2018/843, la cui violazione è affermata dalle parti ricorrenti in linea di mero principio.

VIII) In forza di quanto sin qui ritenuto, deve confermarsi il metodo operativo (ovvero la riconduzione dell’utilizzo della moneta elettronica entro canoni giuridico-fiscali già esistenti) sotteso agli orientamenti dell’Agenzia delle Entrate che sono espressi ed approfonditi nella Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate nr. 72/E del 2016 e nell’Interpello nr. 956-39/2018 e che non risultano contraddetti dalle “istruzioni” oggetto dell’odierna azione di annullamento, come le parti ricorrenti prospettano. Per le medesime ragioni, va respinto il presupposto teorico sotteso all’azione delle odierne ricorrenti, secondo le quali, in sostanza, in assenza di una normativa appositamente elaborata per la tassazione delle monete virtuali, queste ultime non potrebbero essere soggette a tassazione secondo la categoria dei redditi finanziari, essendo dedotti a sostegno di tale tesi argomenti che inducono a ritenere l’affermazione di una sorta di “extraterritorialità” assoluta, intesa come esclusione da (ogni) giurisdizione nazionale in dipendenza della natura solo informatica – e per questo, appunto, aterritoriale – dei relativi valori.

VIII.a) A tacere della opinabilità della tesi già sul piano concettuale (come accennato, i valori sottesi alla rappresentazione digitale sono pur sempre riconducibili ad una ricchezza fisica che esprime capacità contributiva, potendosi discutere soltanto di quali regole effettive possano consentire di accertare il relativo collegamento), appare evidente che essa è priva di riferimenti alla realtà fattuale dell’ordinamento (non solo nazionale), nel quale l’elaborazione giuridica sta già da tempo individuando gli strumenti concettuali e formali per ricondurre il regime giuridico delle criptovalute e delle monete virtuali a moduli normativi e giuridici esistenti; strumenti già ampiamente sufficienti a giustificarne l’inclusione entro i consueti parametri di capacità contributiva che ne radicano l’imposizione fiscale; e ciò, si sottolinea, non solo a livello nazionale, ma in tutti i Paesi quantomeno con comuni tradizioni giuridiche ed ordinamentali (l’indagine potrebbe facilmente estendersi).

IX) Tali considerazioni conducono a respingere anche l’ultimo argomento ancora da esaminarsi, secondo cui l’utilizzo di moneta virtuale in rapporto ad investimenti esteri non genererebbe materia imponibile secondo il TUIR in Italia, dal momento che quest’ultimo non ne annovera la fonte entro la nozione “chiusa” di “redditi diversi”.

Si tratta di una petizione di principio, dal momento che l’utilizzo della moneta elettronica ai fini di cui si discute, non costituisce “titolo” per la formazione di una particolare categoria di redditi, bensì questi ultimi derivano dall’impiego di moneta elettronica per finalità di investimento o di scambio di beni e servizi, con conseguenza possibilità di realizzazione di plusvalenze o altri redditi tassabili in base alla loro natura.

A questo proposito, non si rinvengono elementi per escludere – ai fini del presente giudizio e nei relativi limiti – quanto dedotto dall’Avvocatura, ovvero che in Italia il trattamento fiscale dell’uso della moneta elettronica ricade – per quanto concerne l’odierna controversia, inerente la dichiarazione dei redditi delle persone fisiche – entro il novero dell’art. 67 del DPR 22/12/1986 n. 917, come variamente indicato nelle Risoluzioni dall’Agenzia delle Entrate sopra indicate (per l’effetto, non sono soggette a tassazione le operazioni a pronti, in quanto manca la finalità speculativa, salvo plusvalenze o minusvalenze allorquando la valuta derivi da prelievi da portafogli elettronici o “wallet” – conti digitali, per i quali la giacenza media superi i limiti meglio indicati all’art. 67 TUIR, comma 1, lett. c-ter e comma 1 ter; sono soggetti a tassazione come redditi diversi di natura finanziaria, i redditi derivanti da cessioni a termine, ex art. 67 TUIR, comma 1, lett. c-ter; sono soggetti a tassazione come redditi diversi di natura finanziaria quelli derivanti dalle operazioni sul mercato FOREX e CFD ex art. 67, comma 1, lett. c – quater) del TUIR; se tali redditi sono percepiti da persona fisica al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, sono soggetti ad imposta con aliquota sostitutiva del 26 per cento, a norma dell’articolo 3, comma 1 del D.L. 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla Legge 23 giugno 2014, n. 89, e sono da indicarsi nel quadro RT del relativo Modello).

X) Ciò posto, anche sotto tutti i profili sin qui considerati va confermato che i provvedimenti impugnati non costituiscono il titolo della tassazione della moneta elettronica della cui illegittimità le parti ricorrenti si dolgono, essendo meramente ricognitivi di una disciplina generale che ha la propria fonte nella legge e che deve trovare attuazione nei provvedimenti costitutivi del rapporto di imposta che spettano ai contribuenti (nelle relative dichiarazioni dei redditi) ed all’Amministrazione finanziaria (nell’attività di accertamento e riscossione).

Entro il descritto rapporto di imposta, potrà essere fatta valere ogni altra questione dedotta in merito ai limiti ed alla legittimità dei relativi presupposti – con particolare riferimento alla asserita non territorialità della moneta elettronica ed ai criteri di collegamento con il titolare dei relativi valori – che non può essere sollevata in astratto nella sede di giurisdizione generale di legittimità.

Quanto sin qui ritenuto induce a chiarire che, in ordine a detti aspetti e censure, non opera la “traslatio judicii”, trattandosi di gravame proposto al di fuori dal rapporto di imposta e da soggetti che hanno agito non già come contribuenti, ma a tutela di un interesse di tipo latamente politico-culturale”.

… … …

1) Gli atti con i quali, nell’approvare le istruzioni per la compilazione del Modello Unico Persone Fisiche 2019, si indicano come da inserire nel quadro RW, tra i redditi finanziari di provenienza estera, anche le valute virtuali, non hanno natura costitutiva della corrispondente obbligazione tributaria, ma sono meramente ricognitivi di obblighi dichiarativi già esistenti, come definiti ai sensi degli artt. 1 e 4 del DL 167/1990, convertito in l. 227/1990 (modificati dal dlgs 90/2017) e nei relativi limiti.

2) Il trattamento fiscale dell’utilizzo delle criptovalute opera in forza della natura delle operazioni poste in essere mediante detti valori (oltre che, naturalmente, in base alla natura dei soggetti utilizzatori e delle relative attività, imprenditoriali o meno), laddove (e nella misura in cui) detto utilizzo generi materia imponibile.

3) Non possono essere dedotte in sede di giurisdizione generale di legittimità censure attinenti i concreti presupposti e limiti della tassazione dell’utilizzo delle criptovalute ex art. 67 TUIR e della indicazione della moneta elettronica nel quadro RW del Modello Unico 2019, in quanto tali doglianze attengono alla attuazione del rapporto di imposta e vanno dedotte nel relativo ambito.

Per cui, il valore di Bitcoin e Criptovalute dovrebbe essere indicato nel Quadro RW della dichiarazione dei redditi ai fini del monitoraggio fiscale.

Detta impostazione è stata seguita dall’Agenzia delle Entrate anche con la Risposta ad interpello n. 788/2021, laddove è stato osservato che, con riferimento agli obblighi di monitoraggio fiscale, le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate residenti in Italia che, nel periodo d’imposta, detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi.

È stata richiamata la Circolare 23 dicembre 2013, n. 38/E, laddove veniva precisato che il medesimo obbligo sussiste anche per le attività finanziarie estere detenute in Italia al di fuori del circuito degli intermediari residenti.

Pertanto, con riferimento alla detenzione di valute virtuali da parte dei predetti soggetti, l’Amministrazione finanziaria ha ritenuto che tale obbligo sussista in quanto le stesse costituiscono attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia.

Con riferimento specifico al periodo di imposta 2020, secondo le istruzioni per la compilazione del Quadro RW, approvate con Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 29 gennaio 2021, andrebbe indicato nella colonna 3 “codice individuazione bene” il codice 14 (Altre attività estere di natura finanziaria e valute virtuali), senza compilare la colonna 4 “Codice Paese estero”.

Altresì, il Fisco ha richiamato la stessa sentenza 27 gennaio 2020, n. 1077, con la quale il TAR del Lazio si è pronunciato a favore della linea interpretativa adottata dall’Agenzia delle entrate, ribadendo che i soggetti titolari di valute virtuali sono obbligati a indicare tali valute nel quadro RW del Modello Redditi – Persone Fisiche.

Ai fini della compilazione di tale quadro, il controvalore in euro della valuta virtuale, detenuta al 31 dicembre del periodo di riferimento, andrebbe determinato al cambio indicato a tale data sul sito dove il contribuente ha acquistato la valuta virtuale.

Negli anni successivi, il contribuente dovrebbe indicare il controvalore detenuto alla fine di ciascun anno o alla data di vendita nel caso di valuta virtuale vendute in corso d’anno.

Infine, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che le valute virtuali non sono soggette all’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero (IVAFE) dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato, in quanto tale imposta si applica ai depositi e conti correnti esclusivamente di natura bancaria (cfr. circolare 2 luglio 2012, n. 28/E).

Qualora dovesse accreditarsi tale tesi dell’Agenzia delle Entrate, la mancata indicazione di Bitcoin e Criptovalute nel Quadro RW verrebbe punita con l’applicazione di una sanzione dal 3% al 15% dei valori non dichiarati per ciascun anno.

Qualora, invece, Bitcoin e Criptovalute fossero riconducibili a Paesi black list, le sanzioni sarebbero raddoppiate, diventando dal 6% al 30% dei valori non dichiarati. In questa ipotesi, inoltre, l’Agenzia delle Entrate  potrebbe presumere che il valore di Bitcoin e Criptovalute non dichiarate provengano da redditi sottratti ad imposizione i quali, in mancanza di prova contraria da parte del contribuente, potrebbero essere recuperati a tassazione.

Alla luce dei descritti aspetti critici collegati alla negoziazione delle Criptovalute assume particolare importanza la pianificazione e la gestione del patrimonio digitale, da un lato, per continuare a beneficiare dei considrevoli ritorni economici che garantisce il relativo mercato e, dall’altro, per evitare di incorrere in violazioni fiscali.

Infine, come sopra anticipato, le società intermediarie che esercitano professionalmente l’attività di negoziazione di Bitcoin e Criptovalute sono assimilabili ai soggetti tenuti ad adempiere agli obblighi in materia di antiriciclaggio e, pertanto, devono procedere alla adeguata verifica della clientela, alla registrazione nonché alla segnalazione, atteso che l’art. 1 del D.Lgs. n. 231/2007, a seguito delle modifiche apportate con il D.Lgs. n. 90/2017 e il D.Lgs. 4 ottobre 2019, n. 125, alla lettera ff) definisce “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale: ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale”.

6. Consulenza fiscale internazionale per il caso concreto

Le informazioni sopra indicate hanno carattere meramente generale, perché all’atto pratico la normativa fiscale internazionale è costellata di eccezioni e deroghe da applicarsi a seconda dei dettagli del preciso caso concreto in esame e che, quindi, non possono essere sottovalutate.

La fiscalità internazionale è la materia dei dettagli. Spesso accade che, anche un singolo dettaglio del caso concreto, apparentemente irrilevante, richieda una soluzione della problematica completamente diversa da quella ritenuta adeguata a un primo sguardo della situazione.

Inoltre, l’approfondimento della situazione concreta spesso esclude delle irregolarità che il contribuente pensava di aver commesso e, invece, mette in luce delle problematiche che il contribuente nemmeno pensava di avere.

Questo può capitare se il contribuente esamina la propria posizione dal punto di vista di una sola norma ritenuta “a priori” applicabile, quando, invece, il caso deve essere inquadrato, attraverso la necessaria analisi condotta alla luce dell’intero ordinamento tributario, sotto il profilo di una diversa norma.

Quindi, l’analisi fiscale internazionale è necessaria per inquadrare tutti i dettagli sostanziali del caso in esame ed evitare errori di valutazione da cui possano scaturire violazioni fiscali che darebbero luogo al recupero delle imposte evase e all’applicazione delle sanzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, tali da erodere il reddito prodotto dal contribuente e causargli un grave danno economico.

D’altra parte, la difesa da un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate non può mai essere efficace quanto la prevenzione delle violazioni fiscali attuata con una strategia di analisi preventiva.

Quindi la verifica da parte di un professionista specializzato in fiscalità internazionale circa le problematiche del preciso caso concreto costituisce un passaggio essenziale.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza nell’analisi delle questioni di fiscalità internazionale.

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale allo Studio ITAXA per il tuo preciso caso concretoscrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.