Carried interest: trattamento fiscale

1. Carried interest: definizione

I c.d. carried interest consistono in proventi che, nel settore del private equity, vengono utilizzati quale forma di incentivo riconosciuto al realizzarsi di determinati risultati, a favore di soggetti esposti ai rischi afferenti all’investimento.

Nel settore del private equity il carried interest viene speso concesso ai manager amministratori e/o dipendenti della Società di gestione del risparmio (SGR) e talvolta anche della società veicolo che effettua l’investimento, che agiscono come coinvestitori nella sottoscrizione di quote, azioni o strumenti finanziari con l’obiettivo di assimilare la propria posizione a quella degli altri soci sotto il profilo della condivisione del rischio.

Per effetto dell’assegnazione degli strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati si tende a promuovere la convergenza degli interessi dei gestori con quelli degli investitori ai fini della massimizzazione dei risultati della gestione. Tale incentivo spinge i gestori ad una scelta più accurata degli investimenti maggiormente redditizi e ad una responsabilizzazione nell’attività di gestione.

Particolarmente delicata è la tematica del trattamento fiscale dei proventi derivanti da strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati, percepiti da dipendenti ed amministratori di Società di gestione del risparmio, enti o società di gestione dei fondi.

Infatti, la possibilità che il manager possa rivestire il ruolo, da un lato, amministratore e dipendente della società e, dall’altro, di azionista o titolare di quote della società di cui è amministratore e dipendente, è suscettibile di creare incertezza in merito alla qualificazione del reddito dallo stesso percepito in reazione a tali strumenti. Nello specifico, si pone la questione di stabilire se questo debba essere qualificato come reddito di lavoro dipendente o assimilato (quale amministratore e dipendente) oppure come reddito di capitale (quale azionista o titolare di quote della società).

La normativa italiana prevede particolari regole utili a stabilire in quali casi gli strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati possano essere qualificati come redditi di capitale o diversi con una presunzione di qualificazione del reddito secondo legge.

Leggi ancheFiscalità internazionale: errori da evitare per tutelarsi.

2. La normativa tributaria italiana in materia di carried interest

L’art. 60 della Legge 21 giugno 2017, n. 96, rubricato “Proventi da partecipazioni a societa’, enti o OICR di dipendenti e amministratori”, stabilisce che i proventi derivanti dalla partecipazione, diretta o  indiretta, a società, enti o organismi di investimento collettivo del risparmio percepiti da dipendenti e amministratori di tali  società,  enti  od organismi di investimento collettivo  del risparmio ovvero  di soggetti ad essi  legati  da  un  rapporto  diretto  o  indiretto  di controllo o gestione, se relativi ad azioni, quote o altri  strumenti finanziari aventi diritti patrimoniali  rafforzati, si  considerano  in ogni caso redditi di capitale o redditi diversi se:

  • l’impegno di investimento complessivo di tutti i dipendenti  e gli amministratori  comporta  un  esborso effettivo pari ad almeno l’1% dell’investimento  complessivo effettuato dall’organismo di investimento collettivo del risparmio  o del patrimonio netto nel caso di società o enti;
  • i proventi delle azioni, quote o strumenti finanziari con i predetti diritti patrimoniali rafforzati  maturano  solo  dopo  che tutti i soci o partecipanti all’organismo di investimento  collettivo del  risparmio  abbiano  percepito  un  ammontare  pari  al  capitale investito e ad un rendimento minimo  previsto  nello  statuto  o  nel regolamento ovvero, nel caso di cambio di controllo, alla  condizione che  gli  altri  soci  o   partecipanti   dell’investimento   abbiano realizzato con la cessione  un  prezzo  di  vendita  almeno  pari  al capitale investito e al predetto rendimento minimo;
  • le azioni, le quote  o  gli  strumenti  finanziari  aventi  i citati diritti  patrimoniali  rafforzati   sono   detenuti   dai dipendenti e amministratori o,  in  caso  di decesso, dai loro eredi, per un periodo non inferiore a 5 anni o,  se precedente al decorso di tale periodo quinquennale, fino alla data di cambio di controllo o di sostituzione del soggetto  incaricato  della gestione.

Per calcolare l’esborso effettivo (pari ad almeno l’1% dell’investimento) bisogna tenere conto dell’ammontare assoggettato a tassazione come reddito in natura di lavoro dipendente o assimilato o di lavoro autonomo in sede di attribuzione o  sottoscrizione  delle azioni, quote o strumenti finanziari e,  nel  caso  di  soggetti  non residenti, dell’ammontare che sarebbe stato assoggettato a tassazione nel caso in cui questi ultimi fossero stati residenti in Italia. A tale fine occorre considerare anche l’ammontare  sottoscritto  in  azioni, quote  o  altri  strumenti  finanziari  senza  diritti   patrimoniali rafforzati.

Il trattamento fiscale in questione opera a condizione che i proventi derivino dalla partecipazione a organismi  di  investimento collettivo del risparmio, società o enti residenti o  istituiti  nel territorio italiano oppure che Stati  o territori che consentono un adeguato scambio di informazioni.

Quindi, i requisiti previsti dalla norma appartengono alle seguenti categorie:

  • soggetti interessati;
  • proventi in questione;
  • effettuazione di un investimento di ammontare minimo;
  • nella maturazione successiva ed eventuale del provento, subordinata alla restituzione agli altri soci del capitale investito ed all’attribuzione di un rendimento minimo;
  • periodo di detenzione minimo.

La seguente trattazione esamina ciascun requisito per l’applicazione del particolare regime di tassazione dei carried interest, anche sulla base delle indicazioni fornire dall’Agenzia delle Entrate con Circolare 16 ottobre 2017, n. 25, nonché con Risposta ad interpello n. 55/2020 e Risposta ad interpello n. 444/2023.

3. I soggetti interessati: amministratori e dipendenti

Da un punto di vista soggettivo, la normativa in questione riguarda i soggetti che abbiano un rapporto di lavoro dipendente o assimilato con società, enti o società di gestione dei fondi, inclusi di manager e dipendenti di società di consulenza finanziaria (c.d. advisory company).

E’, inoltre, necessario che le partecipazioni siano detenute in organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR), società o enti residenti o istituiti in Italia oppure in OICR società od enti residenti ed istituiti in Stati o territori che consentono un adeguato scambio di informazioni, individuati in base all’elencazione contenuta nel D.M. 4 settembre 1996 (Elenco degli Stati con i quali è attuabile lo scambio di informazioni ai sensi delle convenzioni per evitare le doppie imposizioni sul reddito in vigore con la Repubblica Italiana).

4. I proventi qualificabili come carried interest

Da un punto di vista oggettivo, i proventi a cui è rivolto il suddetto trattamento tributario sono quelli relativi ad azioni, quote o strumenti finanziari aventi diritti patrimoniali rafforzati, che quindi prendono il nome di carried interest.

Per quanto riguarda l’individuazione del diritto patrimoniale rafforzato, rifacendosi alle definizioni del settore del private equity, è possibile affermare che i carried interest presuppongono una partecipazione agli utili proporzionalmente maggiore rispetto a quelli degli altri investitori, a cui corrisponde l’assenza di diritti amministrativi, l’esistenza di temporanei vincoli alla trasferibilità e della postergazione nella distribuzione degli utili, in quanto potranno assumere rilevanza concreta solo se gli investimenti daranno complessivamente luogo a risultati economici al di sopra di determinate soglie.

Quindi, i diritti patrimoniali rafforzati si qualificano come diritti a ricevere una parte dell’utile complessivo generato dall’investimento in misura più che proporzionale all’investimento stesso e ordinariamente presuppongono che la generalità dei soci abbia ottenuto il rimborso del capitale investito oltre ad un rendimento adeguato (c.d. hurdle rate).

Per l’effetto, il maggior rendimento connesso agli strumenti finanziari in questione prende il nome di carried interest  (nella nomenclatura dell’ambito private equity e venture capital), quale incentivo riconosciuto, al realizzarsi di determinati risultati, ai soggetti maggiormente esposti al rischio derivante dall’investimento.

L’ambito di applicazione della disciplina in commento comprende anche le partecipazioni in settori diversi da quelli prettamente finanziari (es. settore industriale), anche in questo caso con lo scopo di attribuire il ruolo di co-investitori ai dipendenti coinvolti nella responsabilità della gestione di società diverse da quelle di investimento finanziario.

5. L’investimento minimo

In primo luogo, è necessario che l’impegno di investimento complessivo di tutti i dipendenti e gli amministratori comporti un esborso effettivo pari ad almeno l’1% dell’investimento effettuato dall’organismo di investimento collettivo del risparmio o del patrimonio netto nel caso di società o enti.

Il parametro di commisurazione dell’entità dell’investimento minimo richiesto ai manager cambia a seconda che si tratti di quote del fondo o partecipazioni in società, dipendendo anche dall’allocazione del diritto patrimoniale rafforzato, ovvero dalla circostanza che il provento derivi dal rendimento del fondo o dagli utili societari.

5.1. Investimento nei fondi

L’investimento effettuato dal fondo costituisce la base di commisurazione dell’investimento minimo dei manager sia nei casi in cui i diritti patrimoniali rafforzati derivino da quote del fondo detenute direttamente dal manager, sia nei casi in cui derivino da quote del fondo detenute tramite la SGR o società delegate alla gestione, compresi i casi in cui le quote del fondo siano intestate a società (di qualsiasi tipo) o ad altre entità giuridiche (ad esempio, fondazioni o trust), riconducibili, direttamente o indirettamente, ai manager. Il valore dell’investimento, comprensivo anche dei costi di gestione, deve essere individuato nell’ammontare di capitale richiamato ed impegnato dal fondo, al netto dell’indebitamento assunto dal fondo medesimo per realizzare l’investimento. L’eventuale computo della quota di investimento sovvenzionata mediante l’accensione di debiti, avrebbe, infatti, l’effetto di alterare il calcolo della percentuale dell’1%, poiché determinerebbe un valore dell’investimento complessivo superiore ai committment, ovvero all’ammontare totale delle sottoscrizioni.

Inoltre, viene richiesto che l’impegno di investimento complessivo dei manager e dipendenti comporti un esborso effettivo da intendersi come esborso monetario che espone il soggetto al rischio di perdita.

Il requisito dell’investimento minimo è soddisfatto se alla data di chiusura del periodo di sottoscrizione del fondo l’impegno complessivo dei manager/dipendenti rappresenta l’1% del totale delle sottoscrizioni, ritenendosi necessario che le quote vengano poi liberate a seguito del richiamo operato dal fondo, in applicazione del criterio dell’esborso effettivo, nell’ottica di garantire una effettiva partecipazione al rischio economico da parte del manager/dipendente.

Qualora l’ammontare delle quote richiamate sia inferiore a quello delle quote sottoscritte, per effetto dei minori investimenti deliberati, la determinazione della soglia dell’1% viene riproporzionata in ragione del minor investimento del fondo. Il requisito si intenderà integrato se i complessivi versamenti eseguiti dai manager e dipendenti siano pari all’1% degli investimenti effettuati dal fondo.

Raggiunta la soglia dell’1%, eventi successivi alla chiusura delle sottoscrizioni, quali la successione ereditaria, per mezzo della quale le quote del manager che hanno concorso al raggiungimento del limite di investimento minimo dell’1% vengono trasferite ad eredi non aventi qualifica manageriale (o di lavoratori subordinati), o la fuoriuscita del manager dalla compagine sociale, non fanno venire meno la sussistenza del requisito per gli altri manager o dipendenti, ferma restando la sindacabilità di eventuali comportamenti abusivi.

Nell’ammontare degli investimenti complessivi di dipendenti, amministratori, manager vanno calcolati anche gli strumenti finanziari attribuiti a manager e dipendenti a titolo di remunerazione, per i quali la condizione dell’esborso effettivo si sostanzia nell’assoggettamento a tassazione del relativo valore. Ove si tratti di soggetti non residenti, seguendo un principio di parità di trattamento, la normativa prevede che ai fini della determinazione dell’esborso effettivo si tenga conto dell’ammontare che sarebbe stato assoggettato a tassazione nel caso in cui questi ultimi fossero stati residenti in Italia.

Invece, la condizione dell’esborso effettivo, tesa a garantire l’effettiva partecipazione al rischio economico da parte del manager/dipendente, non sussiste nell’ipotesi di investimenti effettuati dal management mediante ricorso a finanziamenti accordati dal datore di lavoro o da terzi che, per effetto di rinuncia da parte del creditore o al verificarsi di determinate condizioni, escludano in tutto o in parte il rimborso del capitale sovvenzionato. Gli strumenti finanziari acquistati con tali finanziamenti non concorrono all’integrazione del requisito dell’investimento minimo richiesto ai fini della qualificazione reddituale dei carried interest. Questo perché il manager o dipendente in tali casi non assume un sostanziale ruolo di investitore non partecipando ad alcun rischio di perdita del capitale investito.

Al fine del raggiungimento della soglia di investimento dell’1% bisogna considerare sia l’ammontare sottoscritto da manager e dipendenti in strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati sia l’ammontare sottoscritto dagli stessi manager e dipendenti in strumenti finanziari senza diritti patrimoniali rafforzati. La partecipazione può essere anche indiretta, quali quote di carried interest detenute da una società partecipata dal manager (laddove la partecipazione non sia totalitaria) in misura proporzionale alla percentuale di partecipazione, fermo restando il rispetto della condizione relativa all’esborso effettivo. Invece, non rilevano ai fini della soglia in questione gli strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati sottoscritti da soggetti diversi dai manager (es. soci, sponsor e società di gestione non partecipate dai manager).

Inoltre, l’Agenzia delle Entrate, con Risposta ad interpello n. 55/2020, richiamata anche dalla successiva Risposta ad interpello n. 444/2023, ha ritenuto che la verifica della soglia dell’1% dovrebbe essere limitata ai soli investimenti effettuati dal manager direttamente nel fondo, ovvero al totale delle sottoscrizioni (committment), non potendosi attribuire alcuna rilevanza agli investimenti effettuati dal manager in strumenti finanziari di eventuali società target in cui il fondo investe.

5.2. Investimento nelle società

La soglia dell’1% dell’investimento minimo si calcola in base al patrimonio netto della società se lo strumento finanziario portatore dei carried interest detenuto direttamente o indirettamente dal manager rappresenta una quota del capitale della società.

A tale fine il patrimonio netto effettivo della società deve computarsi a valori correnti determinabili sulla base di apposite perizie di stima, tenendo conto anche dell’investimento effettuato dai manager o dai dipendenti. Detto valore del patrimonio netto rileva sia nel caso in cui l’investimento avvenga mediante sottoscrizione di azioni, quote o altri strumenti finanziari aventi diritti patrimoniali rafforzati in sede di aumento di capitale sociale sia nel caso di acquisto di tali titoli o strumenti da altri soggetti che li hanno sottoscritti o acquistati in precedenza.

Per la verifica del raggiungimento della soglia dell’1%, rileva l’investimento collettivo effettuato da tutti i potenziali beneficiari del regime in oggetto al momento della sottoscrizione dei titoli in sede di aumento di capitale sociale ovvero alla data del loro acquisto.

Quindi, ogni manager in tale momento deve considerare se il proprio investimento, unitamente a quelli effettuati dagli altri manager, rappresenti l’1% del valore corrente del patrimonio netto, ferma restando la condizione dell’esborso effettivo degli importi sottoscritti.

La base di commisurazione dell’investimento minimo è condizionata anche da investimenti posti successivamente in essere (mediante sottoscrizione di quote/azioni in sede di aumento di capitale sociale o acquisto di partecipazione societarie) da altri soggetti, diversi dai manager, con l’effetto che i manager dovranno adeguare i propri investimenti al fine di raggiungere la percentuale dell’1% del nuovo valore economico del patrimonio netto, per garantire il mantenimento costante dell’allineamento di rischi ed interessi tra manager ed investitori.

6. Il differimento della distribuzione dell’utile

Altro requisito fondamentale ai fini dell’operatività della normativa in questione è quello che i proventi derivanti dai diritti patrimoniali rafforzati maturano solo dopo che tutti i soci o partecipanti all’OICR  abbiano  percepito  un  ammontare  pari  al  capitale investito e ad un rendimento minimo  previsto  nello  statuto  o  nel regolamento ovvero, nel caso di cambio di controllo, alla  condizione che  gli  altri  soci  o   partecipanti   dell’investimento   abbiano realizzato con la cessione  un  prezzo  di  vendita  almeno  pari  al capitale investito e al predetto rendimento minimo.

SI pone la questione di stabilire se tale differimento nella distribuzione dell’extrarendimento precluda la possibilità di restituire (al pari degli altri investitori) ai manager titolari degli strumenti finanziari rafforzati il capitale e il rendimento minimo prima della maturazione dei carried interest. Tuttavia, la distribuzione differita che costituisce condizione di accesso alla presunzione legale di qualificazione del reddito riguarderebbe solo l’extra-rendimento, vale a dire componente finanziaria rafforzata, non anche il rimborso del capitale investito o il pagamento dei normali proventi correlati alle diverse categorie di quote emesse.

7. Il periodo minimo dell’investimento

Ulteriore requisito da rispettare per la qualificazione dei proventi derivanti dai diritti rafforzati alla stregua di redditi di capitale o diversi è dato dal periodo minimo di possesso degli strumenti finanziari con diritti patrimoniali rafforzati non inferiore a cinque anni (c.d. holding period), dettato dall’esigenza di garantire la tendenziale convergenza di interessi tra gestori e altri investitori per un orizzonte temporale apprezzabile.

Tale vincolo temporale riguarda sia le azioni, quote o gli strumenti patrimoniali aventi i suindicati diritti patrimoniali rafforzati sia anche gli strumenti finanziari non aventi tali diritti che, unitamente a quelli aventi diritti patrimoniali rafforzati, concorrono al raggiungimento della percentuale di investimento minimo.

Ne deriva che, l’eventuale dismissione nel corso del quinquennio di tali strumenti finanziari senza diritti patrimoniali rafforzati determina il venir meno della qualificazione reddituale ope legis.

Il quinquennio decorre dalla data delle singole sottoscrizioni e deve essere compreso anche il periodo di possesso delle predette quote da parte degli eredi, in caso di decesso dei dipendenti o amministratori.

Inoltre, è prevista una deroga a tale principio solo in caso di cambio di controllo o di sostituzione del soggetto incaricato della gestione (es. il caso in cui il management cede la propria partecipazione unitamente al trasferimento del controllo della società partecipata oppure in cui il management detiene e cede la partecipazione nella società il cui controllo è trasferito, per il tramite di un proprio veicolo societario che dopo la cessione distribuisce gli utili e se del caso viene posto in liquidazione avendo esaurito il proprio scopo di investimento).

8. La qualificazione fiscale dei carried interest

Il rispetto dei predetti requisiti permette di qualificare il provento percepito dal manager o dal dipendente come reddito di natura finanziaria a prescindere da qualsiasi legame con l’attività lavorativa prestata presso la società, ente o OICR partecipati o presso società od enti collegati o controllati dalle prime.

Invece, il mancato rispetto dei parametri fissati dalla normativa richiede di occuparsi della precisa qualificazione fiscale del provento, in quanto non vigerebbe più la presunzione di legge tesa ad escludere che il provento possa rappresentare una remunerazione dell’attività lavorativa prestata dal manager.

In queste ipotesi, possono essere utilizzati i seguenti parametri:

  • l’idoneità dell’investimento, anche in termini di ammontare, a garantire l’allineamento di interessi tra investitori e management e la correlata esposizione al rischio di perdita del capitale investito che contraddistingue l’investimento del management, quale indice della natura finanziaria del provento;
  • la presenza di pattuizioni che incidano in senso negativo sulla posizione di rischio del manager fino a neutralizzarla del tutto, non permettono di qualifica il provento come reddito di capitale o diverso;
  • la clausole di good o bad leavership, in linea generale la loro presenza costituisce indicatore utile a collegare il provento all’impegno profuso dal manager nell’attività lavorativa, quindi quale reddito di lavoro, salvo la presenza di esposizione ad un effettivo rischio di perdita del capitale investito, che permette di propendere per la natura finanziaria del reddito;
  • il riconoscimento al manager del diritto di mantenere la titolarità degli strumenti finanziari anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro costituisce un’indicazione sufficiente ad escludere in radice uno stretto legame con l’attività lavorativa del manager e della natura finanziaria del reddito in questione;
  • una remunerazione del manager per la sua attività lavorativa che si attesti ben al di sotto dei parametri di mercato potrebbe infatti indurre a considerare il carried interest una integrazione della retribuzione ordinaria sotto forma di bonus per l’attività lavorativa svolta;
  • l’eventuale detenzione di strumenti finanziari aventi le medesime caratteristiche da parte degli altri soci (al pari del management), può essere un indicatore della natura finanziaria del reddito in questione nella misura in cui riflette la remunerazione del rischio di perdita assunto con l’investimento.

D’altra parte, qualora sussista un dubbio sulla precisa qualificazione dei redditi percepiti dai manager, è preferibile presentare istanza di interpello all’Agenzia delle Entrate, con l’assistenza di un professionista specilizzato in materia.

9. Tassazione dei carried interest e agevolazioni fiscali

Come abbiamo visto, l’applicazione della predetta normativa ai carried interest, permette di qualificarli come redditi di natura finanziaria. Diversamente, qualora non sussistano i requisiti di legge, i carried interest potrebbero anche essere qualificati in maniera diversa come, ad esempio, redditi di lavoro dipendente.

Ebbene, in questi due scenari, sussistono dei regimi fiscali di vantaggio a favore del contribuente, quali:

  • Flat Tax 100.000“, per i percettori di carried esteri, quali redditi esteri di natura finanziaria;
  • Incentivi per il “Rientro dei Cervelli“, per il contribuenti che percepiscono dei carried interest qualificabili come redditi di lavoro dipendente prodotto nel territorio italiano.

Di seguito, quindi, si esaminano le due tipologia di incentivi fiscali.

9.1. Flat Tax 100.000 sui carried interest esteri

La Legge di bilancio 2017 ha introdotto l’art. 24-bis del TUIR, il quale prevede un nuovo regime di Flat Tax di euro 100.000 per i Neo Residenti Facoltosi (resident non domiciled) – singolare rispetto ai regimi res non dom già in vigore in Regno Unito, Malta e Portogallo – vale a dire un regime di tassazione sostituiva dei redditi prodotti all’estero dalle persone fisiche facoltose che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia e che rispettano determinati requisiti previsti dalla norma.

Il nuovo regime Flat Tax di euro 100.000 per i Neo Residenti Facoltosi è sicuramente indirizzato alla categoria dei soggetti non residenti che detengono grandi patrimoni all’estero, appartenenti alla categoria dei HNWI (“ high net worth individuals ”), i quali pur trasferendo la loro residenza fiscale in Italia hanno la possibilità di non venire assoggettati al principio di tassazione dei redditi su base mondiale, normalmente applicato ai contribuenti fiscalmente residenti in Italia, e di scontare un’imposizione fissa più bassa di quella ordinaria.

La scelta dell’opzione per il regime Flat Tax di euro 100.000 per i Neo Residenti Facoltosi deve, tuttavia, essere ponderata in ragione delle caratteristiche delle giurisdizioni fiscali straniere in cui vengono prodotti i redditi dell’interessato, perché dal concorso del nostro Paese con gli altri Stati nella tassazione di tali redditi potrebbero derivarne fenomeni di doppia imposizione, i quali non sempre verrebbero evitati attraverso l’applicazione delle Convenzioni contro le doppie imposizioni.

9.2. Rientro dei Cervelli 2024: i nuovi requisiti per i lavoratori impatriati

Con l’art. 5 del D.Lgs. n. 209 del 27 dicembre 2023, in vigore dal 29 dicembre 2023, nell’ambito delle dell’attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale, sono stati approvati i nuovi incentivi per il rientro dei cervelli e, in particolar modo, per i lavoratori impatriati.

Nello specifico, si assiste ad una restrizione dell’ambito di applicazione di tale incentivo fiscale, attraverso l’introduzione di nuove regole.

Infatti, a partire dal 1° gennaio 2024, viene disposta l’abrogazione dell’art. 16 del D.Lgs. n. 147/2015, in materia di incentivi fiscale per i vecchi impatriati, e dell’art. 5, commi 2-bis, 2-ter e 2-quater, del D.L. n. 34/2019, riguardante la proroga di tali incentivi fiscali.

Invece, le vecchie disposizioni continuano ad operare per i soggetti che abbiano trasferito la propria residenza anagrafica in Italia entro il 31 dicembre 2023.

Secondo la nuova disposizione, che produce effetti per i contribuenti che trasferiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal 1° gennaio 2024, beneficiano degli incentivi fiscali solo i redditi di lavoro dipendente, i redditi assimilabili a quelli di lavoro dipendente e i redditi di lavoro autonomo, restando, invece, esclusi i redditi d’impresa.

Altra novità consiste nel limite al reddito potenzialmente agevolabile, essendo fissato il tetto massimo di un reddito di euro 600.000,00. La norma in questione precisa che detto limite di riferisce a ciascun anno, quindi non all’interno quinquennio di periodo agevolato.

Anche la percentuale di non imponibilità dei redditi oggetto di agevolazione cambia, passando dal 70% (oppure 90% per i lavoratori che si trasferiscono nelle regioni del Centro-Sud) dei vecchi impatriati, al 50% per i nuovi lavoratori che rientrano in Italia. Per cui si assiste ad una eliminazione dell’incremento dell’agevolazione fiscale per i lavoratori impatriati che decidono di traferire la residenza nelle Regioni del Mezzogiorno.

Per accedere ai nuovi incentivi per gli impatriati, il lavoratore deve rispettare i seguenti requisiti:

  • impegnarsi a risiedere fiscalmente nel territorio italiano per almeno 4 anni;
  • non essere risultato fiscalmente residente in Italia nei 3 anni precedenti il predetto trasferimento;
  • svolgere l’attività lavorativa per la maggior parte del periodo d’imposta nel territorio italiano;
  • appartenere alla categoria di lavoratori con requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

Alcuni requisiti aggiuntivi, inoltre, in termini di permanenza all’estero prima del rientro in Italia, vengono previsti per i contribuenti che proseguono la propria attività lavorativa alle dipendenze dello stesso datore di lavoro o di uno appartenente al medesimo gruppo.

In questo caso, infatti, viene previsto che la permanenza all’estero deve essere di:

  • 6 anni: se il contribuente non ha lavorato in Italia a favore dello stesso datore di lavoro oppure di un soggetto appartenente al suo stesso gruppo;
  • 7 anni: se l’interessato, prima del suo trasferimento all’estero, ha lavorato alle dipendenze del medesimo datore di lavoro oppure di altro datore di lavoro appartenente allo stesso gruppo.

Per quanto riguarda la definizione di soggetti appartenenti al medesimo gruppo, essi si identificano in coloro che hanno un rapporto di controllo diretto o indiretto ai sensi dell’articolo 2359 (comma 1, n. 1) c.c. oppure che sono sottoposti al comune controllo diretto o indiretto da parte di un altro soggetto.

Viene precisato che, qualora la residenza fiscale italiana non sia mantenuta per almeno 4 anni consecutivi al rientro in Italia, il lavoratore decade dai benefici e l’Agenzia delle Entrate provvede al recupero delle imposte nel frattempo risparmiate e dei relativi interessi.

Sulla base dei nuovi requisiti appare chiaro che, a differenza della precedente normativa, risulta allungato sia il periodo in cui bisogna risultare residenti all’estero (prima fissato a 2 anni) sia quello di permanenza al rientro in Italia (da 2 a 4 anni).

Risulta anche ristretta la tipologia di lavoratori a cui si rivolge il nuovo incentivo fiscale, atteso che, in precedenza non v’era nessuna distinzione tra i lavoratori per tipologia di attività svolta, invece adesso possono accedere all’agevolazione solo lavoratori con requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

Altresì, a differenza della precedente normativa, i nuovi incentivi fiscali non trovano più applicazione ai soggetti che rientrano in Italia per svolgere attività d’impresa, risultando i redditi d’impresa esclusi dalla nuova formulazione normativa.

La nuova diposizione conferma la fruizione del beneficio fiscale per la durata di 5 anni d’imposta.

La percentuale di non imponibilità dei redditi diventa del 60% (invece di quella ordinaria del 50%) per il lavoratore impatriato che:

  • si trasferisce in Italia con un figlio minore che resti in Italia;
  • vedesse la nascita un figlio ovvero provvedesse all’adozione di un soggetto minorenne (che permanga in Italia) durante il periodo di fruizione del regime, in questo caso fruendo del maggior beneficio fiscale a partire dal periodo d’imposta in corso al momento della nascita o dell’adozione e per il residuo periodo agevolabile.

A differenza delle precedenti agevolazioni fiscali, non si fa più riferimento alla proroga della loro applicazione per ulteriori 5 anni in caso di acquisto di un immobile di tipo residenziale oppure in presenza di prole minorenne o a carico al rientro in Italia.

Tuttavia, in maniera eccezionale, per il contribuente che trasferisce la residenza anagrafica in Italia nell’anno 2024 il beneficio fiscale per i lavoratori impatriati si applica per ulteriori 3 periodi di imposta, nella misura della non imponibilità dei redditi al 50%, a condizione che questi sia divenuto proprietario, entro il 31 dicembre 2023 e, in ogni caso, nei 12 mesi precedenti al trasferimento, di un’immobile di residenza in Italia.

Per i contribuenti che non sono risultati iscritti all’AIRE per il periodo trascorso all’estero, viene confermata la possibilità di dimostrare la residenza fiscale estera sulla base della Convenzione contro le doppie imposizioni con il Paese estero.

Con la Legge di Bilancio 2024 (Legge 30.12.2023, n. 213) è stato introdotto un regime sanzionatorio per i cittadini italiani che, pur trasferendosi all’estero per lunghi periodi, non provvedano alla loro iscrizione all’AIRE.

A tal proposito si ricorda che la richiesta di iscrizione all’AIRE deve essere presentata dal contribuente all’Ufficio Consolare competente entro 90 giorni dall’arrivo nella circoscrizione Consolare.

L’omissione della dichiarazione di trasferimento di residenza all’estero, ai sensi dell’art. 1, comma 242, della Legge di Bilancio 2024, è soggetta alla sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro per ciascun anno in cui perdura l’omissione.

Se la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziate attività amministrative di accertamento delle quali l’autore della violazione abbia avuto formale conoscenza, la sanzione è ridotta ad un decimo del minimo di quella prevista, qualora la dichiarazione è presentata con ritardo non superiore a novanta giorni.

Il comune nella cui anagrafe è iscritto il contribuente trasgressore si occupa dell’accertamento e dell’irrogazione della sanzione (applicandosi il procedimento di cui alla Legge 24 novembre 1981, n. 689).
L’accertamento e l’irrogazione delle sanzioni sono notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui l’obbligo anagrafico non risulta adempiuto o la dichiarazione risulta omessa. I proventi delle sanzioni di cui al presente articolo sono acquisiti al bilancio del comune che ha irrogato la sanzione.

Le nuove modifiche sull’agevolazione fiscale per il rientro dei cervelli non riguardano anche gli incentivi fiscali per i “docenti e ricercatori” che rientrano a lavorare in Italia, i quali continuano a trovare applicazione secondo le vecchie regole.

Alla luce delle nuove disposizioni in tema di lavoratori impatriati e delle nuove restrizioni introdotte alla sua operatività, è necessario procedere con maggiore cautela nell’applicazione di tali incentivi fiscali, onde evitare di incorrere nelle relative preclusioni di legge.

Di fronte al nuovo cambio di rotta del Governo nelle scelte di attrarre il capitale umano dall’estero, non è possibile sottacere che, il maggior rigore dei requisiti agevolativi per coloro che tornino in Italia per lavorare alle dipendenze del medesimo datore di lavoro o del datore di lavoro appartenente al medesimo gruppo, risulta particolarmente penalizzante proprio per i lavoratori che hanno acquisito nuove competenze all’estero e che intendessero farne applicazione nel territorio italiano.

Nel presente quadro di riforma, i contribuenti sono chiamati a compiere le opportune verifiche volte ad accertare se essi possano ancora beneficiare dei vecchi e più convenienti benefici fiscali, oppure se debbano affidarsi alle maglie più stringenti e ai meno appetibili vantaggi della nuova versione degli incentivi fiscali.

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10. Consulenza fiscale internazionale per il caso concreto

La verifica da parte di un professionista specializzato in Fiscalità internazionale circa la qualificazione dei carried interest oppure dell’opportunità di presentare istanza di interpello all’Agenzia delle Entrate oppure, ancora, circa l’applicabilità della “Flat Tax 100.000” o degli incentivi per il “rientro dei cervelli” nel preciso caso concreto costituisce un passaggio fondamentale, per non correre il rischio che la qualificazione reddituale prescelta oppure l’agevolazione fiscale individuata possa venir legittimamente negata dall’Agenzia delle Entrate a distanza di diversi anni con il recupero dell’imposta evasa nonché di sanzioni e interessi conseguenziali.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza in pratiche di questo tipo e nella comprensione dell’approccio dell’Amministrazione finanziaria rispetto ai relativi casi.

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale allo Studio ITAXAscrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.