Costi Black List: eliminate le regole sulla indeducibilità

La Legge di Stabilità per il 2016 ha eliminato la disciplina che limitava la deducibilità dei costi sostenuti dalle imprese italiane nei rapporti con imprese estere localizzate nei paradisi fiscali (cd. “ Costi Black List ”), già modificata con il c.d. Decreto “Crescita e internazionalizzazione delle imprese”.

Prima della riforma: limitazioni alla deducibilità dei Costi Black List

  • In un primo momento la normativa sui Costi Black List (art. 110, commi 10, 11 e 12, del TUIR) prevedeva che non erano ammessi in deduzione i costi derivanti da operazioni intercorse con imprese estere (senza legami di controllo o collegamento) ubicate in Stati qualificati come paradisi fiscali sulla base del Decreto Ministeriale 23.01.2002.  Tale regola veniva disapplicata solo qualora il contribuente avesse dimostrato che l’impresa estera svolgeva prevalentemente attività commerciale effettiva e che le operazioni con essa intercorse rispondessero ad un reale interesse economico e fossero state effettivamente eseguite.
  • Il cd. Decreto “Crescita e internazionalizzazione delle imprese” (D.Lgs. 147/2015), mitigando la portata della norma, stabiliva che, anche nei rapporti con le imprese ubicate nei paradisi fiscali, i costi erano deducibili nel limite del valore normale dei beni e dei servizi acquistati (“arm’s lenght price”).  Rimaneva indeducibile quella parte di costo eccedente il valore normale, sempre che il contribuente non avesse fornito la suddetta prova circa l’effettività dell’attività dell’impresa estera e della prestazione da essa eseguita.

Adesso: Costi Black List deducibili con le regole ordinarie

Motivi della riforma

Le modifiche introdotte con il cd. Decreto “Crescita e internazionalizzazione delle imprese” probabilmente non hanno convinto il legislatore fiscale, per almeno 3 motivi.

  • Negli ultimi tempi si è posto l’accento, soprattutto in giurisprudenza, sul fatto che la normativa sui Costi Black List (art. 110, commi 10, 11 e 12, del TUIR) potesse entrare in contrasto con le Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate tra l’Italia e alcuni Paesi rientranti nella lista dei paradisi fiscali.  Tali Convenzioni, infatti, prevedendo il cd. principio di non discriminazione fiscale nel trattamento delle operazioni intercorse tra soggetti residenti e quelle che, invece, coinvolgono imprese dell’altro Stato (art. 24, paragrafo 4, Modello OCSE), non tolleravano l’applicazione della citata norma interna che discriminava le operazioni perfezionate con soggetti stranieri riservandovi delle penalizzazioni fiscali.  Dal contrasto tra normativa interna e convenzionale solo quest’ultima ne sarebbe risultata vittoriosa, per effetto dell’applicazione dell’art. 117 della Costituzione, in base alla quale gli accordi internazionali limitano la potestà del nostro Stato e, quindi, trovano applicazione privilegiata rispetto alla legge ordinaria interna.
  • Con l’uscita di Svizzera, San Marino, Lussemburgo, Monaco, Isole Cayman, Hong Kong e altri Paesi dalla Black List dei costi, quest’ultima risultava spogliata del suo contenuto, a tal punto da non valere più la pena di mantenere in piedi il gravoso regime in questione.
  • Lo scambio di informazioni con le autorità fiscali estere, implementato negli ultimi anni, permetterebbe di venire a conoscenza della natura effettiva o fittizia delle operazioni intercorse tra le imprese residenti e quelle estere, cosicché non si giustifica più il pesante onere del contribuente di provare l’effettività del costo sostenuto.

Eliminazione dei Costi Black List

Arriviamo quindi alla Legge di Stabilità per il 2016 (legge 208/2015) la quale, oltre a modificare la disciplina “CFC Black List”, ha eliminato la normativa sui Costi Black List (abrogando i commi da 10 a 12-bis dell’art. 110 del TUIR), con i seguenti effetti.

  • Dal 1° gennaio 2016 tutti i costi sostenuti dall’impresa sono deducibili in base alle regole ordinarie previste dall’art. 109 del TUIR.
  • Viene meno anche l’obbligo, precedentemente previsto, della separata indicazione in dichiarazione dei Costi Black List e, pertanto, anche la relativa sanzione amministrativa disposta per il caso di violazione di tale obbligo (art. 8, comma 3-bis, D.Lgs. 471/1997).

L’intensificazione delle scambio di informazioni fiscali a livello internazionale ha fatto passi da gigante negli ultimi tempi, quindi in futuro il Fisco sarà sempre più informato sulle operazioni con l’estero compiute dalle imprese italiane, senza che queste ultime debbano renderne conto attraverso superflui oneri burocratici.

Tuttavia, ammesso che il Fisco raccoglierà esaustivamente le informazioni che perverranno dagli ex paradisi fiscali, sarà altrettanto bravo ad interpretarle nel modo giusto senza scomodare i contribuenti?

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.