Esterovestizione societaria, la Cassazione: atto impositivo nullo senza prova

La Corte di Cassazione torna ad occuparsi della tematica della esterovestizione societaria, annullando un atto impositivo notificato dal Fisco ad una società italiana, per assenza di prova in merito alla condotta di esterovestizione societaria contestata dall’Agenzia delle Entrate.

La vicenda: l’avviso dell’Agenzia delle Entrate per esterovestizione societaria

La questione arrivata all’attenzione della Corte di Cassazione muove da un avviso di liquidazione notificato dall’Agenzia delle Entrate ad una società italiana che aveva provveduto al conferimento di beni immobili in una società inglese a fronte di un aumento di capitale di quest’ultima.

La società italiana applicava al detto trasferimento l’imposizione agevolata, prevista dall’art. 4 del D.P.R. n. 131/1986, avendo la società beneficiaria del conferimento sede in uno Stato Membro dell’Unione europea.

Per tutta risposta l’Agenzia delle Entrate procedeva a contestare l’applicazione di tale imposizione agevolata, ritenendo che la società inglese, in realtà, non avesse sede nel Regno Unito, in quanto da intendersi come società “esterovestita” e, quindi, fiscalmente residente in Italia.

In particolare, l’Amministrazione finanziaria sosteneva che la società estera, pur risultando formalmente fiscalmente residente nel Regno Unito, avesse il proprio centro degli interessi in Italia, con l’effetto che doveva ritenersi fiscalmente residente in Italia e che al conferimento avrebbe dovuto applicarsi il regime di tassazione ordinario proporzionale (in luogo di quello fisso).

Ne derivava la notifica, da parte del Fisco, dell’avviso di liquidazione alla società italiana per il recupero delle maggiori imposte ritenute evase.

La società italiana impugnava l’atto impositivo, facendone valere il vizio per mancata prova, da parte dell’Agenzia delle Entrate, dei fatti addotti a fondamento della presunta esterovestizione societaria.

L’impugnativa della società contribuente veniva accolta dalla Commissione Tributaria Provinciale con decisione che, a seguito di appello dell’Agenzia delle Entrate, veniva confermata dalla Commissione Tributaria Regionale della Campania, sul rilievo che il Fisco non avesse fornito la prova dei fatti posti a base della contestazione della esterovestizione societaria contestata.

Sicura delle proprie ragioni, l’Amministrazione finanziaria proponeva ricorso per cassazione, a fine di far dichiarare la nullità della sentenza di secondo grado e, quindi, la legittimità del proprio operato.

La Corte di Cassazione: nullo l’avviso di senza prova della esterovestizione

La Corte di Cassazione con Ordinanza 17 dicembre 2018, n. 32642, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso proposto dell’Agenzia delle Entrate, confermando la sentenza di primo grado e, quindi, la illegittimità dell’atto impositivo del Fisco.

Più nello specifico, il Supremo Collegio ha chiarito che, sebbene l’art. 73 del D.P.R. n. 917/1986 stabilisca che le società debbano intendersi come fiscalmente residenti in Italia, qualora nel relativo territorio abbiano la propria sede legale o la sede amministrativa o l’oggetto principale, l’Agenzia delle Entrate non possa fare a meno di dimostrare la fondatezza di tali indici in giudizio.

Infatti, è stato ritenuto che la contestazione della presenza dei fatti indici della esterovestizione societaria non sia sufficiente a legittimare l’atto impositivo di recupero delle maggiori imposte ritenute evase, dal momento che la predetta norma non esima il Fisco dal dimostrare puntualmente quanto afferma.

Proprio, infatti, sotto questo profilo la sentenza di secondo grado favorevole alla società contribuente è stata ritenuta valida, atteso che con essa il Collegio di secondo grado affermava che l’Agenzia delle Entrate non aveva soddisfatto l’onere probatorio, che in capo ad essa solo gravava, circa la esterovestizione della società italiana, non potendosi pretendere che la contribuente fornisse la prova contraria rispetto ad una contestazione erariale non adeguatamente dimostrata.

Per cui, avendo il Giudice di secondo grado addossato l’onere probatorio relativo alla esterovestizione societaria in capo al Fisco, la decisione d’appello è stata ritenuta perfettamente fondata e l’atto impositivo dell’Agenzia delle Entrate è stato quindi ritenuto nullo.

Preso atto della illegittimità dell’operato dell’Agenzia delle Entrate, la Corte di Cassazione ha quindi ritenuto di condannarla al pagamento, nei confronti della società contribuente, delle spese di giudizio di euro 4.100,00, oltre accessori.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.