Fatture per operazioni inesistenti: accertamento nullo senza prova

Con delle importanti decisioni la Corte di Cassazione ha affrontato il tema della legittimità degli avvisi di accertamento dell’Agenzia delle Entrate in tema di recupero dell’IVA detratta relativa alla contabilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, sottolineando che spetta all’Agenzia delle Entrate fornire la prova del coinvolgimento del contribuente nella frode.

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1. Un caso di fatture per operazioni inesistenti

1.1. Fatture per operazioni inesistenti: l’accertamento dell’Agenzia delle Entrate

Il caso qui riportato riguarda la posizione di una società che si era vista recapitare dall’Agenzia delle Entrate un avviso di accertamento con cui questa recuperava a tassazione l’IVA ritenuta illegittimamente detratta dalla contribuente.

In particolare, veniva contestato alla contribuente di aver contabilizzato fatture per operazioni inesistenti e di aver, quindi, indebitamente beneficiato della detrazione della relativa imposta, pur essendo a conoscenza del disegno criminoso sotteso all’affare.

La società impugnava l’avviso di accertamento dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Milano la quale accoglieva il ricorso del contribuente.

La decisione veniva appellata dall’Ufficio davanti alla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, che confermava la conclusione del primo grado.

La statuizione che veniva impugnata dall’Agenzia delle Entrate di fronte alla Corte di Cassazione la quale, accogliendo il ricorso del Fisco, cassava la decisione di secondo grado e rinviava la questione davanti alla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia per pronunciarsi in merito allo specifico punto della legittimità della detrazione operata dal contribuente, il quale era rimasto assorbito dalla statuizione sfavorevole di secondo grado.

La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia accoglieva la domanda dell’Agenzia delle Entrate, ritenendo che l’Ufficio si fosse legittimamente limitato a contestare la frode commessa dalla società, spettando a quest’ultima l’onere di dimostrare di non avere partecipato al meccanismo fraudolento oggetto dell’accertamento dell’Ufficio.

1.2. La Corte di Cassazione: la prova spetta all’Agenzia delle Entrate

La decisione sfavorevole veniva impugnata, questa volta dalla società, davanti alla Corte di Cassazione, per far valere la illegittimità della decisione di secondo grado nella parte in cui il Giudice d’appello aveva ritenuto che l’Agenzia delle Entrate potesse limitarsi a contestare l’indebita detrazione dell’IVA, asseritamente relativa a fatture per operazioni inesistenti, per ribaltare l’onere della prova in capo al contribuente.

La Suprema Corte, con sentenza 5 aprile 2019, n. 9588, accogliendo la tesi della contribuente e contrariamente a quanto ritenuto dalla Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, ha stabilito che spetta all’Agenzia delle Entrate provare sia i profilo soggettivo sia il profilo oggettivo della frode in materia IVA.

Ed, infatti, la Corte ha precisato che l’Amministrazione finanziaria ha l’onere di provare:

  • sotto il profilo oggettivo, che il fornitore che compaia sulla fattura sia, in realtà, inesistente;
  • dal punto di vista soggettivo, che il contribuente abbia consapevolezza del fatto che l’operazione si inserisca in uno schema di evasione IVA.

Sotto l’aspetto soggettivo, è stato ritenuto che la prova possa essere fornita dal Fisco, anche in via presuntiva, sulla scorta di elementi oggettivi e specifici, da cui si desuma che il contribuente fosse a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo, usando l’ordinaria diligenza in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente.

Solo una volta che l’Amministrazione abbia assolto a questo onere istruttorio, grava sul contribuente la prova contraria di avere adoperato, per non essere coinvolto in un’operazione volta ad evadere l’imposta, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto, secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto.

In tale analisi, altresì, viene ritenuto irrilevante la regolarità della contabilità e dei pagamenti, così come la mancanza di benefici dalla rivendita delle merci o dei servizi.

In definitiva, avendo la Commissione Regionale della Lombardia violato questi principi, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del contribuente, annullando la decisione di secondo grado e rinviando la causa alla predetta Commissione di secondo grado, la quale farà applicazione dei predetti principi favorevoli al contribuente.

2. L’onere della prova dell’Agenzia delle Entrate

Con l’Ordinanza n. 5574, la Corte di Cassazione ha fornito utili indicazioni in merito alla portata dell’onere della prova che grava sull’Amministrazione finanziaria in ordine alla dimostrazione delle contestazioni relative a fatture per operazioni inesistenti, anche richiamando le proprie precedenti pronunce.

Nel caso di operazioni soggettivamente inesistenti, la Suprema Corte ha ricordato che è onere dell’Amministrazione che contesti il diritto del contribuente a portare in deduzione il costo ovvero in detrazione l’IVA pagata su fatture emesse da un concedente diverso dall’effettivo cedente del bene o servizio, dare la prova che il contribuente, al momento in cui acquistò il bene od il servizio, sapesse o potesse sapere, con l’uso della diligenza media, che l’operazione invocata a fondamento del diritto a detrazione si è iscritta in un’evasione o in una frode.

La dimostrazione può essere data anche attraverso presunzioni semplici, valutati tutti gli elementi indiziari agli atti, attraverso la prova che, al momento in cui ha stipulato il contratto, il contribuente è stato posto nella disponibilità di elementi sufficienti per un imprenditore onesto che opera sul mercato e mediamente diligente, a comprendere che il soggetto formalmente cedente il bene al concedente aveva, con l’emissione della relativa fattura, evaso l’imposta o compiuto una frode (Cass. n. 5873 del 2019).

D’altra parte, l’Amministrazione finanziaria, se contesta che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitore, ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta, dimostrando, anche in via presuntiva, in base ad elementi oggettivi e specifici, che il contribuente era a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo, usando l’ordinaria diligenza in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente.

Ove l’Amministrazione assolva a detto onere istruttorio, grava sul contribuente la prova contraria di avere adoperato, per non essere coinvolto in un’operazione volta ad evadere l’imposta, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto, secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto, non assumendo rilievo, a tal fine, né la regolarità della contabilità e dei pagamenti, né la mancanza di benefici dalla rivendita delle merci o dei servizi (Cass. n. 27566 del 2018);

In materia di detrazione dell’IVA correlata ad operazioni inesistenti, la prova che il soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere che la cessione dei beni si iscriveva in un’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, in linea con la giurisprudenza della Corte di giustizia (Corte giustizia 22 ottobre 2015, C-277/14), può essere fornita dall’Amministrazione anche mediante presunzioni – come espressamente prevede il Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, articolo 54, comma 2, – valorizzando, nel quadro indiziario, quali elementi sintomatici della mancata esecuzione della prestazione dal fatturante, l’assenza della minima dotazione personale e strumentale adeguata alla predetta esecuzione, l’immediatezza dei rapporti (cedente/prestatore fatturante interposto e cessionario/committente), una conclamata inidoneità allo svolgimento dell’attività economica e la non corrispondenza tra i cedenti e la società coinvolta nell’operazione (Cass. n. 5339 del 2020).

Qualora l’Amministrazione finanziaria contesti che la fatturazione attiene ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell’ambito di una frode carosello, incombe sulla stessa l’onere di provare la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta dimostrando, anche in via presuntiva, in base ad elementi oggettivi specifici, che il contribuente fosse a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo usando l’ordinaria diligenza in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente; ove l’Amministrazione assolva a detto incombente istruttorio, grava sul contribuente la prova contraria di avere adoperato, per non essere coinvolto in un’operazione volta ad evadere l’imposta, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto, secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto (Cass. n. 15369 del 2020).

Ancor prima, con l’Ordinanza n. 23080, la Corte di Cassazione è intervenuta a chiarire la natura dell’onere della prova che grava sull’Amministrazione finanziaria in sede di contestazione delle violazioni connesse all’emissione di fatture per operazioni “soggettivamente” inesistenti.

A tal fine la Corte ha ricordato che in tema di detrazioni dell’IVA correlata ad operazioni “soggettivamente” inesistenti, (Cass. S.U. n. 21105/17- n. 13148/17 – n. 9851/18-n. 8146/19 n. 23214/19), la Corte di Giustizia UE ha precisato che “le disposizioni della sesta direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari – Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme – come modificata dalla direttiva 2002/38/Ce del Consiglio, del 7 maggio 2002, devono essere interpretate nel senso che esse ostano a una normativa nazionale…, che neghi a un soggetto passivo il diritto di detrarre l’imposta del valore aggiunto dovuta o assolta per beni che gli sono stati ceduti sulla base dei rilievi che la fattura è stata emessa da un soggetto che deve essere considerato, con riferimento ai criteri previsti da tale normativa, un soggetto inesistente, e che è impossibile identificare il vero fornitore dei beni, tranne nel caso in cui si dimostri, alla luce di elementi oggettivi e senza esigere dal soggetto passivo verifiche che non gli incombono, che tale soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere che detta cessione si iscriveva in un’evasione dell’imposta sul valore aggiunto“.

Nei casi concreti, tale prova può essere fornita dall’Ufficio con le seguenti evidenze:

  • la circostanza che la prestazione non sia stata effettivamente resa dal fatturante, perchè sfornito della sia pur minima, dotazione personale e strumentale adeguata alla sua esecuzione: es. la sede sociale è all’interno di un appartamento condominiale e nessuno dei due fornitori possiede piazzali o locali di esposizione o officine di manutenzione, essenziale nella rivendita di beni;
  • il pagamento anticipato da parte dell’acquirente direttamente al fornitore straniero;
  • la consegna dei beni direttamente al cessionario committente dall’esportatore straniero;
  • il mancato pagamento dell’IVA sistematicamente da parte del cedente;
  • il prezzo vile.

Tali elementi possono fondare la contestazione dell’Amministrazione finanziaria sulla inesistenza delle operazioni, lasciando intendere una complicità del destinatario delle forniture o perlomeno lasciando desumere una colpa grave circa la diligenza nello svolgimento dell’attività professionale di imprenditore, in considerazione del sistematico omesso versamento dell’IVA da parte dell’apparente importatore, soprattutto se il risparmio d’imposta appare ripartito con il cliente tramite vendite di favore, a prezzo fuori mercato.

Proprio dai molteplici contatti commerciali intercorsi tra le parti e le anomale modalità della vendita (es. pagamento anticipato) è possibile desumere la piena consapevolezza del cessionario dell’operazione truffaldina o quantomeno il mancato esercizio del diligente controllo della operazione fiscale come richiesto ad ogni operatore commerciale.

Sulla base di queste considerazioni, la Suprema Corte ha ritenuto che, in tema di IVA, l’Amministrazione finanziaria, al fine di contestare che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite nell’ambito di una frode carosello, ha l’onere di provare, non solo l’oggettiva fittizietà del fornitore, ma anche la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inseriva in una evasione dell’imposta, comunque la dimostrazione dell’elemento psicologico può dedursi, anche in via presuntiva, in base ad elementi oggettivi e specifici, che il contribuente era a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo, usando l’ordinaria diligenza in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente fornitore.

Più recentemente, la Corte di Cassazione, con l’Ordinanza 24 aprile 2024, n. 14102, si è concentrata sull’onere della prova che incombe sull’Amministrazione finanziaria in merito alla conoscenza o conoscibilità, da parte del cessionario, relativamente all’esistenza di un meccanismo di frode IVA in cui si inserisce il fornitore.

Sul punto, la Corte di Cassazione ha ricordato che, ove si verta in tema di corretto esercizio della detrazione in relazione a fatture di acquisto emesse da società prive di organizzazione o da soggetti interposti, l’Amministrazione finanziaria ha l’onere di provare la consapevolezza del destinatario che l’operazione si inserisca in una evasione dell’imposta dimostrando, anche in via presuntiva, in base ad elementi oggettivi specifici, che il contribuente fosse a conoscenza, o avrebbe dovuto esserlo usando l’ordinaria diligenza, in ragione della qualità professionale ricoperta, della sostanziale inesistenza del contraente.

Quando l’Agenzia delle Entrate assolve a questo onere della prova, poi grava sul contribuente la prova contraria di avere adoperato, per non essere coinvolto in un’operazione volta ad evadere l’imposta, la diligenza massima esigibile da un operatore accorto, secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità in rapporto alle circostanze del caso concreto.

La Corte di legittimità sottolinea come tali principi siano stati più volte riaffermati dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia, secondo cui la natura indebita della detrazione si configura nel caso in cui un soggetto passivo avrebbe dovuto sapere di avere preso parte, tramite l’operazione di cui trattasi e, in particolare, con il proprio acquisto, a un’operazione che si iscriveva in un’evasione dell’IVA commessa dal fornitore o da un altro operatore intervenuto a monte o a valle nella catena di cessione.

Per cui, ne viene fatto discendere che sia esigibile da un accorto operatore commerciale l’adozione di tutte le misure che gli si possa ragionevolmente richiedere al fine di assicurarsi che l’operazione effettuata non lo conduca a partecipare a una evasione di imposte.

Per l’effetto, l’operatore deve tenere una diligenza adeguata e deve adottare le misure che gli si possono ragionevolmente richiedere al fine di assicurarsi che, con il suo acquisto, non possa essere consapevole di un’evasione IVA commessa da un operatore a monte; la verifica della sua responsabilità, quindi, dipende dalle circostanze del caso di specie e, in particolare, dalla questione se esistano o meno indizi che consentano al soggetto passivo, al momento dell’acquisto da lui effettuato, di sospettare l’esistenza di irregolarità o di una frode.

Al contrario, la Corte ha sostenuto che non si può esigere dal contribuente che esso proceda a verifiche complesse e approfondite, come quelle che solo l’Amministrazione tributaria ha i mezzi per effettuare.

Su queste basi, viene stabilito che, ad esempio, la consapevolezza del cessionario circa il coinvolgimento del cedente in una frode IVA non può essere fondata sul mero presupposto che quest’ultimo sia privo di organizzazione, in quanto non dotato di manodopera al fine di eseguire le lavorazioni commissionate dal committente, e che il cedente si sia dotato di strumenti di produzione simulatamente al compimento delle operazioni oggetto di contestazione.

Questo perché i citati elementi attengono, nella sostanza, alla struttura organizzativa del cedente e non anche a eventuali ricadute negoziali dell’assenza di organizzazione del fornitore, come livelli fuori mercato dei prezzi di cessione o patti di retrocessione della quota IVA versata ovvero anomale dinamiche di approvvigionamento, di stoccaggio della merce, di pagamento.

Qualora l’impresa cedente risultavi regolarmente iscritta al Registro delle Imprese e il cessionario non abbia potuto precedere ad un più approfondita analisi della relativa struttura organizzativa, non disponendo degli stessi strumenti di indagine di cui possono disporre gli Uffici finanziari, non può ritenersi comprovata la detta consapevolezza di partecipare ad un meccanismo di frode IVA.

Su queste basi, la Suprema Corte ha formulato il principio di diritto secondo cui, ai fini dell’assolvimento dell’onere della prova della conoscenza o conoscibilità, secondo la massima diligenza esigibile da un accorto operatore professionale, dell’esistenza di una frode IVA consumata a monte della catena produttiva o distributiva, le cautele che si richiede che il cessionario sia tenuto ragionevolmente ad adottare, perché si escluda il suo coinvolgimento, anche solo per colpevole ignoranza, nella frode commessa a monte, non possono attingere a verifiche complesse e approfondite, analoghe a quelle che l’Amministrazione finanziaria avrebbe i mezzi per effettuare.

3. La nullità del contratto non pregiudica la detrazione IVA

La Corte di Cassazione, con la sentenza 12 giugno 2024, n. 16279, si è occupata della tematica della spettanza della detrazione IVA per il caso in cui l’imposta trovi origine in un contratto da ritenersi nullo.

Nello specifico, era accaduto che l’Agenzia delle Entrate, ritenendo nullo l’atto di compravendita relativo ad un centro commerciale dal punto di vista del diritto civile, avendo il notaio rogato un atto che interessava la moglie e, sotto il profilo tributario, giungeva a negare la detrazione in capo alla società cessionario dell’IVA esposta nella fattura di vendita.

La società cessionaria impugnava l’atto di recupero dell’Agenzia delle Entrate davanti al Giudice tributario di primo grado che lo rigettava con sentenza che veniva, quindi, impugnata davanti al Giudice tributario di secondo grado che accoglieva l’atto di appello della società contribuente.

Proponeva ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, tra gli altri motivi, sostenendo che la nullità del contratto in questione riverberasse i propri effetti anche sul piano tributario, pienamente giustificando il recupero dell’IVA indebitamente detratta dalla società cessionaria.

La Corte di Cassazione, pronunciandosi sul punto in questione, ha rilevato come il Giudice d’appello abbia correttamente ritenuto che nessuna rilevanza avrebbe tale nullità di origine civilistica sul piano del diritto tributario e sull’esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA ad aliquota del 20% gravante sul contratto in questione.

Tale impostazione sarebbe giustificata dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (C-114/22 del 25 maggio 2023), secondo cui è illegittimo il divieto, basato sulla normativa nazionale, in forza della quale il soggetto passivo è privato del diritto alla detrazione dell’imposta sul valore aggiunto assolta a monte, per il solo fatto che un’operazione economica imponibile è considerata simulata e viziata da nullità ai sensi delle disposizioni del diritto civile nazionale, a meno che non sia necessario dimostrare che sussistono gli elementi che consentono di qualificare, alla luce del diritto dell’Unione, tale operazione come simulata oppure, qualora detta operazione sia stata effettivamente realizzata, che essa trae origine da un’evasione dell’imposta sul valore aggiunto o da un abuso di diritto.

Sotto altro profilo, la giurisprudenza eurounitaria ha peraltro già da tempo dichiarato che è inerente al meccanismo dell’IVA il fatto che un’operazione di acquisto simulata, e dunque fittizia, non possa dare diritto ad alcuna detrazione di tale imposta, poiché una siffatta operazione non può avere alcun collegamento con le operazioni tassate a valle (C-712/17 dell’8 maggio 2019).

Su queste basi, la Suprema Corte ha osservato che, con riferimento al caso concreto oggetto del ricorso, il rifiuto di concedere ad un soggetto passivo il diritto a detrazione può essere giustificato:

  • o dalla constatazione che non è stata fornita la prova dell’effettiva realizzazione dell’operazione invocata a fondamento del diritto a detrazione perché fittizia;
  • oppure dall’individuazione di una fattispecie abusiva del diritto o, comunque, dal fatto che trae origine da una evasione.

Quanto al primo profilo, per poter stabilire l’esistenza, in linea di principio, del diritto a detrazione è necessario verificare se l’operazione a fondamento di tale diritto sia stata effettivamente realizzata e se i marchi di cui trattasi siano stati impiegati dal soggetto passivo ai fini delle sue operazioni soggette ad imposta. A tal proposito, per il diritto eurounitario l’onere della prova grava sul soggetto passivo, il quale è tenuto a fornire una dimostrazione oggettiva del fatto che beni e servizi gli siano stati effettivamente ceduti o prestati a monte da un altro soggetto passivo, ai fini della realizzazione di proprie operazioni soggette ad IVA e con riguardo alle quali l’imposta sia stata effettivamente assolta (CGUE sentenze del 21 novembre 2018, Vadan, C-664/16, punto 44; dell’11 novembre 2021, Ferimet, C-281/20, punto 39; del 16 febbraio 2023, DGRFP Cluj, C-519/21, punto 100). Qualora, invece, da tale valutazione globale risulti che la cessione è stata effettivamente realizzata e che i beni ceduti sono stati impiegati a valle dal soggetto passivo ai fini delle sue operazioni soggette ad imposta, il diritto a detrazione non può, in linea di principio, essergli negato.

Quanto al secondo profilo, il diritto alla detrazione può comunque essere negato al soggetto passivo qualora sia dimostrato, alla luce di elementi obiettivi, che esso viene invocato in modo fraudolento o abusivo. Infatti, la lotta contro evasioni, elusioni ed eventuali abusi costituisce un obiettivo riconosciuto e incoraggiato dalla direttiva 2006/112 e la Corte di Giustizia UE costantemente afferma che i singoli non possono avvalersi fraudolentemente o abusivamente delle norme del diritto dell’Unione. Pertanto, quand’anche siano soddisfatte le condizioni sostanziali del diritto a detrazione, spetta alle autorità e ai giudici nazionali negare il beneficio di tale diritto se è dimostrato, alla luce di elementi obiettivi, che detto diritto viene invocato in modo fraudolento o abusivo (CGUE sentenze del 3 marzo 2005, Fini H, C-32/03, punti 34 e 35; del 19 ottobre 2017, Paper Consult, C-101/16, punto 43; del 1° dicembre 2022, Aquila Part Prod Com, C-512/21, punto 26).

Invece, riguardo alla questione se lo scopo essenziale di un’operazione si limiti all’ottenimento di tale vantaggio fiscale, in materia di IVA è acquisito che se il soggetto passivo ha la scelta tra due operazioni, non è obbligato a scegliere quella che implica un maggiore pagamento di imposta, e ha il diritto di scegliere la forma di conduzione degli affari che gli permette di ridurre la sua contribuzione fiscale.

Per cui, ciò che è vietato sono le costruzioni meramente artificiose, prive di effettività economica, realizzate al solo scopo di ottenere un vantaggio fiscale la cui concessione sarebbe contraria agli obiettivi della direttiva 2006/112 (CGUE ordinanza del 9 gennaio 2023, A.T.S. 2003, C-289/22, punto 41). Per la giurisprudenza Halifax (CGUE Halifax e a., C-255/02, punti 74 e 75), poi sempre reiterata, l’accertamento di un comportamento abusivo in materia di IVA richiede, da un lato, che le operazioni di cui trattasi debbano, nonostante l’applicazione formale delle condizioni previste dalle pertinenti disposizioni della direttiva 2006/112 e della normativa nazionale di recepimento, avere come risultato l’ottenimento di un vantaggio fiscale la cui concessione sarebbe contraria all’obiettivo perseguito da dette disposizioni. Dall’altro, è richiesto che da un insieme di elementi oggettivi risulti che lo scopo essenziale di dette operazioni si limita all’ottenimento di tale vantaggio fiscale.

Rispetto, invece, al profilo dell’evasione dell’IVA, per giurisprudenza eurounitaria consolidata il beneficio del diritto a detrazione dev’essere negato non solamente quando un’evasione sia commessa dal soggetto passivo stesso, ma anche allorquando si dimostri, alla luce di elementi obiettivi, che il soggetto passivo, al quale sono stati ceduti i beni o prestati i servizi posti a fondamento del diritto a detrazione, sapeva o avrebbe dovuto sapere che, con l’acquisto di tali beni e servizi, partecipava ad un’operazione che si iscriveva in un’evasione (CGUE sentenze del 6 dicembre 2012, Bonik, C-285/11, punto 40; dell’11 novembre 2021, Ferimet, C-281/20, punto 48; del 1° dicembre 2022, Aquila Part Prod Com, C-512/21, punto 27). In questo caso, per consolidata interpretazione incombe sull’Amministrazione finanziaria dimostrare adeguatamente gli elementi oggettivi che consentono di concludere nel senso che il soggetto passivo ha commesso un’evasione dell’IVA o sapeva o avrebbe dovuto sapere che l’operazione invocata a fondamento del diritto a detrazione si iscriveva in una simile evasione.

In definitiva, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società contribuente, sostenendo che, ai fini dell’esercizio del diritto alla detrazione dell’IVA da parte della cessionaria in caso di nullità del contratto di cessione del bene e relativa fattura emessa dalla cedente, in applicazione della giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (sentenza C-114/22 del 25 maggio 2023), il soggetto passivo non è privato del diritto alla detrazione per il solo fatto che il contratto è viziato da nullità sulla base del diritto civile, se non è dimostrato che sussistono gli elementi che consentono di qualificare tale operazione ai sensi del diritto unionale come fittizia oppure, qualora detta operazione sia stata effettivamente realizzata, che essa trae origine da un’evasione dell’imposta o da un abuso di diritto.

4. La difesa tributaria di uno Studio Legale Tributario

Nonostante la predetta vicenda abbia avuto esito favorevole per il contribuente, bisogna sempre verificare con attenzione se alla medesima conclusione è possibile giungere per ipotesi simili ma non identiche.

Alla luce del fatto che il contenzioso tributario diventa sempre più “aleatorio” e le conseguenze della soccombenza particolarmente gravose per il contribuente, bisogna rivalutare il dialogo e il confronto con il Fisco e, in primo luogo, con l’Agenzia delle Entrate.

Soprattutto nelle questioni di fiscalità internazionali, particolarmente complesse e ricche di apprezzamenti valutativi, stabilire un rapporto dialettico con l’Agenzia delle Entrate – specialmente in sede di contraddittorio preventivo rispetto all’azione di accertamento – può evitare il protrarsi delle contestazioni in sede contenziosa, dove le Corti di Giustizia Tributaria potrebbero non avere la stessa “sensibilità” di un brillante funzionario del Fisco su materie come “transfer pricing”Controlled Foreign Companies”, “stabile organizzazione  e “crediti per imposte estere”.

Ebbene, in questi casi è meglio lasciare il contenzioso tributario come “ultima spiaggia”, ammesso che ve ne siano i presuppostipena la “scure” della condanna al pagamento delle spese di giudizio.

In queste scelte costituisce un passaggio fondamentale quello di rivolgersi ad uno Studio Legale Tributario, al fine di valutare con la massima cura:

  • la strategia più adatta per difendersi dall’avviso di accertamento;
  • la presenza di vizi che possano giustificare la presentazione di un ricorso davanti alla Commissione Tributaria Provinciale;
  • le possibilità che il ricorso possa essere accolto in Corte di Giustizia Tributaria di primo grado.

Trattasi, quindi, di una valutazione estremamente tecnica e meticolosa, che non può essere svolta dallo stesso contribuente che non abbia adeguata competenza ed esperienza nel contenzioso tributario.

In assenza delle predette valutazioni, da operarsi con l’assistenza di uno Studio Legale Tributario, il contribuente potrebbe correre il concreto pericolo:

  • o di sottovalutare degli strumenti per la definizione in “transazione” dell’avviso di accertamento e di avviare un contenzioso perso in partenza che lo vedrà costretto a pagare, oltre alle imposte e alle sanzioni dovute, anche le spese di giudizio in favore dell’Agenzia delle Entrate (magari anche per diversi gradi di giudizio);
  • oppure, di pagare le somme richieste con l’avviso di accertamento, nonostante questo sia affetto da un grave vizio che, se denunciato con ricorso, avrebbe indotto la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado ad annullare l’intero atto impositivo, con nessuna imposta e sanzione dovuta dal contribuente.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza in materia di contenzioso tributario, assistendo persone fisiche e società nelle valutazioni degli strumenti più adatti al preciso caso concreto per la migliore difesa degli interessi del contribuente, le quali vengono svolte in 3 fasi:

  • analisi preliminare circa la sussistenza di vizi dell’avviso di accertamento e dello strumento più adeguato per farli valere;
  • valutazioni circa l’opportunità di avviare un contenzioso tributario;
  • eventuale assistenza del contribuente nella presentazione del ricorso davanti alla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado competente. 

Per richiedere la difesa tributaria o una consulenza fiscale internazionale scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.