Illegittimità delle verifiche fiscali: CEDU a favore del contribuente

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) accoglie il ricorso contro il Governo italiano proposto da un contribuente illegittimamente sottoposto a verifica fiscale in Italia per non avere avuto la possibilità di far valere i propri diritti.

Al contrario la CEDU ha rigettato le eccezioni proposte dal Governo italiano, dichiarando che l’ordinamento italiano ha violato l’art. 8, paragrafo 2, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, per l’illegittima ingerenza nel diritto al rispetto del domicilio del contribuente.

1. Il caso: verifica fiscale e perquisizione presso il domicilio del contribuente

Il caso Brazzi c. Italia approvato dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) trae origine dalla verifica fiscale e la successiva perquisizione operate dalla polizia tributaria italiana nei riguardi di un contribuente con doppia cittadinanza, italiana e tedesca.

Risiedendo a Monaco, il contribuente era iscritto all’Anagrafe della popolazione residente all’estero, pur mantenendo in Italia la propria abitazione ove la moglie e i propri figli vivevano durante l’anno scolastico.

I militari della Guardia di Finanza, teorizzando che l’interessato fosse coinvolto in un’azione di evasione fiscale i fini IVA, avviavano una verifica fiscale a suo carico, rispetto alla quale ottenevano dalla Procura delle Repubblica l’autorizzazione ad entrare nell’abitazione del contribuente, al fine di cercare e sequestrare le prove dell’evasione.

Al primo accesso, tuttavia, la polizia tributaria non rinveniva il contribuente, il quale conduceva la sua vita in Germania, per cui presero contatti con quest’ultimo al fine di concludere l’operazione.

Il contribuente si mostrava disponibile a consegnare tutte le informazioni rilevati a disposizione dell’Amministrazione finanziaria tedesca, non potendo nell’immeditato rientrare in Italia per occuparsi della faccenda.

Per tutta risposta, la Guardia di Finanza otteneva dalla Procura della Repubblica l’avvio di un’indagine nei confronti del contribuente per evasione fiscale e un mandato di perquisizione dell’abitazione e dei veicoli di quest’ultimo, con lo scopo di ricercare e sequestrare i documenti utili ad accertare la supposta evasione fiscale.

I militari della Guardia di Finanza eseguivano la perquisizione in presenza del padre del contribuente, senza tuttavia sequestrare alcun documento.

Ritenendo di aver subito la violazione ingiustificata del diritto al rispetto del proprio domicilio e della propria vita privata, il contribuente impugnava il provvedimento di perquisizione emesso nei suoi confronti.

Tuttavia, considerata la richiesta di archiviazione del caso nel frattempo proposta dal Pubblico Ministero e il mancato sequestro della documentazione, sia il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) e sia la (successivamente) adita Corte di Cassazione rigettavano le doglianze del contribuente.

2. Il ricorso alla CEDU: la violazione del domicilio e della vita privata

Non avendo trovato giustizia in Italia, il contribuente proponeva ricorso davanti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), sostenendo che nel caso di specie il Governo italiano avesse violato l’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, il quale testualmente recita:

“1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.

2.Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.

In particolare, l’interessato difendeva tale tesi sul rilievo che:

  • le Autorità italiane avessero fatto mal governo dei propri poteri, avendo preferito di invadere il domicilio personale, invece di acquisire le sue informazioni fiscali già a disposizione dell’Amministrazione finanziaria tedesca, facilmente accessibili, oltre che per offerta del contribuente, anche attraverso gli strumenti convenzionali di scambio di informazioni in vigore tra l’Italia e la Germania;
  • non avesse ricevuto in Italia alcuna garanzia di controllo effettivo della legittimità del provvedimento di perquisizione disposto nei suoi riguardi, avendolo da ultimo la Corte di Cassazione ritenuto non impugnabile.

Il Governo italiano, dal canto suo, riteneva assolutamente infondata la tesi del contribuente, ribattendo che:

  • in primo luogo, non vi sarebbe stata alcuna ragione di discutere di una violazione, dal momento che alcun pregiudizio patrimoniale avrebbe subito il contribuente;
  • la misura era da ritenersi legittima, perché adottata secondo le norme dell’ordinamento italiano secondo gli scopi ritenuti legittimi dallo stesso predetto art. 8, paragrafo 2, della citata Convenzione;
  • il mancato scambio delle informazioni fiscali con la Germania sarebbe stato giustificato dalla circostanza che lo Stato italiano avrebbe avuto ragione di ritenere che, in realtà, il contribuente non fosse realmente fiscalmente residente in Germania, ma in Italia;
  • in ogni caso, qualora l’interessato si fosse sentito leso in qualche suo diritto, avrebbe potuto adire il giudice ordinario nazionale per richiedere il risarcimento dei pretesi danni subiti.

3. La CEDU: illegittimità dell’azione del Fisco per violazione del diritto al rispetto del domicilio

Pur tenendo in considerazione le diverse argomentazioni proposte dal Governo italiano, la CEDU con sentenza (caso Brazzi c. Italia) 27 settembre 2018, n. 57278/11, ha ritenuto di conferire ragione al contribuente, sulla base delle seguenti motivi:

  • la circostanza che i diritti di cui il contribuente contesti la violazione non abbiano carattere economico, in quanto afferenti alla sfera strettamente personale, non significa che questi non siano meritevoli di tutela, assumendo il diritto ad un efficace controllo dei provvedimenti lesivi degli stessi un’importanza preponderante in un ordinamento democratico come quello italiano;
  • pur risultando la legislazione italiana, in materia di ingerenza rispetto al domicilio del contribuente, accessibile e prevedibile, essa dimostra di non offrire garanzie adeguate e sufficienti contro i provvedimenti abusivi dei poteri da essa conferiti alle Autorità;
  • l’azione di risarcimento che il contribuente, secondo il Governo italiano, avrebbe potuto intraprendere, molto probabilmente non gli avrebbe offerto maggiori garanzie, in quanto essa presuppone la dimostrazione di una condotta quantomeno colpevole da parte dei magistrati, prova che si sarebbe potuta rilevare tutt’altro che agevole da fornire nella pratica;
  • nel caso in esame all’interessato non era stato offerta né il diritto di difendersi prima che la perquisizione venisse adottata – non essendo necessario secondo la legge italiana che il pubblico ministero, nella sua qualità di magistrato incaricato dell’indagine, chieda l’autorizzazione di un giudice o lo informi della sua decisione di ordinare una perquisizione – né di richiedere la verifica della sua legittimità una volta adottata, solo per il fatto che la perquisizione non avesse condotto ad alcun sequestro di prove a suo carico.

Il Collegio di Strasburgo, quindi, in definitiva ha osservato che:

La Corte ritiene pertanto che, in assenza di un controllo giurisdizionale preventivo o di un controllo effettivo a posteriori della misura istruttoria impugnata, le garanzie procedurali previste dalla legislazione italiana non siano state sufficienti ad evitare il rischio di abuso di potere da parte delle autorità incaricate dell’indagine penale.

Questi elementi bastano alla Corte per concludere che, anche se la misura controversa aveva una base giuridica nel diritto interno, il diritto nazionale non ha offerto al ricorrente sufficienti garanzie contro gli abusi o l’arbitrarietà prima o dopo la perquisizione.

Di conseguenza, l’interessato non ha beneficiato di un «controllo effettivo» come richiede lo stato di diritto in una società democratica. In tali circostanze, la Corte ritiene che l’ingerenza nel diritto al rispetto del domicilio del ricorrente non fosse «prevista dalla legge» ai sensi dell’articolo 8 § 2 della Convenzione.

In altre parole la Corte ha ritenuto che le azioni poste in essere dal Fisco italiano avverso il contribuente fossero illegittime.

La pronuncia appare molto interessante perché apre numerose strade alla difesa dei diritti del contribuente dagli abusi commessi da parte del Fisco nell’ambito delle indagini fiscali, soprattutto quando tali vizi possono essere fatti valere attraverso l’impugnazione dei relativi atti impositivi.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.