Investimenti esteri in Italia: strumenti di gestione del rischio fiscale

Gli investimenti esteri in Italia da parte delle multinazionali straniere stanno assumendo un peso sempre più determinate per il buon andamento dell’economia del Paese.

Per cui, al fine di avvantaggiare le scelte delle imprese estere di investire in Italia, negli ultimi anni sono stati introdotti, nel nostro sistema tributario, diversi strumenti utili a permettere alle multinazionali di gestire il rischio fiscale legato ai loro interessi in Italia e, quindi, anche di valutare adeguatamente il peso della componente fiscale nell’ambito delle proprie strategie di investimento.

1. Investimenti esteri in Italia: l’interpello sui nuovi investimenti

Recentemente in Italia si è fatta strada la consapevolezza che gli investimenti esteri costituiscono un aiuto particolarmente importante per l’economia interna e che le imprese estere (più in particolare le multinazionali) non devono essere viste con la solita diffidenza per le possibili strategie elusive che possono determinare la sottrazione della base imponibile al Fisco italiano e il relativo trasferimento all’estero in Paesi a fiscalità agevolata. Infatti i tradizionali strumenti di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale internazionale, particolarmente invasivi rispetto alle strategie imprenditoriali delle società estere, in passato hanno spesso costretto queste ultime a rinunciare agli investimenti programmati in Italia, per dirigersi verso Paesi che garantivano maggiore “certezza” fiscale.

Diversamente, attualmente il sistema fiscale italiano sta tentando di percorrere la strada del compromesso laddove, a fronte della garanzia di certezza della fiscalità delle attività svolte in Italia da parte delle imprese estere, il Fisco italiano pretende di avere maggior controllo sulle loro scelte, per evitare che queste ultime celino strategie di evasione oppure di elusione fiscale internazionale.

In pratica, la strategia è quella di attirare in Italia gli investimenti esteri offrendo alle imprese la possibilità di concordare con il Fisco italiano gli effetti che deriveranno, sotto il profilo fiscale, dalle scelte imprenditoriali adottate sul territorio italiano.

In questa direzione, con il c.d. Decreto internazionalizzazione (art. 2 del D.Lgs. n. 147/2015) è stato previsto l’istituto del c.d. “interpello sui nuovi investimenti” che può essere presentato all’Agenzia delle Entrate dalle imprese che intendono effettuare investimenti in Italia per un ammontare non inferiore a € 30 milioni, i quali abbiano ricadute occupazionali significative e durature.

Con tale interpello le imprese richiedono all’Amministrazione finanziaria come verrà disciplinato, sotto il profilo fiscale, il loro piano di investimento e le eventuali operazioni straordinarie che si ipotizzano per la sua realizzazione (inclusa la valutazione circa l’esistenza o meno di un’azienda).

A titolo esemplificativo, possono costituire oggetto dell’istanza di interpello la valutazione preventiva relativa alle seguenti questioni:

  1.  assenza di abuso del diritto fiscale o di elusione;
  2.  sussistenza delle condizioni per la disapplicazione di disposizioni antielusive;
  3. accesso ad eventuali regimi o istituti previsti dall’ordinamento tributario.

L’Agenzia delle Entrate deve rispondere all’istanza entro 120 giorni che, nel caso in cui fossero necessarie informazioni aggiuntive, può prorogare di altri 90 giorni a decorrere dall’acquisizione delle ulteriori informazioni

Inoltre, l’Amministrazione finanziaria ha la possibilità di accedere, accordandosi con il contribuente, presso le sedi di svolgimento dell’attività dell’impresa, per prendere visione concreta dell’attività che forma oggetto dell’interpello.

Se l’Ufficio non fornisce una risposta alla impresa entro i predetti termini, si intende che lo stesso concordi con l’interpretazione o con il comportamento prospettato dall’impresa.

Il vantaggio dell’interpello per l’impresa è costituito dal fatto che la relativa risposta vincola l’Agenzia delle Entrate fino a quando non cambiano le situazioni di fatto e di diritto, fermo restando che l’Ufficio potrà controllare che la situazione concreta non sia nel frattempo mutata.

Quindi, se nel frattempo l’Ufficio emette a carico dell’impresa un avviso di accertamento difforme alla posizione evidenziata nella risposta all’interpello, l’atto non potrà che essere nullo.

2. Investimenti esteri in Italia: gli accordi preventivi con le multinazionali

Altro strumento a disposizione delle imprese estere che decidono di investire in Italia è quello dei c.d. accordi preventivi (art. 1 del D.Lgs. n. 147/2015, che ha inserito il nuovo art. 31-ter nel D.P.R. n. 600/1973), i quali consentono alle multinazionali di comprendere in anticipo le valutazioni dell’Amministrazione finanziaria circa determinate operazioni che verranno operate a livello transnazionale.

Il vantaggio di tale strumento è dato dal fatto che l’impresa, conoscendo la posizione dell’Agenzia delle Entrate in merito alle operazioni da eseguirsi, difficilmente potrà commettere violazioni fiscali, cosicché da evitare lunghi e defatiganti contenziosi contro il Fisco.

Più in particolare, gli accordi preventivi possono riguardare le seguenti questioni:

  1. metodi di calcolo del valore normale delle operazioni di cui al comma 7, dell’articolo 110, del D.P.R. n. 917/1986 (c.d. transfer pricing);
  2. i valori di uscita o di ingresso in caso di trasferimento della residenza, rispettivamente, ai sensi degli articoli 166 e 166-bis del D.P.R. n. 917/1986;
  3. applicazione ad un caso concreto di norme, anche di origine convenzionale, concernenti l’attribuzione di utili e perdite alla stabile organizzazione in un altro Stato di un’impresa o un ente residente ovvero alla stabile organizzazione in Italia di un soggetto non residente;
  4. valutazione preventiva della sussistenza o meno dei requisiti che configurano una stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato, tenuti presenti i criteri previsti dall’articolo 162 del D.P.R. n. 917/1986, nonché dalle vigenti Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia;
  5. applicazione ad un caso concreto di norme, anche di origine convenzionale, concernenti l’erogazione o la percezione di dividendi, interessi e royalties e altri componenti reddituali a o da soggetti non residenti.

I predetti accordi preventivi vincolano l’impresa e l’Amministrazione finanziaria per il periodo d’imposta nel corso del quale sono stipulati e per i quattro periodi d’imposta successivi (salvo che non intervengano cambiamenti delle circostanze di fatto o di diritto rilevanti ai fini degli accordi sottoscritti e risultanti dagli stessi).

Altresì, al fine di garantire una simmetria, a livello internazionale, al trattamento dei presupposti impositivi e delle basi imponibili oggetto dell’accordo, l’Amministrazione finanziaria invia copia dell’accordo all’Autorità fiscale competente degli Stati di residenza o di stabilimento delle imprese con le quali i contribuenti pongono in essere le relative operazioni.

Per i periodi in cui opera l’accordo, l’Agenzia delle Entrate non può esercitare i propri poteri di accertamento contro l’impresa, salvo che con riferimento a questioni che non ricadono sotto l’ambito di applicazione dell’accordo.

Ne consegue che il pregio dello strumento dell’accordo preventivo è quello di favorire un contraddittorio tra l’Amministrazione finanziaria e l’impresa, in modo che non possano sorgere incomprensioni sulla correttezza dell’operato di quest’ultima, la quale può ridurre al minimo il rischio fiscale legato all’investimento eseguito in Italia.

3. Investimenti esteri in Italia: l’adempimento collaborativo delle multinazionali

Sempre sul binario della collaborazione tra Fisco e impresa, si inserisce l’istituto del c.d. adempimento collaborativo o cooperative compliance (previsto dagli artt. 3 e ss. del D.Lgs. n. 128/2015), il quale ha lo scopo di promuovere l’adozione di forme di comunicazione e di cooperazione rafforzate basate sul reciproco affidamento tra Amministrazione finanziaria e contribuenti, nonché di favorire nel comune interesse la prevenzione e la risoluzione delle controversie in materia fiscale.

L’adempimento collaborativo è rivolto alle imprese dotate di un sistema di rilevazione, misurazione, gestione e controllo del rischio fiscale, inteso quale rischio di operare in violazione di norme di natura tributaria ovvero in contrasto con i principi o con le finalità dell’ordinamento tributario.

Tale sistema deve garantire:

  1. una chiara attribuzione di ruoli e responsabilità ai diversi settori dell’organizzazione dei contribuenti in relazione ai rischi fiscali;
  2. efficaci procedure di rilevazione, misurazione, gestione e controllo dei rischi fiscali il cui rispetto sia garantito a tutti i livelli aziendali;
  3. efficaci procedure per rimediare ad eventuali carenze riscontrate nel suo funzionamento e attivare le necessarie azioni correttive;
  4. l’invio, con cadenza annuale, di una relazione (contenente le verifiche effettuate e i risultati emersi, le misure adottate per rimediare a eventuali carenze rilevate, nonché le attività pianificate) agli organi di gestione per l’esame e le valutazioni conseguenti.

L’accesso al regime dell’adempimento collaborativo è riservato ai contribuenti di maggiori dimensioni, che conseguono un volume di affari o di ricavi non inferiore a dieci miliardi di euro e, comunque, ai contribuenti che abbiano presentato istanza di adesione al Progetto Pilota sul Regime di Adempimento Collaborativo di cui all’invito pubblico del 25 giugno 2013.

Obiettivo dell’adempimento collaborativo è quello di pervenire con il Fisco a una comune valutazione delle situazioni suscettibili di generare rischi fiscali prima della presentazione delle dichiarazioni fiscali, attraverso forme di interlocuzione costante e preventiva su elementi di fatto, inclusa la possibilità dell’anticipazione del controllo.

Inoltre, l’adesione al regime permette alle imprese interessate di accedere ad una procedura abbreviata di interpello in merito all’applicazione delle disposizioni tributarie a casi concreti, in relazione ai quali l’interpellante ravvisa rischi fiscali. Infatti, l’Amministrazione finanziaria, entro 15 giorni dal ricevimento, verifica e conferma l’idoneità della domanda presentata, nonché la sufficienza e l’adeguatezza della documentazione prodotta con la domanda, rispondendo nel termine di 45 giorni (a decorrere dalla presentazione della domanda o della documentazione integrativa).

Dal canto loro le imprese sono tenute a comunicare all’Ufficio il comportamento effettivamente tenuto, se difforme da quello oggetto della risposta da essa fornita.

Qualora le imprese abbiano comunicato i rischi fiscali tempestivamente all’Agenzia delle Entrate prima della presentazione della dichiarazione, in caso di violazioni fiscali le sanzioni amministrative applicabili sono ridotte della metà e comunque non possono essere applicate in misura superiore al minimo edittale. Inoltre, la riscossione è in ogni caso sospesa fino a quando non sia divenuto definitivo l’accertamento.

Infine, in caso di denuncia dell’impresa per la commissione di reati fiscali, l’Agenzia delle entrate comunica alla Procura della Repubblica se il contribuente abbia aderito al regime di adempimento collaborativo, rappresentando anche ogni utile informazione in ordine al controllo del rischio fiscale e all’attribuzione di ruoli e responsabilità previsti dal sistema adottato.

4. Investimenti esteri in Italia: la scelta degli strumenti per la gestione del rischio fiscale

L’introduzione nel nostro ordinamento tributario dei predetti strumenti, ha sicuramente il vantaggio di garantire un maggiore dialogo e collaborazione tra Fisco e imprese estere, per cui queste ultime hanno la possibilità di ridurre il rischio di ricevere, a distanza di anni, degli avvisi di accertamento in merito a delle operazioni che ritenevano del tutto lecite oppure di permanere nell’incertezza in merito alla legittimità fiscale delle proprie operazioni.

Chiaramente, se quelli descritti sono tutti validi strumenti per la gestione del rischio fiscale, bisogna sottolineare come il relativo utilizzo deve sicuramente essere calibrato in relazione alle caratteristiche e alle esigenze della singola impresa, la cui valutazione non può che partire da un’approfondita analisi delle caratteristiche aziendali di quest’ultima, per individuare le tipologie di rischi fiscali a cui essa può andare incontro e, quindi, scegliere lo strumento più idoneo ad evitare i danni consequenziali.

5. Consulenza fiscale internazionale per il caso concreto

Le informazioni sopra indicate hanno carattere meramente generale, perché all’atto pratico la normativa fiscale internazionale è costellata di eccezioni e deroghe da applicarsi a seconda dei dettagli del preciso caso concreto in esame e che, quindi, non possono essere sottovalutate.

La fiscalità internazionale è la materia dei dettagli. Spesso accade che, anche un singolo dettaglio del caso concreto, apparentemente irrilevante, richieda una soluzione della problematica completamente diversa da quella ritenuta adeguata a un primo sguardo della situazione.

Inoltre, l’approfondimento della situazione concreta spesso esclude delle irregolarità che il contribuente pensava di aver commesso e, invece, mette in luce delle problematiche che il contribuente nemmeno pensava di avere.

Questo può capitare se il contribuente esamina la propria posizione dal punto di vista di una sola norma ritenuta “a priori” applicabile, quando, invece, il caso deve essere inquadrato, attraverso la necessaria analisi condotta alla luce dell’intero ordinamento tributario, sotto il profilo di una diversa norma.

Quindi, l’analisi fiscale internazionale è necessaria per inquadrare tutti i dettagli sostanziali del caso in esame ed evitare errori di valutazione da cui possano scaturire violazioni fiscali che darebbero luogo al recupero delle imposte evase e all’applicazione delle sanzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, tali da erodere il reddito prodotto dal contribuente e causargli un grave danno economico.

D’altra parte, la difesa da un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate non può mai essere efficace quanto la prevenzione delle violazioni fiscali attuata con una strategia di analisi preventiva.

Quindi la verifica da parte di un professionista specializzato in fiscalità internazionale circa le problematiche del preciso caso concreto costituisce un passaggio essenziale.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza nell’analisi delle questioni di fiscalità internazionale.

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale allo Studio ITAXA per il tuo preciso caso concreto, scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.