Libertà di movimento nell’Unione Europea e tutela del contribuente

Il “mercato unico” all’interno dell’Unione Europea è fondato sulle quattro libertà fondamentali quali la libertà di movimento dei beni, delle persone, dei servizi e dei capitali, previste dall’art. 26 Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), a cui si aggiungono i diritti dei cittadini europei di muoversi e risiedere nei diversi Stati Membri (art. 20 e 21 TFUE).

Le libertà fondamentali e l’imposizione diretta

Particolare importanza assumono le predette libertà fondamentali per quanto concerne l’imposizione diretta (imposizione sui redditi).

Infatti, a differenza di altre materie la cui competenza normativa è stata dai Paesi Membri devoluta all’Unione Europea (es. IVA e dogane), che la esercita con gli strumenti di c.d. integrazione positiva al fine di garantirne una disciplina “armonizzata”, l’imposizione diretta ancora oggi rimane appannaggio degli Stati, che la esplicano secondo la relativa sovranità impositiva.

Rimanendo l’imposizione diretta nella disponibilità dei singoli Stati Membri, l’unico modo per l’Unione Europea per incidere sulla rispettiva regolamentazione è costituito dal meccanismo della c.d. integrazione negativa.

Integrazione negativa vuol dire che l’Unione Europea si limita a vietare tutte quelle misure poste adottate dagli Stati Membri che in qualche modo limitano l’integrazione del mercato unico dell’Unione Europea.

Il criterio per determinare quando una misura possa essere definita o meno illegittima è costituito dall’accertamento della violazione delle predette libertà fondamentali.

Pertanto, le libertà fondamentali di movimento dei beni, delle persone, dei servizi e dei capitali possono ritenersi violate quando gli Stati Membri operano una discriminazione tra le operazioni internazionali e quelle nazionali, facendo sì che le prime vengano penalizzate rispetto alle seconde.

Oltre al criterio della violazione delle libertà fondamentali, l’Unione Europea realizza l’integrazione “negativa” del “mercato unico” attraverso il divieto dei c.d. “aiuti di Stato” (artt. 107-109 TFEU), ovvero quelle misure “selettive” con cui gli Stati Membri “aiutano” alcune imprese, falsando in tal modo le naturali dinamiche della concorrenza del “mercato unico”.

Un ruolo principale nell’attivazione delle azioni contro gli “aiuti di Stato” è stato giocato dalla Commissione Europea la quale, in ambito tributario, ha proceduto a contestare, nei riguardi di diversi Stati Membri, il trattamento di favore concesso a numerose multinazionali con il fine di attrarne gli investimenti nei propri territori, nell’ambito delle relative strategie di “concorrenza fiscale” con gli altri Stati Membri.

Le pronunce della Corte di Giustizia UE

Dal momento che l’Unione Europea non ha una specifica competenza nella disciplina dell’imposizione diretta, l’azione di integrazione negativa del “mercato unico” è svolta dalla Corte di Giustizia UE.

Più in particolare, attraverso le proprie pronunce la Corte di Giustizia UE, fermo restando il rispetto della potestà impositiva degli Stati Membri nell’ambito dell’imposizione diretta, ha tentato di conciliare le legislazioni dei singoli Stati con i principi fondamentali per il funzionamento del “mercato unico”.

Il Prof. Malcolm Gammie, QC (Regno Unito), nel corso di un incontro tenutosi ieri, ha definito questa azione dell’Unione Europea come un continuo bilanciamento, in ciascun caso sottoposto al relativo esame tra, da un lato, tra le libertà fondamentali dell’Unione Europea, i relativi principi e il divieto degli aiuti di Stato e, dall’altro la specifica legislazione dei singoli Stati membri, tenuto anche conto delle convenzioni contro le doppie imposizioni da questi ultimi stipulate e che ne modificano la normativa interna.

Ne deriva che uno dei profili che non può essere trascurato nella difesa del contribuente contro le azioni del Fisco, specialmente nelle operazioni a carattere transnazionale, è appunto quello della verifica della legittimità dei provvedimenti impositivi alla luce delle libertà fondamentali del mercato unico dell’Unione Europea.

Tuttavia, non si può fare a meno di notare che le dinamiche interne di funzionamento e la composizione della Corte di Giustizia UE, il fatto che questa si trovi a decidere rispetto alla regolarità delle legislazioni interne di diversi Stati membri (che possono essere molto diverse tra loro) nonché la circostanza che non sempre i fatti posti a fondamento della rimessione della causa dinanzi alla Corte da parte giudici nazionali risultano chiari, fanno sì che non sempre quest’ultima si sia pronunciata in maniera coerente.

Numerosi, infatti, sono i casi in cui la Corte di Giustizia UE si esprime in maniera contraddittoria in diverse cause tra loro simili, seguendo logiche contrapposte per la soluzione di medesime questioni, dinamica che si inserisce perfettamente nel fenomeno della Fiscalità liquida©.

Ancora, talvolta non sempre risulta chiaro il procedimento seguito dalla Corte di Giustizia UE per la verifica della discriminazione operata da parte della normativa interna di uno Stato tra fattispecie domestiche e transnazionali, in violazione delle libertà fondamentali, né tanto meno le precise ragioni per cui una tale violazione venga ritenuta o meno giustificata oppure la misura venga assunta come proporzionata rispetto agli scopi che si prefigge lo Stato Membro.

A proposito delle cause che possono giustificare un trattamento discriminativo da parte dello Stato delle fattispecie transnazionali rispetto a quelle domestiche, appare alle volte anche poco ragionevole perché tra di esse, oltre a rientrarvi l’esigenza di bilanciare l’allocazione del potere impositivo tra gli Stati o quella di combattere il fenomeno della elusione fiscale internazionale, la Corte di Giustizia UE abbia ritenuto che non possano, invece, rientrarvi cause come la prevenzione della dipendenza da gioco, dei divorzi e dei suicidi, spesso rappresentate dagli Stati Membri a difesa delle proprie misure nazionali (cfr. Case C-42/02, Diana Elisabeth Lindman).

Su queste basi, quindi, occorre osservare come, se da un lato i principi dell’Unione Europea offrono una vasto ventaglio di rilievi difensivi a favore del contribuente, è anche vero che la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE deve essere consapevolmente adoperata, al fine di sfruttarne i vantaggi e non subirne un effetto boomerang.

Per richiedere la difesa tributaria o una consulenza fiscale internazionale  scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Avatar

Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.