Nomadi digitali: attenzione a tasse e residenza fiscale

Il fenomeno dei nomadi digitali si sta diffondendo sempre più velocemente nel contesto dell’attuale economia globalizzata, facendo sorgere diverse questioni sul regime di tassazione applicabile, in considerazione del loro mancato radicamento in un preciso Paese.

1. Nomadi digitali: chi sono?

I nomadi digitali sono persone che vivono in costante movimento da un Paese all’altro e utilizzano la rete di internet per gestire le proprie relazioni personali e lavorative.

La costante diffusione di internet in tutto il mondo, la proliferazione di reti Wi-Fi e lo sviluppo delle tecnologie digitali hardware e software hanno permesso ai nomadi digitali, quali imprenditori, lavoratori autonomi o lavoratori dipendenti, di svolgere le proprie attività senza avere una base fissa d’affari, muovendosi costantemente per inseguire le nuove opportunità di business che si presentano nei diversi mercati del panorama mondiale.

Tali modalità operative permettono ai nomadi digitali di abbattere i costi dell’attività, nei seguenti modi:

  • utilizzando temporaneamente locali e attrezzature nei luoghi in cui si trovano momentaneamente a lavorare;
  • spostandosi da Paesi o città con un alto costo della vita, trasferendosi dove il costo della vita è più modesto;
  • trasferendosi in un Paese con un regime di tassazione inferiore rispetto a quello del Paese di origine.

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2. La tassazione dei nomadi digitali

Il vantaggio fiscale è tra i principali fattori che spinge i nomadi digitali a muoversi da un Paese all’altro.

Infatti, dal momento che quella della tassazione sui redditi costituisce una materia disciplinata in maniera differente dai singoli Stati, il livello di tassazione cambia notevolmente da un Paese all’altro, cosicché i nomadi digitali possono scegliere di svolgere la propria attività dove i relativi proventi vengono tassati nella misura più vantaggiosa.

Per quanto i nomadi digitali possano spostarsi all’estero con l’intenzione di ridurre il “costo fiscale” della propria attività, questi non possono sottovalutare il permanere di obblighi fiscali nei confronti dello Stato di provenienza, la cui verifica necessita di una precisa analisi fiscale.

Ogni Stato ha il potere di definire le regole impositive valide all’interno del proprio territorio, tuttavia vi sono dei criteri riconosciuti a livello internazionale secondo cui tale potere può essere esercitato anche oltre i confini territoriali, sempre che sussista un collegamento tra lo Stato e l’elemento da tassare.

Nell’ambito della fiscalità internazionale, infatti, la tassazione dei redditi segue criteri di collegamento di natura sia personale (es. residenza, domicilio, dimora, sede legale, sede amministrativa e luogo dell’oggetto sociale) sia reale (es. fonte del reddito) i quali creano i presupposti per una sovrapposizione del potere impositivo dei diversi Stati rispetto ai medesimi redditi prodotti a livello internazionale.

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3. Nomadi digitali e il principio della tassazione nello Stato della residenza

In base a tale principio ogni Stato ha il potere di tassare tutti i redditi, ovunque prodotti, delle persone fisiche o le società che hanno la residenza fiscale nel proprio territorio (cd. tassazione dei redditi su base mondiale).

Considerato che il concetto di residenza fiscale viene definito dagli ordinamenti interni dei singoli Stati, può accadere che esso abbia portata diversa nei diversi Stati in cui un soggetto si trova ad operare.

Questo disallineamento degli ordinamenti nel definire il concetto di residenza fiscale può portare, talvolta, ad attribuire ad un medesimo soggetto la residenza fiscale di due Stati oppure anche di nessuno degli Stati coinvolti.

Tali incertezze sulla localizzazione della residenza fiscale nella maggior parte dei casi vengono risolte attraverso l’applicazione delle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate tra gli Stati coinvolti.

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4. Nomadi digitali e la residenza fiscale italiana

Assodato che la residenza fiscale costituisce il criterio in base al quale lo Stato tassa i redditi dei contribuenti a prescindere da dove provengano, vediamo adesso quali sono i requisiti per perdere la residenza fiscale Italiana e, quindi, per essere tassati in Italia solo per i redditi ivi prodotti e non anche per quelli prodotti all’estero.

La disciplina della residenza fiscale, contenuta nell’art. 2 del TUIR, è stata da ultimo oggetto di revisione normativa ad opera dell’art. 1 del D.Lgs. n. 27 dicembre 2023, n. 209 (“Attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale”), in vigore dal 29 dicembre 2023, il quale ne ha modificato alcuni requisiti.

a. Iscrizione all’ AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero)

Il primo requisito per perdere la residenza fiscale italiana, di natura formale, è costituito dalla cancellazione dal registro della popolazione residente e conseguente iscrizione all’ AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero).

Tuttavia l’iscrizione all’ AIRE non determina una presunzione di effettivo trasferimento all’estero della propria residenza, in quanto a tale fine devono essere rispettati anche i restanti requisiti, in mancanza dei quali il contribuente continua ad essere considerato fiscalmente residente in Italia (art. 2 del D.P.R. 917/1986 del TUIR).

Prima della riforma di cui al D.Lgs. 27 dicembre 2023, n. 209, il soggetto non iscritto all’AIRE e che continuasse a risultare iscritto all’Anagrafe della popolazione residente in Italia si considerava ancora fiscalmente residente in Italia per presunzione di legge c.d. assoluta. Invece, a seguito della citata riforma, il cittadino italiano non iscritto all’AIRE, pur continuandosi a presumere fisclamente residente in Italia, ha la possibilità di fornire la prova contraria circa la sua residenza fiscale estera, trattandosi in questo caso di una presunzione di residenza fiscale c.d. relativa.

b. Residenza civilistica all’estero

Il secondo requisiti attualmente previsto per la configurazione della residenza fiscale all’estero, ai sensi dell’art. 2 del TUIR, è quello del luogo della residenza civilistica, individuata nel luogo in cui il contribuente dimora abitualmente (art. 43 del Codice civile).

Per perdere la residenza fiscale italiana e poter acquisire quella estera è, quindi, anche necessario che il contribuente permanga effettivamente all’estero con l’intenzione di volerci rimanere.

L’Agenzia delle Entrate verifica l’effettiva permanenza del contribuente all’estero sia attraverso le verifiche svolte in Italia sia sulla base dello scambio di informazioni fiscali con lo Stato estero di riferimento.

Spetta al Fisco dimostrare eventualmente che il contribuente non ha mai abbandonato la residenza fiscale italiana, salvo il caso in cui il trasferimento sia avvenuto in un paradiso fiscale. In questa caso si presume che il contribuente abbia mantenuto la residente fiscale italiana salvo che questi riesca a dimostrare il contrario (art. 2, comma 2-bis, del TUIR).

c. Domicilio all’estero

Altro fattore per determinare la residenza fiscale delle persone fisiche è costituito dal domicilio che, a seguito della riforma sopra indicata, deve intendersi come inteso come il luogo in cui si sviluppano, in via principale, le relazioni personali e familiari della persona.

Per abbandonare la residenza fiscale italiana è necessario che il contribuente voglia effettivamente trasferire all’estero il proprio centro delle relazioni personali, in primo luogo gli interessi familiari, sociali e morali.

d. Presenza fisica all’estero

Precedentemente all’entrata in vigore della riforma della definizione normativa di residenza fiscale l’art. 2 del TUIR non faceva espresso riferimento alla necessità che il contribuente non permanesse in Italia per un determinato periodo di tempo qualora intendesse perfezionare la residenza fiscale estera.

Al contrario, a seguito della riforma, attualmente sussiste un ulteriore requisito da rispettare per il contribuente che interesse risultare fiscalmente residente all’estero, dato appunto dal non rimanere presente in Italia.

L’Agenzia delle Entrate ha diversi strumenti a disposizione per intercettare gli indici di presenza del contribuente nel territorio italiano, che possono essere utilizzati per provare il fondamento degli atti impositivi di recupero dei redditi che andavano assoggettati a tassazione in Italia.

Per quanto tempo?

A seguito della suddetta riforma, affinché l’ubicazione della residenza e del domicilio all’estero nonché la presenza nel territorio estero possano consentire al contribuente di perdere la residenza fiscale italiana è necessario che tali requisiti permangano per la maggior parte del periodo d’imposta, considerando anche le frazioni di giorno.

Invece, il requisito dell’iscrizione all’AIRE continua ad essere richiesto per la maggior parte del periodo d’imposta, vale a dire per un periodo di 183 giorni all’anno (o 184 giorni per l’anno bisestile).

5. La sanzione per la mancata iscrizione all’AIRE

Con la Legge di Bilancio 2024 (Legge 30.12.2023, n. 213) è stato introdotto un regime sanzionatorio per i cittadini italiani che, pur trasferendosi all’estero per lunghi periodi, non provvedano alla loro iscrizione all’AIRE.

A tal proposito si ricorda che la richiesta di iscrizione all’AIRE deve essere presentata dal contribuente all’Ufficio Consolare competente entro 90 giorni dall’arrivo nella circoscrizione Consolare.

L’omissione della dichiarazione di trasferimento di residenza all’estero, ai sensi dell’art. 1, comma 242, della Legge di Bilancio 2024, è soggetta alla sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro per ciascun anno in cui perdura l’omissione.

Se la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziate attività amministrative di accertamento delle quali l’autore della violazione abbia avuto formale conoscenza, la sanzione è ridotta ad un decimo del minimo di quella prevista, qualora la dichiarazione è presentata con ritardo non superiore a novanta giorni.

Il comune nella cui anagrafe è iscritto il contribuente trasgressore si occupa dell’accertamento e dell’irrogazione della sanzione (applicandosi il procedimento di cui alla Legge 24 novembre 1981, n. 689).
L’accertamento e l’irrogazione delle sanzioni sono notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui l’obbligo anagrafico non risulta adempiuto o la dichiarazione risulta omessa. I proventi delle sanzioni di cui al presente articolo sono acquisiti al bilancio del comune che ha irrogato la sanzione.

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6. Nomadi digitali e il principio della tassazione nello Stato della fonte

In base al principio della tassazione alla fonte lo Stato ha il diritto di tassare i redditi che provengono dal proprio territorio, a prescindere dal fatto che questi siano stati percepiti da soggetti ivi residenti o meno.

Alla luce della normativa interna italiana, quindi, in determinate ipotesi i nomadi digitali, anche se residenti all’estero, possono essere tenuti a pagare in Italia le imposte sui redditi qui prodotti.

La tassazione alla fonte dei redditi per i nomadi digitali non residenti in Italia può trovare applicazione, ad esempio, nel caso in cui i nomadi digitali, come imprenditori, realizzino in Italia degli utili attraverso una stabile organizzazione oppure, come lavoratori dipendenti in ambito privato, percepiscano redditi derivanti da un’attività lavorativa svolta in Italia per un tempo consistente.

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7. I controlli dell’Agenzia delle Entrate sui nomadi digitali

L’Agenzia delle Entrate svolge i propri controlli sulla residenza fiscale dei contribuenti, per cui rispetto ai nomadi digitali verifica l’effettiva permanenza in Italia di questi sia attraverso indagini svolte nel territorio italiano sia sulla base dello scambio di informazioni fiscali con lo Stato estero di riferimento.

Ai fini del contrasto all’esterovestizione delle persone fisiche il comune di ultima residenza, entro 6 mesi dalla richiesta di iscrizione all’AIRE, deve verificare che il contribuente abbia effettivamente cessato di essere residente nel relativo territorio e darne notizia all’Agenzia delle Entrate.

Nei 3 anni successivi alla richiesta di iscrizione all’AIRE sia il comune sia l’Agenzia delle Entrate compiono le opportune attività di indagine per verificare che i nomadi digitali abbiano effettivamente cessato di essere residenti nel territorio nazionale.

Con il recente D.L. n. 193/2016 viene previsto che, entro 6 mesi dalla richiesta di iscrizione all’AIRE, i comuni devono trasmettere i dati dei soggetti richiedenti all’Agenzia delle Entrate, che forma delle liste selettive di contribuenti nei cui confronti procedere ai controlli fiscali relativi alle attività finanziarie e agli investimenti patrimoniali non dichiarati.

La nuova previsione trova applicazione retroattiva, disponendosi la trasmissione dei dati relativi alle persone fisiche che hanno chiesto l’iscrizione all’AIRE a decorrere dal 1° gennaio 2010.

All’esito di tali controlli l’Agenzia delle Entrate recupera le imposte evase e applica le sanzioni previste a carico delle persone fisiche esterovestite che non hanno dichiarato i redditi prodotti ed, eventualmente, non hanno rispettato gli obblighi di monitoraggio fiscale (Quadro RW) degli investimenti e delle attività finanziarie detenute all’estero.

Inoltre, spetta ai nomadi digitali dimostrare l’effettivo trasferimento all’estero della residenza fiscale quando si muovono verso Paesi che l’Italia considera come “paradisi fiscali”, quali ad esempio: Andorra, Bermuda, Costa Rica, Emirati Arabi Uniti, Ecuador, Filippine, Gibilterra, Hong Kong, Isola di Man, Isole Cayman, Isole Vergini Britanniche, Libano, Liechtenstein, Panama, Principato di Monaco, Singapore, Svizzera e Taiwan. Diversamente, si presume per legge che i nomadi digitali mantengono la residenza fiscale italiana.

Particolari sono, inoltre, le posizioni fiscali dei nomadi digitali che, pur avendo adempiuto agli obblighi per la perdita della residenza fiscale italiana, non hanno tuttavia acquisito la residenza fiscale di un altro Paese, proprio per il fatto di essere in continuo movimento da uno Stato all’altro.

In questi casi risulta difficoltoso dimostrare all’Agenzia delle Entrate che il proprio centro degli interessi vitati è stato trasferito in un preciso Paese estero.

D’altra parte, i nomadi digitali sono tenuti ad individuare un Paese in cui fissare la propria residenza se intendono detenere dei conti bancari.

Infatti, per effetto dell’implementazione dei nuovi standard di scambio di informazioni fiscali a livello internazionale (Common Reporting Standard, FATCA e Direttive UE sulla cooperazione amministrativa), gli intermediari finanziari della maggior parte dei Paesi al mondo sono tenuti a identificare la residenza fiscale dei propri clienti al fine di trasmettere i relativi dati finanziari ai Paese della rispettiva residenza fiscale.

Sulla base di questi dati, quindi, i Paesi della residenza fiscale dei nomadi digitali, inclusa l’Italia, procedono a verificare la regolarità della posizione fiscale di questi ultimi.

Quando i nomadi digitali vengono effettivamente ritenuti fiscalmente residenti all’estero, d’altra parte, l’Agenzia delle Entrate si occupa di verificare se gli stessi possano essere tassati in Italia in ragione, ad esempio, della presenza di una stabile organizzazione oppure per il rapporto di lavoro dipendente che li lega al territorio italiano.

Queste ipotesi, per la loro specificità, necessitano di attente valutazioni per individuare il corretto inquadramento fiscale dei nomadi digitali e per pianificare le modalità di svolgimento delle relative attività al fine di escludere contestazioni per violazioni fiscali.

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8. Nomadi digitali e incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli

8.1. Gli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli”

Con l’art. 5 del D.Lgs. n. 209 del 27 dicembre 2023, in vigore dal 29 dicembre 2023, nell’ambito delle dell’attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale, sono stati approvati i nuovi incentivi per il rientro dei cervelli e, in particolar modo, per i lavoratori impatriati.

Nello specifico, si assiste ad una restrizione dell’ambito di applicazione di tale incentivo fiscale, attraverso l’introduzione di nuove regole.

Infatti, a partire dal 1° gennaio 2024, viene disposta l’abrogazione dell’art. 16 del D.Lgs. n. 147/2015, in materia di incentivi fiscale per i vecchi impatriati, e dell’art. 5, commi 2-bis, 2-ter e 2-quater, del D.L. n. 34/2019, riguardante la proroga di tali incentivi fiscali.

Invece, le vecchie disposizioni continuano ad operare per i soggetti che abbiano trasferito la propria residenza anagrafica in Italia entro il 31 dicembre 2023.

Secondo la nuova disposizione, che produce effetti per i contribuenti che trasferiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal 1° gennaio 2024, beneficiano degli incentivi fiscali solo i redditi di lavoro dipendente, i redditi assimilabili a quelli di lavoro dipendente e i redditi di lavoro autonomo, restando, invece, esclusi i redditi d’impresa.

Altra novità consiste nel limite al reddito potenzialmente agevolabile, essendo fissato il tetto massimo di un reddito di euro 600.000,00. La norma in questione precisa che detto limite di riferisce a ciascun anno, quindi non all’interno quinquennio di periodo agevolato.

Anche la percentuale di non imponibilità dei redditi oggetto di agevolazione cambia, passando dal 70% (oppure 90% per i lavoratori che si trasferiscono nelle regioni del Centro-Sud) dei vecchi impatriati, al 50% per i nuovi lavoratori che rientrano in Italia. Per cui si assiste ad una eliminazione dell’incremento dell’agevolazione fiscale per i lavoratori impatriati che decidono di traferire la residenza nelle Regioni del Mezzogiorno.

Per accedere ai nuovi incentivi per gli impatriati, il lavoratore deve rispettare i seguenti requisiti:

  • impegnarsi a risiedere fiscalmente nel territorio italiano per almeno 4 anni;
  • non essere risultato fiscalmente residente in Italia nei 3 anni precedenti il predetto trasferimento;
  • svolgere l’attività lavorativa per la maggior parte del periodo d’imposta nel territorio italiano;
  • appartenere alla categoria di lavoratori con requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

Alcuni requisiti aggiuntivi, inoltre, in termini di permanenza all’estero prima del rientro in Italia, vengono previsti per i contribuenti che proseguono la propria attività lavorativa alle dipendenze dello stesso datore di lavoro o di uno appartenente al medesimo gruppo.

In questo caso, infatti, viene previsto che la permanenza all’estero deve essere di:

  • 6 anni: se il contribuente non ha lavorato in Italia a favore dello stesso datore di lavoro oppure di un soggetto appartenente al suo stesso gruppo;
  • 7 anni: se l’interessato, prima del suo trasferimento all’estero, ha lavorato alle dipendenze del medesimo datore di lavoro oppure di altro datore di lavoro appartenente allo stesso gruppo.

Per quanto riguarda la definizione di soggetti appartenenti al medesimo gruppo, essi si identificano in coloro che hanno un rapporto di controllo diretto o indiretto ai sensi dell’articolo 2359 (comma 1, n. 1) c.c. oppure che sono sottoposti al comune controllo diretto o indiretto da parte di un altro soggetto.

Viene precisato che, qualora la residenza fiscale italiana non sia mantenuta per almeno 4 anni consecutivi al rientro in Italia, il lavoratore decade dai benefici e l’Agenzia delle Entrate provvede al recupero delle imposte nel frattempo risparmiate e dei relativi interessi.

Sulla base dei nuovi requisiti appare chiaro che, a differenza della precedente normativa, risulta allungato sia il periodo in cui bisogna risultare residenti all’estero (prima fissato a 2 anni) sia quello di permanenza al rientro in Italia (da 2 a 4 anni).

Risulta anche ristretta la tipologia di lavoratori a cui si rivolge il nuovo incentivo fiscale, atteso che, in precedenza non v’era nessuna distinzione tra i lavoratori per tipologia di attività svolta, invece adesso possono accedere all’agevolazione solo lavoratori con requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

Altresì, a differenza della precedente normativa, i nuovi incentivi fiscali non trovano più applicazione ai soggetti che rientrano in Italia per svolgere attività d’impresa, risultando i redditi d’impresa esclusi dalla nuova formulazione normativa.

La nuova diposizione conferma la fruizione del beneficio fiscale per la durata di 5 anni d’imposta.

La percentuale di non imponibilità dei redditi diventa del 60% (invece di quella ordinaria del 50%) per il lavoratore impatriato che:

  • si trasferisce in Italia con un figlio minore che resti in Italia;
  • vedesse la nascita un figlio ovvero provvedesse all’adozione di un soggetto minorenne (che permanga in Italia) durante il periodo di fruizione del regime, in questo caso fruendo del maggior beneficio fiscale a partire dal periodo d’imposta in corso al momento della nascita o dell’adozione e per il residuo periodo agevolabile.

A differenza delle precedenti agevolazioni fiscali, non si fa più riferimento alla proroga della loro applicazione per ulteriori 5 anni in caso di acquisto di un immobile di tipo residenziale oppure in presenza di prole minorenne o a carico al rientro in Italia.

Tuttavia, in maniera eccezionale, per il contribuente che trasferisce la residenza anagrafica in Italia nell’anno 2024 il beneficio fiscale per i lavoratori impatriati si applica per ulteriori 3 periodi di imposta, nella misura della non imponibilità dei redditi al 50%, a condizione che questi sia divenuto proprietario, entro il 31 dicembre 2023 e, in ogni caso, nei 12 mesi precedenti al trasferimento, di un’immobile di residenza in Italia.

Per i contribuenti che non sono risultati iscritti all’AIRE per il periodo trascorso all’estero, viene confermata la possibilità di dimostrare la residenza fiscale estera sulla base della Convenzione contro le doppie imposizioni con il Paese estero.

Con la Legge di Bilancio 2024 (Legge 30.12.2023, n. 213) è stato introdotto un regime sanzionatorio per i cittadini italiani che, pur trasferendosi all’estero per lunghi periodi, non provvedano alla loro iscrizione all’AIRE.

A tal proposito si ricorda che la richiesta di iscrizione all’AIRE deve essere presentata dal contribuente all’Ufficio Consolare competente entro 90 giorni dall’arrivo nella circoscrizione Consolare.

L’omissione della dichiarazione di trasferimento di residenza all’estero, ai sensi dell’art. 1, comma 242, della Legge di Bilancio 2024, è soggetta alla sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro per ciascun anno in cui perdura l’omissione.

Se la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziate attività amministrative di accertamento delle quali l’autore della violazione abbia avuto formale conoscenza, la sanzione è ridotta ad un decimo del minimo di quella prevista, qualora la dichiarazione è presentata con ritardo non superiore a novanta giorni.

Il comune nella cui anagrafe è iscritto il contribuente trasgressore si occupa dell’accertamento e dell’irrogazione della sanzione (applicandosi il procedimento di cui alla Legge 24 novembre 1981, n. 689).
L’accertamento e l’irrogazione delle sanzioni sono notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui l’obbligo anagrafico non risulta adempiuto o la dichiarazione risulta omessa. I proventi delle sanzioni di cui al presente articolo sono acquisiti al bilancio del comune che ha irrogato la sanzione.

Le nuove modifiche sull’agevolazione fiscale per il rientro dei cervelli non riguardano anche gli incentivi fiscali per i “docenti e ricercatori” che rientrano a lavorare in Italia, i quali continuano a trovare applicazione secondo le vecchie regole.

Alla luce delle nuove disposizioni in tema di lavoratori impatriati e delle nuove restrizioni introdotte alla sua operatività, è necessario procedere con maggiore cautela nell’applicazione di tali incentivi fiscali, onde evitare di incorrere nelle relative preclusioni di legge.

Di fronte al nuovo cambio di rotta del Governo nelle scelte di attrarre il capitale umano dall’estero, non è possibile sottacere che, il maggior rigore dei requisiti agevolativi per coloro che tornino in Italia per lavorare alle dipendenze del medesimo datore di lavoro o del datore di lavoro appartenente al medesimo gruppo, risulta particolarmente penalizzante proprio per i lavoratori che hanno acquisito nuove competenze all’estero e che intendessero farne applicazione nel territorio italiano.

Nel presente quadro di riforma, i contribuenti sono chiamati a compiere le opportune verifiche volte ad accertare se essi possano ancora beneficiare dei vecchi e più convenienti benefici fiscali, oppure se debbano affidarsi alle maglie più stringenti e ai meno appetibili vantaggi della nuova versione degli incentivi fiscali.

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale allo Studio ITAXA in materia di verifica nel tuo preciso caso concreto dei presupposti  per l’applicabilità degli incentivi per i lavoratori impatriatiscrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

8.2. Rientro dei cervelli: ingressi più semplici per nomadi digitali e lavoratori da remoto provenienti da Paesi Extra-UE

Con il Decreto Ministeriale 29 febbraio 2024 del Ministero dell’Interno, di concerto con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, sono state individuate le modalità e i requisiti per l’ingresso e il soggiorno in Italia dei cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione Europe che svolgono attività lavorative altamente qualificate, come “nomadi digitali” o comunque attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che consentono di lavorare da remoto.

Con le nuove regole, i cittadini di Paesi Extra-UE che possiedono i requisiti di elevata qualificazione e che svolgono la propria attività lavorativa da remoto, posso trasferirsi ancor più facilmente in Italia e qui usufruire degli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli”.

La normativa, quindi, si rivolge a quei soggetti che svolgono attività lavorative altamente qualificate attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che consentono di lavorare a distanza, in via autonoma oppure alle dipendenze di un’impresa anche non residente nel territorio nazionale.

Affinché tali soggetti possano entrate in Italia ed ottenere il rilascio del permesso di soggiorno, devono possedere i seguenti requisiti:

  • disporre di un reddito minimo annuo derivante da fonti lecite non inferiore al triplo del livello minimo previsto per l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria;
  • disporre di un’assicurazione sanitaria per cure mediche e ricovero ospedaliero valida per il territorio nazionale e per il periodo del soggiorno;
  • disporre di un’idonea documentazione relativa alle modalità di sistemazione alloggiativa;
  • dimostrare un’esperienza pregressa di almeno 6 mesi nell’ambito dell’attività lavorativa da svolgere  come nomade digitale o lavoratore da remoto;
  • presentare il contratto di lavoro o collaborazione o la relativa offerta vincolante, se lavoratori da remoto, per lo svolgimento di un’attività lavorativa che richiede il possesso dei requisiti di alta qualificazione.

Per quanto concerne la procedura da applicare, le indicazioni ministeriali prevedono che al “nomade digitale” in possesso del visto d’ingresso, viene rilasciato il permesso di soggiorno, che deve essere richiesto direttamente alla Questura della provincia in cui lo straniero si trova entro 8 giorni lavorativi dall’ingresso nel territorio italiano. Il permesso di soggiorno reca la dicitura “nomade digitale – lavoratore da remoto”, viene rilasciato per un periodo non superiore a un anno ed è rinnovabile annualmente se permangono le condizioni e i requisiti sopra indicati.

Il permesso di soggiorno già rilasciato viene revocato quando sono violate le disposizioni di carattere fiscale e contributivo previste in Italia.

Altresì, allo straniero in possesso dei predetti requisiti è consentito il ricongiungimento dei familiari, venendo rilasciato ai familiari un permesso di soggiorno per motivi familiari di durata pari a quella del lavoratore.

Ai nomadi digitali e ai lavoratori da remoto non appartenenti all’Unione Europea il codice fiscale viene generato e comunicato dalla Questura in sede di rilascio del permesso di soggiorno.

I nomadi digitali che svolgono attività di lavoro autonomo richiedono l’attribuzione della P.IVA all’Agenzia delle Entrate.

Il rilascio del permesso di soggiorno viene comunicato dalla Questura all’Agenzia delle Entrate, la quale può compiere le opportune verifiche sulla correttezza della posizione fiscale dello straniero e, in caso di rilevamento di violazioni fiscalicomunicare la circostanza alla Questura che ha rilasciato il permesso di soggiorno.

nomadi digitali e i lavoratori da remoto che si trasferiscono in Italia con il predetto permesso di soggiorno hanno buone possibilità di applicare gli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli”, atteso che la descritta procedura si rivolge appunto verso dei lavoratori in possesso dei requisiti di elevata qualificazione. Questi lavoratori, quindi, trasferendosi in Italia possono ottenere il vantaggio fiscale della non imposizione dei propri redditi di lavoro dipendente o di lavoro autonomo nella misura del 50%.

Tuttavia, è bene sottolineare che l’applicazione dei benefici fiscali necessita, in ogni caso, di una precisa analisi dei dettagli del caso, onde evitare che nel singolo caso di specie sussistano degli elementi che impediscano alla normativa di favore di operare.

Tale verifica risulta ancora più importate alla luce della circostanza che, come anzidetto, la Questura comunica all’Agenzia delle Entrate l’avvenuto rilascio del permesso di soggiorno, al fine di permettere al Fisco di compiere gli opportuni controlli. In caso di violazioni fiscali, anche relative all’applicazione del regime fiscale per il “rientro dei cervelli”, queste vengono comunicate dall’Agenzia delle Entrate alla Questura, la quale potrà revocare il permesso di soggiorno.

9. Consulenza fiscale internazionale per il caso concreto

Le informazioni sopra indicate hanno carattere meramente generale, perché all’atto pratico la normativa fiscale internazionale è costellata di eccezioni e deroghe da applicarsi a seconda dei dettagli del preciso caso concreto in esame e che, quindi, non possono essere sottovalutate.

La fiscalità internazionale è la materia dei dettagli. Spesso accade che, anche un singolo dettaglio del caso concreto, apparentemente irrilevante, richieda una soluzione della problematica completamente diversa da quella ritenuta adeguata a un primo sguardo della situazione.

Inoltre, l’approfondimento della situazione concreta spesso esclude delle irregolarità che il contribuente pensava di aver commesso e, invece, mette in luce delle problematiche che il contribuente nemmeno pensava di avere.

Questo può capitare se il contribuente esamina la propria posizione dal punto di vista di una sola norma ritenuta “a priori” applicabile, quando, invece, il caso deve essere inquadrato, attraverso la necessaria analisi condotta alla luce dell’intero ordinamento tributario, sotto il profilo di una diversa norma.

Quindi, l’analisi fiscale internazionale è necessaria per inquadrare tutti i dettagli sostanziali del caso in esame ed evitare errori di valutazione da cui possano scaturire violazioni fiscali che darebbero luogo al recupero delle imposte evase e all’applicazione delle sanzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, tali da erodere il reddito prodotto dal contribuente e causargli un grave danno economico.

D’altra parte, la difesa da un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate non può mai essere efficace quanto la prevenzione delle violazioni fiscali attuata con una strategia di analisi preventiva.

Quindi la verifica da parte di un professionista specializzato in fiscalità internazionale circa le problematiche del preciso caso concreto costituisce un passaggio essenziale.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza nell’analisi delle questioni di fiscalità internazionale.

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale allo Studio ITAXA per il tuo preciso caso concreto, scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.