Pensionati all’estero: tasse e controlli fiscali

Il trasferimento dei pensionati all’estero, in Paesi come Portogallo, Bulgaria, Malta, Thailandia o nelle Isole Canarie, spesso con il fine di subire una tassazione più “leggera” sulla pensione, è una pratica  oramai sempre più diffusa negli ultimi anni.

Risulta, quindi, di fondamentale importanza per i pensionati all’estero individuare il regime di tassazione applicabile, stabilendo, in primo luogo, il Paese di residenza fiscale, per poi verificare come vengono tassate le pensioni nei rapporti tra gli Stati coinvolti.

Tale analisi assume ancora più importanza alla luce del fatto che l’Agenzia delle Entrate ha avviato una politica di controlli fiscali sui pensionati all’estero, per verificare l’effettivo trasferimento all’estero della loro residenza fiscale e la corretta tassazione delle pensioni italiane percepite all’estero.

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1. La residenza fiscale dei pensionati all’estero

Il primo elemento in base al quale i pensionati all’estero restano comunque tassati in Italia è costituito dal mantenimento della residenza fiscale in Italia.

Infatti, quello della residenza fiscale è il criterio di collegamento in ragione del quale un Paese tassa i redditi ovunque prodotti dai contribuenti, con l’effetto che, in linea generale, tale potestà impositiva viene meno in caso di perdita della residenza fiscale italiana da parte di questi ultimi.

Ebbene, per perdere la residenza fiscale italiana è necessario che i pensionati all’estero rispettino in maniera cumulativa i seguenti requisiti.

a. Iscrizione all’ AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero)

Il primo requisito per perdere la residenza fiscale italiana, di natura formale, è costituito dalla cancellazione dal registro della popolazione residente e conseguente iscrizione all’ AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero).

Tuttavia l’iscrizione all’ AIRE non determina una presunzione di effettivo trasferimento all’estero della propria residenza, in quanto a tale fine devono essere rispettati anche i restanti requisiti, in mancanza dei quali il contribuente continua ad essere considerato fiscalmente residente in Italia (art. 2 del D.P.R. 917/1986 del TUIR).

Prima della riforma di cui al D.Lgs. 27 dicembre 2023, n. 209, il soggetto non iscritto all’AIRE e che continuasse a risultare iscritto all’Anagrafe della popolazione residente in Italia si considerava ancora fiscalmente residente in Italia per presunzione di legge c.d. assoluta. Invece, a seguito della citata riforma, il cittadino italiano non iscritto all’AIRE, pur continuandosi a presumere fisclamente residente in Italia, ha la possibilità di fornire la prova contraria circa la sua residenza fiscale estera, trattandosi in questo caso di una presunzione di residenza fiscale c.d. relativa.

b. Residenza civilistica all’estero

Il secondo requisiti attualmente previsto per la configurazione della residenza fiscale all’estero, ai sensi dell’art. 2 del TUIR, è quello del luogo della residenza civilistica, individuata nel luogo in cui il contribuente dimora abitualmente (art. 43 del Codice civile).

Per perdere la residenza fiscale italiana e poter acquisire quella estera è, quindi, anche necessario che il contribuente permanga effettivamente all’estero con l’intenzione di volerci rimanere.

L’Agenzia delle Entrate verifica l’effettiva permanenza del contribuente all’estero sia attraverso le verifiche svolte in Italia sia sulla base dello scambio di informazioni fiscali con lo Stato estero di riferimento.

Spetta al Fisco dimostrare eventualmente che il contribuente non ha mai abbandonato la residenza fiscale italiana, salvo il caso in cui il trasferimento sia avvenuto in un paradiso fiscale. In questa caso si presume che il contribuente abbia mantenuto la residente fiscale italiana salvo che questi riesca a dimostrare il contrario (art. 2, comma 2-bis, del TUIR).

c. Domicilio all’estero

Altro fattore per determinare la residenza fiscale delle persone fisiche è costituito dal domicilio che, a seguito della riforma sopra indicata, deve intendersi come inteso come il luogo in cui si sviluppano, in via principale, le relazioni personali e familiari della persona.

Per abbandonare la residenza fiscale italiana è necessario che il contribuente voglia effettivamente trasferire all’estero il proprio centro delle relazioni personali, in primo luogo gli interessi familiari, sociali e morali.

d. Presenza fisica all’estero

Precedentemente all’entrata in vigore della riforma della definizione normativa di residenza fiscale l’art. 2 del TUIR non faceva espresso riferimento alla necessità che il contribuente non permanesse in Italia per un determinato periodo di tempo qualora intendesse perfezionare la residenza fiscale estera.

Al contrario, a seguito della riforma, attualmente sussiste un ulteriore requisito da rispettare per il contribuente che intendesse risultare fiscalmente residente all’estero, dato appunto dal non rimanere presente in Italia.

L’Agenzia delle Entrate ha diversi strumenti a disposizione per intercettare gli indici di presenza del contribuente nel territorio italiano, che possono essere utilizzati per provare il fondamento degli atti impositivi di recupero dei redditi che andavano assoggettati a tassazione in Italia.

Per quanto tempo?

A seguito della suddetta riforma, affinché l’ubicazione della residenza e del domicilio all’estero nonché la presenza nel territorio estero possano consentire al contribuente di perdere la residenza fiscale italiana è necessario che tali requisiti permangano per la maggior parte del periodo d’imposta, considerando anche le frazioni di giorno.

Invece, il requisito dell’iscrizione all’AIRE continua ad essere richiesto per la maggior parte del periodo d’imposta, vale a dire per un periodo di 183 giorni all’anno (o 184 giorni per l’anno bisestile).

Quanto detto, però, non vale nell’ipotesi in cui i pensionati si trasferiscano in un Paese considerato dall’Italia come “paradiso fiscale” ai fini della residenza fiscale.

Infatti, spetta ai contribuenti dimostrare l’effettiva perdita della “residenza fiscale” italiana quando si trasferiscono in Paesi come, ad esempio: Andorra, Bermuda, Costa Rica, Emirati Arabi Uniti, Ecuador, Filippine, Gibilterra, Hong Kong, Isola di Man, Isole Cayman, Isole Vergini Britanniche, Libano, Liechtenstein, Panama, Principato di Monaco, Singapore, Taiwan e altri. Diversamente, si presume, per legge, che i pensionati all’estero mantengono la residenza fiscale in Italia.

2. La tassazione dei pensionati all’estero nei rapporti tra gli Stati

Principio generale della normativa fiscale italiana è quello per cui le pensioni sono tassabili in Italia, se pagate dallo Stato italiano, da soggetti residenti nel territorio italiano o da stabili organizzazioni qui localizzate di società estere, in favore sia di soggetti fiscalmente residenti in Italia sia di contribuenti fiscalmente residenti all’estero (art. 23 del D.P.R. 917/1986).

Prendendo in considerazione la sola normativa italiana, ne deriverebbe che i pensionati all’estero sarebbero tassati sulla pensione italiana anche qualora riuscissero a perdere la residenza fiscale italiana e ad acquisire quella del Paese straniero.

Tuttavia, qualora la pensione italiana venisse tassata, oltre che in Italia, anche all’estero, si verificherebbe un fenomeno di doppia imposizione fiscale, il quale viene escluso, ove esistenti, dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dal nostro Paese con i singoli Stati esteri di riferimento sulla base del Modello OCSE.

L’art. 18 del Modello OCSE, infatti, stabilisce che: “Fatte salve le disposizioni del paragrafo 2 dell’art. 19, le pensioni e le altre remunerazioni analoghe, pagate ad un residente di uno Stato contraente in relazione ad un cessato impiego, sono imponibili soltanto in detto Stato”.

Per cui i redditi provenienti da pensioni e altre simili remunerazioni sono tassabili solo nello Stato in cui è residente il beneficiario.

Vengono escluse dall’applicazione di tale norma, al contrario, le pensioni pubbliche, a cui fa riferimento il successivo art. 19, percepite per i servizi resi ad uno Stato o suddivisione o ente locale.

Bisogna notare come le somme versate ai dipendenti per l’impiego cessato non sono considerate in maniera omogenea da tutti gli Stati, venendo identificate in alcuni casi come pensioni pagate in un’unica soluzione, in altri casi come liquidazione per l’attività svolta e, in altri casi ancora, come somme non tassabili, per cui diversi effetti fiscali possono derivarne, i quali devono essere valutati nei singoli casi concreti.

Con riferimento alle pensioni pubbliche l’art. 19, paragrafo 2), del citato Modello OCSE stabilisce, invece, che:

a) Le pensioni corrisposte da uno Stato contraente o da una sua suddivisione politica o da un suo ente locale, sia direttamente sia mediante prelevamento da fondi da essi costituiti,a una persona fisica in corrispettivo di servizi resi a detto Stato o a detta suddivisione od ente, sono imponibili soltanto in questo Stato.

b) Tuttavia tali pensioni sono imponibili soltanto nell’altro Stato contraente qualora la persona fisica sia un residente di questo Stato o ne abbia la nazionalità”.

Quindi le pensioni pubbliche italiane percepite dai pensionati all’estero sono tassabili soltanto in Italia, se qui è stata svolta l’attività lavorativa.

In questo caso i pensionati all’estero continuano ad essere tassati solamente in Italia, pur avendo trasferito la residenza fiscale fuori dal Paese.

Invece, i pensionati all’estero sono tassati soltanto nello Stato straniero in cui hanno trasferito la propria residenza fiscale, se sono cittadini e residenti di questo Paese.

Dette regole generali devono, poi, essere applicate ai singoli casi concreti anche in considerazione delle particolari disposizioni presenti nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia con i singoli Stati di volta in volta coinvolti.

3. I controlli dell’Agenzia delle Entrate sui pensionati all’estero

Nella propria attività di verifica della correttezza fiscale della situazione dei contribuenti, l’Agenzia delle Entrate ha di recente intensificato i controlli a carico dei pensionati all’estero per accertare, in primo luogo, l’effettivo trasferimento all’estero della loro residenza fiscale e, anche in costanza di trasferimento della residenza all’estero, per recuperare le imposte comunque dovute al Fisco italiano.

Tale attività di controllo fiscale a carico dei pensionati all’estero è stata di recente agevolata grazie all’implementazione degli strumenti per lo scambio di informazioni tra l’Amministrazione finanziaria e i Paesi esteri, utili ad individuare fenomeni di “esterovestizione” e, in ogni caso, di evasione fiscale.

Sotto il profilo della lotta alla “esterovestizione” dei pensionati all’estero, sono stati coinvolti anche i comuni di ultima residenza i quali, entro 6 mesi dalla richiesta di iscrizione all’AIRE dell’interessato, verificano che questo abbia effettivamente cessato di essere residente nel relativo territorio, dandone notizia all’Agenzia delle Entrate.

Inoltre, nei 3 anni successivi alla richiesta di iscrizione all’AIRE sia il comune sia l’Agenzia delle Entrate compiono le opportune attività di indagine per verificare che i pensionati all’estero abbiano effettivamente cessato di essere residenti nel territorio nazionale.

Da ultimo, con il D.L. n. 193/2016 viene previsto che, entro 6 mesi dalla richiesta di iscrizione all’AIRE, i comuni devono trasmettere i dati dei soggetti richiedenti all’Agenzia delle Entrate, che forma delle liste selettive di contribuenti nei cui confronti procedere ai controlli fiscali relativi alle attività finanziarie e agli investimenti patrimoniali non dichiarati.

Tale disposizione ha applicazione retroattiva, cosicché possono essere trasmessi i dati relativi ai pensionati all’estero che hanno chiesto l’iscrizione all’AIRE a decorrere dal 1° gennaio 2010.

I controlli sui casi di ipotesi di “esterovestizione” e di evasione fiscale dei pensionati all’estero non erano stati  molto frequenti negli scorsi anni, non avendo l’Agenzia delle Entrate adeguate informazioni sulle vicende estere che interessavano i contribuenti.

Tuttavia attualmente la situazione è radicalmente cambiata, potendo il Fisco italiano contare su numerosi strumenti per lo scambio di informazioni con i Paesi esteri, quali: lo standard globale del Common Reporting Standard, l’accordo FATCA siglato con gli Stati Uniti, le misure contenute nelle Direttive UE sulla cooperazione amministrativa valide nei rapporti con gli Stati dell’Unione europea, gli accordi bilaterali siglati dall’Italia anche con i Paesi esteri storicamente ritenuti come Paradisi fiscali (es. Svizzera, San Marino, Principato di Monaco, Panama, Singapore ecc.).

Quando l’Agenzia delle Entrate, eventualmente anche avvalendosi dei nuovi strumenti per lo scambio di informazioni, rileva le irregolarità commesse, procede a recuperare le imposte evase e a comminare le rispettive sanzioni.

In definitiva, per beneficiare dei vantaggi fiscali derivanti dal trasferimento all’estero della residenza fiscale, per valutare il Paese migliore in cui trasferirsi, in termini di legittimo risparmio d’imposta, nonché per prevenire violazioni della normativa fiscale italiana ai pensionati che intendono trasferirsi all’estero è consigliabile svolgere una preventiva analisi fiscale internazionale sulla propria specifica posizione.

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4. Consulenza fiscale internazionale per il caso concreto

Le informazioni sopra indicate hanno carattere meramente generale, perché all’atto pratico la normativa fiscale internazionale è costellata di eccezioni e deroghe da applicarsi a seconda dei dettagli del preciso caso concreto in esame e che, quindi, non possono essere sottovalutate.

La fiscalità internazionale è la materia dei dettagli. Spesso accade che, anche un singolo dettaglio del caso concreto, apparentemente irrilevante, richieda una soluzione della problematica completamente diversa da quella ritenuta adeguata a un primo sguardo della situazione.

Inoltre, l’approfondimento della situazione concreta spesso esclude delle irregolarità che il contribuente pensava di aver commesso e, invece, mette in luce delle problematiche che il contribuente nemmeno pensava di avere.

Questo può capitare se il contribuente esamina la propria posizione dal punto di vista di una sola norma ritenuta “a priori” applicabile, quando, invece, il caso deve essere inquadrato, attraverso la necessaria analisi condotta alla luce dell’intero ordinamento tributario, sotto il profilo di una diversa norma.

Quindi, l’analisi fiscale internazionale è necessaria per inquadrare tutti i dettagli sostanziali del caso in esame ed evitare errori di valutazione da cui possano scaturire violazioni fiscali che darebbero luogo al recupero delle imposte evase e all’applicazione delle sanzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, tali da erodere il reddito prodotto dal contribuente e causargli un grave danno economico.

D’altra parte, la difesa da un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate non può mai essere efficace quanto la prevenzione delle violazioni fiscali attuata con una strategia di analisi preventiva.

Quindi la verifica da parte di un professionista specializzato in fiscalità internazionale circa le problematiche del preciso caso concreto costituisce un passaggio essenziale.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza nell’analisi delle questioni di fiscalità internazionale.

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale allo Studio ITAXA per il tuo preciso caso concreto, scrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.