Protezione del patrimonio: “inattaccabilità” o “invisibilità” dei beni?

1. La nuova possibilità per i creditori di accedere all’Anagrafe Tributaria

Per i debitori diventa sempre più difficile sfuggire all’azione esecutiva di banche e altri creditori privati con l’introduzione nel nostro ordinamento della possibilità di questi ultimi di avvalersi dei dati forniti dall’Anagrafe Tributaria, su beni e rapporti finanziari, per procedere al pignoramento dei beni del debitore (art. 492-bis c.p.c. e altre disposizioni).

E’ quindi necessario rivalutare i tradizionali strumenti a disposizione del debitore per proteggere il proprio patrimonio dalle aggressioni dei creditori e per destinarlo ad esigenze personali, familiari o imprenditoriali.

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2. Meglio un patrimonio “inattaccabile” o “invisibile”?

Spesso si è portati a ritenere che lo strumento migliore per proteggere il patrimonio sia quello che garantisca la “inattaccabilità” dei relativi beni ovvero i cui effetti non possono essere inficiati dalle azioni del creditore (es. azione revocatoria). Tuttavia l’inattaccabilità di una operazione non è sempre garantita, quindi si verifica che il creditore agisca in ogni caso per ottenere l’inefficacia dell’atto compiuto in suo pregiudizio dal debitore. Ne deriva una querelle processuale che generalmente si protrae per anni, con ingenti costi di difesa legale da entrambe le parti.

In realtà riflettendo sul fatto che un bene, intanto può essere aggredito dal creditore, in quanto sia ben individuato, ci si accorge che la migliore protezione è costituita dalla “invisibilità” del patrimonio, garantita dagli strumenti che “nascondono” i beni del debitore, escludendo a monte la possibilità che questi possano formare oggetto di una procedura esecutiva del creditore.

E’ su quest’ultimo metodo che concentreremo la nostra attenzione, verificando, alla luce della citata riforma, l’idoneità dei tradizionali strumenti di protezione del patrimonio a nascondere, a livello sia nazionale che internazionale, i beni agli occhi dei creditori.

Prima della riforma che ha introdotto la possibilità per i creditori di avvalersi delle risultanze dell’Anagrafe Tributaria, i metodi più efficaci per rendere “invisibili” agli occhi del creditore i beni riconducibili al debitore erano costituiti dalla loro intestazione o affidamento a:

  • società o soggetti fiduciari;
  • società di persone o di capitali;
  • trust.

Attualmente, considerato che le vicende patrimoniali che interessano questi ultimi strumenti lasciano traccia nell’Anagrafe Tributaria anche rispetto ai beneficiari effettivi dei relativi beni, non è difficile per il creditore rintracciare quei beni che il debitore ha destinato ad altre finalità rispetto a quella di estinguere i propri debiti.

3. Conviene andare all’estero?

Volgendo lo sguardo all’ambito internazionale, il debitore fiscalmente residente in Italia che destina i propri beni a società o fiduciarie estere o che trasferisce il proprio denaro su conti esteri non sfuggirà all’Anagrafe Tributaria. Questo perché costituisce dovere del contribuente fiscalmente residente in Italia, o degli intermediari coinvolti nelle operazioni, assolvere agli obblighi di monitoraggio fiscale della attività e dei patrimoni detenuti all’estero, le cui informazioni si riversano nell’archivio dell’Anagrafe Tributaria. Ciò, però, non esclude che, una volta venuta alla luce la situazione patrimoniale estera, per il creditore è più difficile e dispendioso svolgere una procedura di esecuzione a livello internazionale.

Diversamente, la mancata segnalazione di attività e patrimoni detenuti all’estero, anche se garantisce la loro “invisibilità” al creditore poiché i relativi dati non appariranno nell’Anagrafe Tributaria, costituisce una chiara violazione fiscale. Inoltre, in tale ipotesi, qualora oltre ai debiti privati esistessero anche dei debiti tributari (per oltre euro 50.000), la violazione dei suddetti obblighi di monitoraggio, se idonei ad impedire al Fisco di soddisfare i propri crediti, può integrare il reato tributario di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11 D.Lgs. 74/2000). Codeste violazioni possono essere rilevate dall’Agenzia delle Entrate attraverso lo scambio di informazioni fiscali a livello internazionale.

Considerato che le persone fisiche sono tenute agli obblighi di monitoraggio fiscale delle attività estere solo se fiscalmente residenti in Italia, al debitore che non vuole comunicare le informazioni circa i propri beni, detenuti attraverso società, fiduciarie o trust esteri, non rimane, quindi, che perdere la residenza fiscale italiana ed acquisire quella di uno Stato estero dove, ad esempio, potrebbe continuare a svolgere la propria attività economica.

Solo in questo caso, infatti, egli non sarà più tenuto a comunicare al Fisco le proprie attività estere e, quindi, tali informazioni non confluiranno nell’Anagrafe Tributaria, cosicché le stesse non saranno più visibili agli eventuali creditori.

A questo punto la ricerca delle attività del debitore diventa molto più complicata per i futuri creditori.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.