Rientro dei cervelli: come recuperare l’incentivo fiscale per gli anni passati

1. Incentivi fiscali per il rientro dei cervelli

1.1. Incentivi per i lavoratori impatriati 2024

Con l’art. 5 del D.Lgs. n. 209 del 27 dicembre 2023, in vigore dal 29 dicembre 2023, nell’ambito delle dell’attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale, sono stati approvati i nuovi incentivi per il rientro dei cervelli e, in particolar modo, per i lavoratori impatriati.

Nello specifico, si assiste ad una restrizione dell’ambito di applicazione di tale incentivo fiscale, attraverso l’introduzione di nuove regole.

Infatti, a partire dal 1° gennaio 2024, viene disposta l’abrogazione dell’art. 16 del D.Lgs. n. 147/2015, in materia di incentivi fiscale per i vecchi impatriati, e dell’art. 5, commi 2-bis, 2-ter e 2-quater, del D.L. n. 34/2019, riguardante la proroga di tali incentivi fiscali.

Invece, le vecchie disposizioni continuano ad operare per i soggetti che abbiano trasferito la propria residenza anagrafica in Italia entro il 31 dicembre 2023.

Secondo la nuova disposizione, che produce effetti per i contribuenti che trasferiscono la residenza fiscale in Italia a partire dal 1° gennaio 2024, beneficiano degli incentivi fiscali solo i redditi di lavoro dipendente, i redditi assimilabili a quelli di lavoro dipendente e i redditi di lavoro autonomo, restando, invece, esclusi i redditi d’impresa.

Altra novità consiste nel limite al reddito potenzialmente agevolabile, essendo fissato il tetto massimo di un reddito di euro 600.000,00. La norma in questione precisa che detto limite di riferisce a ciascun anno, quindi non all’interno quinquennio di periodo agevolato.

Anche la percentuale di non imponibilità dei redditi oggetto di agevolazione cambia, passando dal 70% (oppure 90% per i lavoratori che si trasferiscono nelle regioni del Centro-Sud) dei vecchi impatriati, al 50% per i nuovi lavoratori che rientrano in Italia. Per cui si assiste ad una eliminazione dell’incremento dell’agevolazione fiscale per i lavoratori impatriati che decidono di traferire la residenza nelle Regioni del Mezzogiorno.

Per accedere ai nuovi incentivi per gli impatriati, il lavoratore deve rispettare i seguenti requisiti:

  • impegnarsi a risiedere fiscalmente nel territorio italiano per almeno 5 anni;
  • non essere risultato fiscalmente residente in Italia nei 3 anni precedenti il predetto trasferimento;
  • svolgere l’attività lavorativa per la maggior parte del periodo d’imposta nel territorio italiano;
  • appartenere alla categoria di lavoratori con requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

Alcuni requisiti aggiuntivi, inoltre, in termini di permanenza all’estero prima del rientro in Italia, vengono previsti per i contribuenti che proseguono la propria attività lavorativa alle dipendenze dello stesso datore di lavoro o di uno appartenente al medesimo gruppo.

In questo caso, infatti, viene previsto che la permanenza all’estero deve essere di:

  • 6 anni: se il contribuente non ha lavorato in Italia a favore dello stesso datore di lavoro oppure di un soggetto appartenente al suo stesso gruppo;
  • 7 anni: se l’interessato, prima del suo trasferimento all’estero, ha lavorato alle dipendenze del medesimo datore di lavoro oppure di altro datore di lavoro appartenente allo stesso gruppo.

Per quanto riguarda la definizione di soggetti appartenenti al medesimo gruppo, essi si identificano in coloro che hanno un rapporto di controllo diretto o indiretto ai sensi dell’articolo 2359 (comma 1, n. 1) c.c. oppure che sono sottoposti al comune controllo diretto o indiretto da parte di un altro soggetto.

Viene precisato che, qualora la residenza fiscale italiana non sia mantenuta per almeno 4 anni consecutivi al rientro in Italia, il lavoratore decade dai benefici e l’Agenzia delle Entrate provvede al recupero delle imposte nel frattempo risparmiate e dei relativi interessi.

Sulla base dei nuovi requisiti appare chiaro che, a differenza della precedente normativa, risulta allungato sia il periodo in cui bisogna risultare residenti all’estero (prima fissato a 2 anni) sia quello di permanenza al rientro in Italia (da 2 a 4 anni).

Risulta anche ristretta la tipologia di lavoratori a cui si rivolge il nuovo incentivo fiscale, atteso che, in precedenza non v’era nessuna distinzione tra i lavoratori per tipologia di attività svolta, invece adesso possono accedere all’agevolazione solo lavoratori con requisiti di elevata qualificazione o specializzazione.

Altresì, a differenza della precedente normativa, i nuovi incentivi fiscali non trovano più applicazione ai soggetti che rientrano in Italia per svolgere attività d’impresa, risultando i redditi d’impresa esclusi dalla nuova formulazione normativa.

La nuova diposizione conferma la fruizione del beneficio fiscale per la durata di 5 anni d’imposta.

La percentuale di non imponibilità dei redditi diventa del 60% (invece di quella ordinaria del 50%) per il lavoratore impatriato che:

  • si trasferisce in Italia con un figlio minore che resti in Italia;
  • vedesse la nascita un figlio ovvero provvedesse all’adozione di un soggetto minorenne (che permanga in Italia) durante il periodo di fruizione del regime, in questo caso fruendo del maggior beneficio fiscale a partire dal periodo d’imposta in corso al momento della nascita o dell’adozione e per il residuo periodo agevolabile.

A differenza delle precedenti agevolazioni fiscali, non si fa più riferimento alla proroga della loro applicazione per ulteriori 5 anni in caso di acquisto di un immobile di tipo residenziale oppure in presenza di prole minorenne o a carico al rientro in Italia.

Tuttavia, in maniera eccezionale, per il contribuente che trasferisce la residenza anagrafica in Italia nell’anno 2024 il beneficio fiscale per i lavoratori impatriati si applica per ulteriori 3 periodi di imposta, nella misura della non imponibilità dei redditi al 50%, a condizione che questi sia divenuto proprietario, entro il 31 dicembre 2023 e, in ogni caso, nei 12 mesi precedenti al trasferimento, di un’immobile di residenza in Italia.

Per i contribuenti che non sono risultati iscritti all’AIRE per il periodo trascorso all’estero, viene confermata la possibilità di dimostrare la residenza fiscale estera sulla base della Convenzione contro le doppie imposizioni con il Paese estero.

Le nuove modifiche non riguardano anche gli incentivi fiscali per i “docenti e ricercatori” che rientrano a lavorare in Italia, i quali continuano a trovare applicazione secondo le vecchie regole.

Alla luce delle nuove disposizioni in tema di lavoratori impatriati e delle nuove restrizioni introdotte alla sua operatività, è necessario procedere con maggiore cautela nell’applicazione di tali incentivi fiscali, onde evitare di incorrere nelle relative preclusioni di legge.

Di fronte al nuovo cambio di rotta del Governo nelle scelte di attrarre il capitale umano dall’estero, non è possibile sottacere che, il maggior rigore dei requisiti agevolativi per coloro che tornino in Italia per lavorare alle dipendenze del medesimo datore di lavoro o del datore di lavoro appartenente al medesimo gruppo, risulta particolarmente penalizzante proprio per i lavoratori che hanno acquisito nuove competenze all’estero e che intendessero farne applicazione nel territorio italiano.

Nel presente quadro di riforma, i contribuenti sono chiamati a compiere le opportune verifiche volte ad accertare se essi possano ancora beneficiare dei vecchi e più convenienti benefici fiscali, oppure se debbano affidarsi alle maglie più stringenti e ai meno appetibili vantaggi della nuova versione degli incentivi fiscali.

1.2. Incentivi per i lavoratori impatriati fino al 2023

Con l’art. 5 del Decreto Crescita 2019 il Governo ha proceduto alla modifica delle disposizioni previste in materia di “rientro dei cervelli” – ai nostri fini considerata categoria generale di agevolazione (come suggerito dalla rubrica “Rientro dei cervelli” dell’art. 5 del D.L. n. 34/2019), che a sua volta si desclina in quelle più specifiche dei “docenti e ricercatori“, di cui all’art. 44 del D.L. n. 78/2010, e dei “lavoratori impatriati”, di cui all’art. 16 del D.Lgs. n. 147/2015 – allargando la platea di contribuenti che possono usufruire dell’agevolazione fiscale.

In linea generale, i requisiti da rispettare per accedere all’agevolazione, per i “lavoratori impatriati”, da parte del contribuente che abbia avuto un’esperienza lavorativa all’estero sono:

  • non essere risultato residente in Italia per i 2 periodi d’imposta precedente al rientro in Italia;
  • l’impegno a rimanere residente in Italia per almeno 2 periodi d’imposta;
  • svolgere la futura attività lavorativa prevalentemente nel territorio italiano.

Ne deriva che non è più richiesto che il lavoro svolto all’estero sia caratterizzato da una posizione direttiva, elevata qualificazione o specializzazione. Così come viene generalizzato per tutte le fattispecie il requisito della permanenza in Italia per almeno 2 anni.

Inoltre, l’applicazione dei benefici per il “rientro dei cervelli” non necessita più che il lavoratore, una volta rientrato in Italia, debba prestare la propria attività lavorativa a favore di un’impresa residente o della relativa controllata.

Le attività lavorative, svolte dal contribuente una volta rientrato in Italia e coperte dall’agevolazione per il “rientro dei cervelli” sono, oltre a quella di lavoro dipendente, anche quelle assimilate al lavoro dipendente, di lavoro autonomo, nonché le attività d’impresa avviate dal periodo successivo al 31 dicembre 2019.

Tali incentivi fiscali non sono stati modificati con la Legge di Bilancio 2023, trovando quindi applicazione ai contribuenti che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia a partire dal 1° gennaio 2023.

La durata del beneficio fiscale per il “rientro dei cervelli” è di 5 anni, per il quale opera un abbattimento dell’imponibile del 70%, cosicché le imposte restano dovute sono sul 30% dei redditi percepiti.

In alcuni casi il beneficio fiscale viene esteso per ulteriori 5 anni, vale a dire quando:

  • il lavoratore rientrato diventi proprietario di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia (la quale può essere acquistata direttamente dal lavoratore oppure dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà);
  • per il lavoratore che abbia almeno un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo.

In questi casi, negli ulteriori cinque periodi di imposta i redditi prodotti concorrono alla formazione del reddito imponibile limitatamente al 50 % del loro ammontare. Altresì, per i lavoratori che abbiano almeno tre figli minorenni o a carico, anche in affido preadottivo, i redditi agevolati prodotti, negli ulteriori cinque periodi di imposta, concorrono alla formazione del reddito imponibile solo per il 10%, cosicché risultano detassati del 90%.

Infine, viene previsto che la tassazione risulterà del 10% per i lavoratori che trasferiscano la residenza fiscale nelle Regioni del Centro-Sud d’Italia (quali Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna, Sicilia).

1.3. Agevolazione per Docenti e Ricercatori 2024: i requisiti

L’art. 5 del Decreto Crescita 2019, relativo al “rientro dei cervelli”, ha previsto un ampliamento anche delle agevolazioni per il rientro dei docenti e dei ricercatori in Italia, di cui all’art. 44 del D.L. n. 78/2010.

In particolare, viene stabilito che possono accedere all’agevolazione fiscale i contribuenti che:

  • sono in possesso di un titolo di studio universitario o equiparato;
  • siano stati non occasionalmente residenti all’estero;
  • abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno 2 anni continuativi;
  • svolgano l’attività di docenza e ricerca in Italia;
  • acquisiscano conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato italiano.

L’agevolazione fiscale per i docenti e i ricercatori rientrati in Italia riguarda i redditi di lavoro dipendente o autonomo da questi prodotti in Italia al loro rientro.

Inoltre, per quanto riguarda l’attività di lavoro autonomo, gli emolumenti percepiti non concorrono alla formazione del valore della produzione netta ai fini IRAP.

Con la Circolare n. 17/E del 2022, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la normativa di agevolazione risponde al duplice obiettivo di porre rimedio al c.d. fenomeno della “fuga dei cervelli” e di favorire lo sviluppo tecnologico e scientifico del Paese. Tale disciplina, quindi, non si rivolge soltanto ai cittadini italiani o europei emigrati che intendano far ritorno in Italia ma interessa, in linea generale, tutti i residenti all’estero, sia italiani che stranieri, i quali per le loro particolari conoscenze possono favorire lo sviluppo della ricerca e la diffusione del sapere in Italia, trasferendovi il “know how” acquisito attraverso l’attività svolta.

Detti incentivi fiscali non sono stati modificati dalla Legge di Bilancio 2023, per cui continuano ad applicarsi ai docenti e ai ricercatori che trasferiscano la relativa residenza fiscale in Italia a decorrere dal 1° gennaio 2023.

Il beneficio fiscale per docenti e ricercatori è da considerarsi il più conveniente, dal momento che comporta un abbattimento della tassazione ben del 90%, cosicché le imposte rimangono dovute solo sulla residua parte del 10% dei redditi percepiti.

La durata ordinaria dell’agevolazione per i docenti e i ricercatori rimpatriati è di 6 anni, a condizione che il contribuente rimanga residente in Italia.

Invece, l’agevolazione sale a 8 anni nel caso in cui i cui i docenti o ricercatori abbiano un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo.

Sempre a 8 anni viene estesa l’agevolazione per i docenti e i ricercatori per il caso in cui questi diventino proprietari di almeno un’unità immobiliare di tipo residenziale in Italia, successivamente al trasferimento in Italia della residenza (ai sensi dell’articolo 2 del D.P.R. n. 917/1986) o nei dodici mesi precedenti al trasferimento, a patto che rimanga residente in Italia. L’unità immobiliare può essere acquistata direttamente dal docente e ricercatore oppure dal coniuge, dal convivente o dai figli, anche in comproprietà.

Ancora, l’agevolazione sale a ben 13 anni per i docenti e ricercatori che abbiano almeno due figli minorenni o a carico, anche in affido preadottivo, successivamente al trasferimento della residenza in Italia (ai sensi dell’articolo 2 del D.P.R. n. 917/1986), a condizione permanga la residenza fiscale in Italia.

A seguito dell’approvazione della Legge di Bilancio 2024 e del D.Lgs. n. 209 del 27 dicembre 2023 (recante disposizioni per l’attuazione della riforma fiscale in materia di fiscalità internazionale), non risultano modificate le agevolazioni fiscali per il rientro di docenti e ricercatori in Italia, così come emergenti dall’ampliamento disposto con il Decreto Crescita 2019, che ne aveva rivisto la normativa estendendola oltre i limiti precedentemente previsti, e dalla Legge di Bilancio 2022, che aveva offerto nuove opportunità per l’allungamento del periodo di fruizione del beneficio fiscale.

2. Il beneficio fiscale non fruito per gli anni pregressi

Spesso accade che il lavoratore impatriato oppure il ricercatore o docente che abbia svolto un’attività lavorativa all’estero sia rientrato da anni in Italia senza aver esercitato l’opzione per accedere agli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli“.

Questo può essere dovuto a diverse cause:

  1. Al fatto che il contribuente non fosse a conoscenza delle agevolazioni fiscali in questione al momento del suo rientro in Italia oppure non fosse stato correttamente informato della spettanza dell’agevolazione fiscale con riferimento alla sua precisa ipotesi;
  2. Alla circostanza che, prima di rientrare in Italia, il contribuente non fosse risultato iscritto all’AIRE, requisito successivamente rivelatosi non necessario, se in presenza di precisi presupposti e prove in merito alla dimostrazione della residenza convenzionale all’estero;
  3. L’azienda che ha assunto il lavoratore impatriato in Italia oppure l’Ente, l’Università o l’azienda che ha assunto il ricercatore o il docente in Italia abbiano ritenuto non applicabile l’incentivo fiscale per il “rientro dei cervelli” sulla base di argomentazioni poi rivelatesi infondate;
  4. Il contribuente ha ricevuto da parte dell’Agenzia delle Entrate una risposta d’interpello negativa rispetto all’applicabilità al suo caso degli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli“, la quale non si pone in linea con la successiva prassi dell’Agenzia delle Entrate o della giurisprudenza tributaria;
  5. La posizione fiscale del contribuente, precedentemente ritenuta non in linea con gli incentivi fiscali in questione, anche sulla base delle indicazioni di prassi pervenute dall’Agenzia delle Entrate, si riveli compatibile con le indicazioni di legge alla luce della più recente giurisprudenza tributaria.

Ebbene, in tutti questi casi, il contribuente si trova a non aver goduto per anni degli incentivi per il “rientro dei cervelli” e si pone, quindi, la questione stabilire se e come recuperare l’agevolazione fiscale per gli anni pregressi, richiedendo all’Agenzia delle Entrate il rimborso della maggiore imposta versata.

Per quanto l’operazione di recupero degli incentivi pregressi possa apparire semplice, in realtà sussistono diversi ostacoli che possono comportare la negazione di tali benefici pregressi, quali:

  • errori nella identificazione dei presupposti dell’agevolazione;
  • errori nell’articolazione dei motivi di diritto a fondamento della domanda;
  • errori procedurali;
  • errori processuali;
  • insufficienza documentale.

Di fronte a tale esigenza, vi sono 2 alternative:

  • Procedere al recupero SENZA osservare i presupposti sostanziali, procedurali, processuali e documentali per recuperare l’agevolazione, con i seguenti probabili effetti: diniego di rimborso o della spettanza dell’agevolazione da parte dell’Agenzia delle Entrate, in alcuni casi anche con applicazione delle sanzioni, inammissibilità/rigetto del ricorso davanti dalla Corte di Giustizia Tributaria competente e condanna al pagamento delle spese del giudizio nei confronti dell’Agenzia delle Entrate;
  • Recuperare l’incentivo fiscale TENENDO CONTO dei presupposti sostanziali, procedurali, processuali e documentali per recuperare l’agevolazione, con i seguenti possibili effetti: accoglimento della domanda da parte della Corte di Giustizia Tributaria competente, condanna dell’Agenzia delle Entrate al pagamento delle maggiori imposte a favore del contribuente, oltre interessi di legge, e condanna del Fisco al pagamento delle spese del giudizio.

In altri e più chiari termini, in presenza di una identica situazione di fatto, il buon esito della procedura di rimborso delle maggiori imposte versate dal contribuente, quale recupero dell’agevolazione fiscale non goduta negli anni precedenti, dipende dalla corretta istruttoria della procedura.

Per la corretta istruttoria della pratica il contribuente necessita dell’assistenza di un professionista specializzato in questa precisa tematica.

Per l’effetto, nella ricerca di precedenti giurisprudenziali in materia di recupero degli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli”, appurare che per situazioni simili, l’esito del giudizio in merito alla spettanza del rimborso è risultato differente a seconda che le ragioni del contribuente fossero state correttamente articolate e provate.

In definitiva, una errata procedura di recupero dell’agevolazione fiscale del contribuente comporta, da un lato, il mancato rimborso della maggiore imposta versata, quindi la definitiva perdita dell’incentivo fiscale e, dall’altro, maggiori aggravi di spese per il contribuente.

3. Il recupero con istanza di rimborso dell’agevolazione non fruita negli anni precedenti: vittoria in giudizio dello Studio ITAXA

La Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Milano, accogliendo il ricorso presentato dallo Studio ITAXA a favore di un proprio cliente, ha condannato l’Agenzia delle Entrate al pagamento di una somma di oltre euro 120.000,00 a favore del contribuente, in ragione del recupero a RIMBORSO delle agevolazioni per il “rientro dei cervelli” che questi non aveva usufruito negli ultimi 5 anni, nonostante l’interessato avesse precedentemente ricevuto una risposta ad interpello negativa da parte del Fisco in merito all’applicabilità degli incentivi fiscali al suo preciso caso.

In pratica, ripercorrendo lo sviluppo dei fatti, il contribuente:

  • era rientrato a Milano, sebbene anche a seguito di un periodo di “distacco” all’estero;
  • aveva proposto un’ISTANZA DI INTERPELLO all’Agenzia delle Entrate circa l’applicabilità al suo caso degli incentivi in questione, ricevendo una RISPOSTA NEGATIVA, vale a dire il Fisco VIETAVA al contribuente di applicare le agevolazioni fiscali per il “rientro dei cervelli”;
  • non aveva richiesto al proprio datore di lavoro italiano di usufruire in busta paga degli incentivi fiscali per il “rientro dei cervelli”, non seguendo, quindi, le indicazioni dell’Agenzia delle Entrate;
  • non aveva applicato gli incentivi fiscali in questione nella propria dichiarazione fiscale, quindi non ne aveva esercitato la relativa opzione secondo le indicazioni dell’Agenzia delle Entrate;
  • con l’assistenza dello Studio ITAXA, ha proceduto a richiedere all’Agenzia delle Entrate, con istanza puntualmente motivata in fatto e in diritto, nonché adeguatamente documentata, il rimborso delle maggiori imposte versate in Italia, considerata la spettanza delle agevolazioni fiscali per i 5 anni precedenti, per un importo superiore a euro 120.000;
  • vista la mancata risposta dell’Agenzia delle Entrate, ha proceduto attraverso lo Studio ITAXA ad intraprendere un contenzioso tributariocontro l’Agenzia delle Entratedavanti alla Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Milano, al fine di ottenere la condanna del Fisco al pagamento delle somme ritenute spettanti a titolo di rimborso.

Ebbene, pronunciandosi sulla causa, la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Milano, ha ritenuto che:

  • nel giudizio tributario, coltivato dallo Studio ITAXA, siano stati dimostrati tutti i presupposti per l’applicazione dell’agevolazione fiscale al contribuente;
  • la circostanza che il contribuente avesse lavorato anche in regime di “distacco” all’estero, nel preciso caso di specie, non impediva l’applicazione dei benefici fiscali;
  • la mancata richiesta dell’agevolazione in busta paga al datore di lavoro e l’omesso esercizio della relativa opzione nella dichiarazione fiscale relativa ai singoli anni in questione, non impediva all’interessato di accedere alle agevolazioni fiscali in esame.

Per l’effetto, la Corte di Giustizia Tributaria di primo grado di Milano ha accolto il ricorso dello Studio ITAXA, condannando il Fisco al pagamento di circa euro 120.000 a favore del contribuente.

Di seguito si riportano solo alcuni passaggi salienti della sentenza (oscurando qualsiasi dato/elemento riconducibile al contribuente).

4. Assistenza dello Studio ITAXA nel recupero dell’agevolazione fiscale per gli anni pregressi

Il predetto risultato dello Studio ITAXA apre, ancor di più, la strada al recupero dell’agevolazione per il “rientro dei cervelli”, con il rimborso delle relative imposte, a favore dei contribuenti che, pur avendone i requisiti, non l’abbiano applicata perché non ne avevano conoscenza al momento del rientro in Italia oppure perché ritenevano di non rientrarvi per una errata valutazione iniziale.

Chiaramente, il contribuente che intendesse intraprendere tale strada è tenuto a considerare che:

  • una procedura di rimborso non eseguita correttamentegiustifica il rigetto della domanda di rimborso da parte dell’Agenzia delle Entrate e rende non più possibile rivendicare il diritto al rimborso nel giudizio tributario;
  • la errata articolazione dei motivi di ricorso da parte del contribuente, in sede di impugnazione nel giudizio tributario del rigetto del rimborso operato dall’Agenzia delle Entrate, comporta il rigetto del relativo ricorso e la condanna del contribuente, da parte del Giudice tributario, al pagamento delle spese del giudizio a favore dell’Agenzia delle Entrate.

Per tali precisi motivi, lo Studio ITAXA offre assistenza tecnico-professionale ai contribuenti, in situazioni simili a quella sopra descritta (essere legittimati ad applicare gli incentivi fiscali in questione, ma non averne usufruito per gli anni pregressi), per far valere, davanti all’Agenzia delle Entrate ed, eventualmente, anche nel giudizio tributario, il proprio diritto al rimborso delle maggiori imposte non dovute in virtù dell’applicazione degli incentivi per il “rientro dei cervelli (“lavoratori impatriati”, “ricercatori” e “docenti”).

Se desideri richiedere una consulenza fiscale internazionale  oppure assistenza legale tributaria allo Studio ITAXA in materia di verifica nel tuo preciso caso concreto dei presupposti  per l’applicabilità degli incentivi per il “rientro dei cervelli“ e per il recupero dell’agevolazione fiscale relativamente agli anni pregressiscrivici all’indirizzo info@itaxa.it oppure compila il Modulo di contatto.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.