Tassazione dei dividendi di fonte italiana ed estera

In generale i dividendi costituiscono gli utili derivanti dalla partecipazione in società di capitali ed enti commerciali, enti non commerciali residenti e in società ed enti non residenti.

La disciplina tributaria dei dividendi può essere distinta a seconda della natura del soggetto che detiene e nel quale si detiene la partecipazione, della misura della partecipazione e dalla residenza fiscale del soggetto che percepisce e che distribuisce i dividendi.

Inoltre, particolari regole vengono previste dalla Convenzioni contro le doppie imposizioni per limitare il potere impositivo dello stato della fonte sui dividendi, limitando gli effetti della relativa doppia imposizione.

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1. La tassazione dei dividendi percepiti dalle persone fisiche

1.1. Dividendi distribuiti da soggetti residenti in Italia

Per quanto riguarda il regime impositivo dei dividendi percepiti dalle persone fisiche, quali redditi di capitali, occorre in primo luogo svolgere una distinzione tra le partecipazioni c.d. qualificate e le partecipazioni c.d. non qualificate.

Si considerano c.d. qualificate, le partecipazioni che:

  • superano il 5% del capitale sociale, in caso di azioni negoziate in mercati regolamentati italiano o esteri, oppure il 25% del capitale sociale, per le altre tipologie di titoli;
  • rappresentano una percentuale di diritto di voto esercitabile nell’assemblea ordinaria superiore al 2%, per le azioni negoziate nei mercati regolamentati italiano o esteri, oppure al 20%, per gli altri titoli.

La disciplina della tassazione dei dividendi, a seconda della natura della partecipazione da cui scaturiscano, qualificata oppure non qualificata, è andata evolvendosi negli anni, dipendendo anche dal periodo d’imposta in cui si sono formati gli utili.

Più precisamente:

  • gli utili prodotti fino all’esercizio in corso al 31 dicembre 2017 e distribuiti entro il 31 dicembre 2022, in caso di partecipazioni qualificate, sono soggetti a tassazione IRPEF con le aliquote ordinarie applicate su una base imponibile ridotta (del 58,14% nel 2017, del 49,72% dal 2008 al 2016, del 40% prima del 2008), invece, in caso di partecipazioni non qualificate, sono tassati con ritenuta a titolo d’imposta del 26%;
  • gli utili distribuiti dal 1° gennaio 2018 sono tassati con ritenuta a titolo d’imposta del 26%, a prescindere dalla loro natura qualificata o meno; invece, per le distribuzioni di utili relative a partecipazioni qualificate deliberate dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2022, formatisi con utili prodotti fino al 31 dicembre 2017, continua ad applicarsi la regola secondo cui, in caso di partecipazioni qualificate, sono soggetti a tassazione IRPEF con le aliquote ordinarie applicate su una base imponibile ridotta (del 58,14% nel 2017, del 49,72% dal 2008 al 2016, del 40% prima del 2008) e, in caso di partecipazioni non qualificate, sono tassati con ritenuta a titolo d’imposta del 26%;
  • gli utili distribuiti dal 1° gennaio 2023, a prescindere dalla data della loro formazione e deliberazione, è prevista la tassazione con ritenuta a titolo d’imposta del 26%.

Quando la persona fisica detiene le partecipazioni in qualità di imprenditore individuale, i dividendi sono imponibili su una base imponibile del 49,72%, se formati negli anni precedenti dal 2017, e sulla base imponibile del 58,14%, se formati a partire dal 2017.

Quando, invece, la persona fisica percepisce dei dividendi, ad esempio distribuiti da una società residente in Italia, per il tramite di una società semplice, questi si intendono percepiti direttamente dai soci, con l’effetto che trova applicazione il relativo regime fiscale. Per cui, in questo caso, la persona fisica non imprenditore subirà la tassazione dei dividendi con ritenuta a titolo d’imposta del 26% nel periodo d’imposta di percezione, invece l’impresa individuale tassa i dividendi su una base imponibile del 58,14% nell’esercizio di percezione.

1.2. Dividendi distribuiti da soggetti non residenti

Gli utili percepiti dalle persone fisiche fiscalmente residenti in Italia, relativamente a partecipazioni detenute in soggetti non residenti, si qualificano come redditi di capitale e vengono assoggettati a tassazione in Italia con diverse modalità a seconda dell’intervento o meno di un intermediario finanziario italiano nel procedimento di incasso.

Più in particolare:

  • nel caso in cui la persona fisica percepisca i dividendi attraverso un intermediario finanziario italiano, questi subiscono una ritenuta d’imposta del 26% da parte dell’intermediario finanziario e non confluiscono nella dichiarazione fiscale;
  • qualora non intervenisse un intermediario finanziario italiano, i redditi devono essere inseriti nella dichiarazione fiscale e assoggettati ad imposta sostitutiva, con possibilità di optare per la tassazione ordinaria solo in alcune ipotesi.

Specifiche regole, inoltre, sono previste per il caso di utili da partecipazioni detenute in società residenti in paradisi fiscali. In questo caso, gli utili devono essere assoggettati ad una ritenuta a titolo d’acconto del 26%, con obbligo del percettore di presentare la dichiarazione fiscale, salvo che trattasi di società partecipate quotate in mercati regolamentali oppure nel caso in cui il percettore dimostri di non aver conseguito l’effetto di localizzare i redditi in un paradiso fiscale, per il cui caso di applica una ritenuta a titolo d’imposta del 26%.

Disposizioni particolari, infine, sono previste per le persone fisiche che detengono partecipazioni di controllo in società localizzate in paradisi fiscali, di cui si dirà più avanti.

Qualora sussistenti, trovano applicazione le disposizioni convenzionali, di cui si tratterà più avanti.

1.3. Dividendi distribuiti a persone fisiche non residenti

I dividendi di fonte italiana percepiti dalle persone fisiche non residenti in Italia vengono assoggettati a ritenuta a titolo d’imposta nella misura del 26%.

In questo caso, i soggetti percipienti i dividendi (tranne che per i possessori di azioni di risparmio) hanno il diritto al rimborso, fino a concorrenza degli 11/26 della ritenuta, dell’imposta che dimostrino di aver pagato all’estero in via definitiva sugli stessi utili mediante certificazione del competente ufficio fiscale dello Stato estero.

Restano ferme le disposizioni convenzionali, di cui si discuterà più avanti.

2. La tassazione dei dividendi percepiti da società

2.1. Dividendi distribuiti da società residenti in Italia

Gli utili da partecipazione percepiti da società ed enti commerciali (soggetti IRES) residenti in Italia, derivanti da altre società ed enti residenti in Italia, concorrono alla formazione del reddito complessivo ai fini IRES nell’esercizio in cui sono percepiti, nel limite del 5% del relativo ammontare.

Anche a questo proposito, quando la società percepisce i dividendi da società ed enti residenti in Italia per il tramite di una società semplice, il reddito si considera percepito direttamente dalla prima società, con l’effetto che questi vengono assoggettati a tassazione limitatamente al 5% del loro ammontare.

2.2. Dividendi distribuiti da società non residenti

Nel caso in cui a distribuire gli utili siano società non residenti in Italia, i dividendi esteri possono essere assimilati a quelli di fonte italiana e, quindi, partecipano alla base imponibile IRES nel limite del 5% del loro ammontare, solo se trattasi di utili derivanti da partecipazione al capitale o al patrimonio (derivanti da titoli e strumenti finanziari emessi da società ed enti non residenti e da contratti di associazione in partecipazione) il cui pagamento sia fiscalmente indeducibile nello Stato di residenza del soggetto emittente e che tale indeducibilità risulti da una dichiarazione resa dallo stesso emittente oppure da altri elementi certi e precisi.

Anche in questo caso, regole particolari sono previste per le società residenti in Italia che detengono partecipazioni di controllo in società localizzate in paradisi fiscali, di cui si dirà più avanti.

2.3. Dividendi corrisposti a società residenti in stati esteri

Quando i dividendi di fonte italiana sono distribuiti nei riguardi di società residenti in un Paese estero, il regime di tassazione può cambiare a seconda del Paese di riferimento.

Possono prospettarsi i seguenti casi a seconda della residenza fiscale della società che percepisce i dividendi:

  • residenza fiscale in uno Stato UE, in Norvegia o in Islanda: se la società estera è soggetta a tassazione diretta nello stato di residenza, in Italia subisce una ritenuta a titolo d’imposta dell’1,20%;
  • residenza fiscale in uno Stato UE: se gli utili sono relativi ad una partecipazione nella società italiana non inferiore al 10% del capitale, detenuta per almeno un anno, in Italia non subisce alcuna ritenuta (Direttiva Madre-Figlia);
  • residenza fiscale in uno Stato terzo: gli utili subiscono in Italia una ritenuta del 26%.

Come anzidetto, a determinate condizioni, per effetto dell’applicazione delle disposizioni della Direttiva Madre-Figlia, le società residenti in UE non subiscono una ritenuta in Italia sui dividendi distribuiti da società ivi residenti.

Nello specifico, le condizioni affinché possa operare la Direttiva Madre-Figlia sono le seguenti:

  • forma societaria: la società estera che percepisce i dividendi deve rivestire la forma stabilita nell’Allegato I Parte A della Direttiva Madre-Figlia ed essere soggetta alle imposte dirette indicate nell’Allegato I Parte B della Direttiva Madre-Figlia;
  • partecipazione minima: la società estera deve avere una partecipazione diretta non inferiore al 10% del capitale della società residente in Italia;
  • periodo di possesso: la partecipazione in questione deve essere detenuta dalla società estera ininterrottamente per almeno un anno.

3. La disciplina delle società estere controllate

Dal punto di vista della fiscalità internazionale, una tematica particolarmente rilevante è quella del trattamento fiscale delle società estere controllate, disciplinato dall’art. 167 del TUIR.

Queste ultime sono quelle società, situate in Paesi esteri, che risultano controllate, direttamente o indirettamente, da soggetti aventi sede in Italia.

L’applicazione della disciplina in questione ha come effetto che gli utili della società estera controllata vengano assoggettati a tassazione in Italia per trasparenza, quindi a prescindere dalla loro effettiva distribuzione sotto forma di dividendi.

 La disciplina in questione si applica alle persone fisiche, alle società di persone e alla società di capitali, oltre che alle stabili organizzazioni nel territorio dello Stato di soggetti non residenti, che controllano soggetti non residenti.

Per quanto riguarda il requisito del controllo, esso si configura quando:

  • l’impresa, la società o l’ente è controllato da un soggetto residente, direttamente o indirettamente, anche tramite società fiduciaria o interposta persona, ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile (disposizione che contempla tra le varie forme di controllo anche il controllo di fatto, in presenza del quale si prescinde dalla verifica della partecipazione al voto e/o agli utili);
  • ovvero, la quota di partecipazione agli utili è detenuta per oltre il 50 per cento, direttamente, o indirettamente, mediante una o più società controllate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile o tramite società fiduciaria o interposta persona, da un soggetto residente. In caso di partecipazione indiretta, la percentuale di partecipazione agli utili è determinata tenendo conto della eventuale demoltiplicazione prodotta dalla catena societaria partecipativa.

Tra le fattispecie di soggetti controllati non residenti anche le stabili organizzazioni all’estero dei soggetti controllati esteri, oltre alle stabili organizzazioni all’estero dei soggetti residenti per le quali è stata effettuata l’opzione per la branch exemption.

Sotto il profilo delle condizioni oggettive per l’applicazione della disciplina CFC, due sono i requisiti da riscontrare:

Quanto alla prima condizione, è quella per cui i soggetti controllati non residenti sono assoggettati a tassazione effettiva inferiore al 15%. Per tutti i dettagli relativi a tale condizione, si rimanda all’articolo specifico di esame del regime fiscale delle società estere controllate.

La seconda condizione è quella della percezione di “passive income”.

Tale requisito viene integrato quando il soggetto estero controllato consegue oltre un terzo del proprio reddito attraverso i “passive income” individuati nelle seguenti tipologie di reddito:

  1. interessi o qualsiasi altro reddito generato da attivi finanziari;
  2. canoni o qualsiasi altro reddito generato da proprietà intellettuale;
  3. dividendi e redditi derivanti dalla cessione di partecipazioni;
  4. redditi da leasing finanziario;
  5. redditi da attività assicurativabancaria e altre attività finanziarie;
  6. redditi da operazioni di cessione di beni o prestazione di servizi a valore economico aggiunto scarso o nullo con soggetti che, direttamente o indirettamente, controllano il soggetto controllato non residente, ne sono controllati o sono controllati dallo stesso soggetto che controlla il soggetto non residente.

Le 2 condizioni devono ricorrere congiuntamente in capo al soggetto controllato affinché sussistano gli estremi per l’applicazione della disciplina sulle società estere controllate.

Le regole sulle società estere controllate non trovano applicazione in caso in cui il soggetto controllato non residente svolge un’attività economica sostanziale mediante l’impiego di personale, attrezzature, attivi e locali.

Al contribuente è concessa la possibilità di dimostrare la sussistenza di tale esimente anche attraverso la presentazione dell’interpello facoltativo ai sensi dell’articolo 11, comma 1, lettera b), della legge 27 luglio 2000, n. 212.

In caso di applicazione della disciplina in commento, i redditi del soggetto controllato non residente sono imputati al soggetto residente in proporzione alla sua quota di partecipazione agli utili.

In ipotesi di partecipazione indiretta, la quota di partecipazione agli utili è determinata tenendo conto della demoltiplicazione prodotta sugli utili dalla catena societaria partecipativa.

La determinazione del reddito del soggetto controllato non residente, da imputare per trasparenza al soggetto residente, deve essere operata secondo le regole di determinazione del reddito ai fini IRES previste per le imprese residenti ad eccezione delle disposizioni riguardanti le società di comodo, le società in perdita sistematica, gli studi di settore, l’aiuto alla crescita economica (ACE) e la rateizzazione delle plusvalenze di cui all’articolo 86, comma 4, del TUIR.

Ciò permette di garantire una maggiore equivalenza della base imponibile del reddito estero, imputato per trasparenza in capo al socio italiano, rispetto allo stesso reddito qualora questo fosse stato prodotto in Italia.

In merito al meccanismo di tassazione, si precisa che i redditi da imputare per trasparenza sono assoggettati a tassazione separata con aliquota media del soggetto controllante e comunque non inferiore all’aliquota ordinaria IRES. Particolari regole sono previste per i redditi provenienti dagli OICR (organismi di investimento collettivo di risparmio non residenti), che sono assoggettati ad imposta in capo al soggetto controllante residente, se e nella misura in cui gli stessi redditi sarebbero stati assoggettati ad imposizione se prodotti da organismi di investimento (OICR) residenti.

Dall’imposta così determinata sono ammesse in detrazione le imposte pagate all’estero da soggetto non residente a titolo definitivo, con le modalità e nei limiti dell’articolo 165 del TUIR.

Al fine di evitare fenomeni di doppia imposizione fiscale, sono esclusi dalla formazione del reddito del soggetto residente gli utili distribuiti dal soggetto controllato non residente per un ammontare corrispondente al reddito già imputato per trasparenza anche in periodi d’imposta precedenti.

Inoltre, al soggetto residente è concessa la possibilità di detrarre le imposte pagate all’estero sugli utili distribuiti che non concorrono alla formazione del reddito fino a un ammontare pari alla differenza tra l’imposta calcolata sui redditi imputati per trasparenza e le imposte pagate all’estero dal soggetto non residente a titolo definitivo.

La detassazione degli utili distribuiti non opera nei confronti degli OICR non residenti i cui redditi restano interamente imponibili al momento dell’incasso; per equiparare il trattamento a un Fondo residente, al costo fiscale delle quote dell’OICR vanno aggiunte le ritenute subite in Italia.

Infine, viene previsto che, nelle ipotesi di accertamenti sulla corretta applicazione della norma sulle società estere controllate, l’Agenzia delle Entrate prima di procedere ad un avviso di accertamento di imposta o di maggiore imposta, deve concedere al contribuente un termine di 90 giorni per presentare le prove utili a dimostrare che, nel caso di specie, ricorra l’esimente di cui al comma 5.

Tuttavia, tale obbligo di fornire la prova della esimente in sede di accertamento non trova applicazione qualora il contribuente abbia ottenuto risposta positiva al relativo interpello, fermo restando il potere dell’Agenzia delle entrate di controllare la veridicità e completezza delle informazioni e degli elementi di prova forniti in tale sede.

Viene previsto, altresì, un obbligo di segnalazione in dichiarazione dei redditi delle partecipazioni per le quali sussistono gli estremi per l’applicazione della disciplina della società estere controllate, nelle ipotesi in cui non è stato presentato interpello all’Agenzia delle entrate, nonché qualora l’interpello sia stato presentato ma si è ottenuta una risposta non favorevole.

4. L’applicazione delle convenzioni internazionali nella tassazione dei dividendi

4.1. Dividendi di fonte italiana (ritenuta convenzionale)

I soggetti fiscalmente residenti all’estero, ad esempio persone fisiche e società, che percepiscono dividendi di fonte italiana, i quali vengono normalmente tassati in Italia secondo i regimi sopra indicati in applicazione della normativa fiscale domestica, possono richiedere l’applicazione della minore imposizione qualora prevista dalla Convenzione contro le doppie imposizioni in vigore tra l’Italia e il Paese estero.

L’applicazione delle Convenzione contro le doppie imposizioni deve essere sempre verificata per ciascun caso concreto, esaminandone operatività, presupposti e relativi effetti, potendo, al rispetto delle relative condizioni, comportare una minore imposizione in Italia.

Ad esempio, attraverso l’applicazione di una Convenzione contro le doppie imposizioni, in presenza delle relative condizioni, la persona fisica fiscalmente residente all’estero potrà essere tassata in Italia finanche solo al5%, su base convenzionale, in luogo del 26% normalmente previsto dalle disposizioni domestiche italiane.

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4.2. Dividendi di fonte estera (ritenuta convenzionale e credito d’imposta)

Anche per i dividendi di fonte estera, al di là delle disposizioni previste dalla normativa domestica italiana, sussistono le misure previste dalle Convenzione contro le doppie imposizioni tra l’Italia e gli Stati esteri di riferimento, le quali possono prevedere trattamenti fiscali più favorevoli sui dividendi di fonte estera percepiti da soggetti residenti. Le disposizioni convenzionali sono tese ad evitare che la medesima componente di reddito venga assoggettata più volte a tassazione nei diversi Paese coinvolti, evitando il fenomeno della doppia imposizione.

In primo luogo, le disposizioni convenzionali possono prevedere che i dividendi di fonte estera debbano essere tassati in maniera limitata nel Paese estero della fonte. In questo caso il contribuente è tenuto a identificare correttamente le condizioni affinché questo limite convenzionale delle ritenute possa trovare applicazione nel suo concreto. In questo modo sarà possibile limitare il fenomeno di doppia imposizione sui dividendi esteri, cosicché da non privare l’investimento estero della sua convenienza economica.

In secondo luogo, altro aspetto fondamentale da tenere in considerazione da parte del contribuente che detenga delle partecipazioni estere che generano dividendi, è quello dell’utilizzo dello strumento per la eliminazione della doppia imposizione sui dividendi, costituito dal credito per le imposte versate all’estero.

Sul punto si segnala che l’Agenzia delle Entrate ha storicamente ritenuto che i dividendi percepiti da persone fisiche, derivanti da partecipazioni estere, devono essere assoggettati in Italia ad una ritenuta d’imposta del 26% oppure a imposta sostitutiva del 26% (a seconda dell’intervento o meno di un intermediario finanziario italiano) e non spetterebbe alcun credito per le imposte già versate nel Paese estero, anche in presenza di una Convenzione contro le doppie imposizioni che preveda un credito per le imposte versate all’estero.

Sul tale tematica, tuttavia, è intervenuta la Corte di Cassazione (sentenza n. 25698/2022) la quale ha rigettato la posizione dell’Agenzia delle Entrate (che, come anticipato, riteneva non spettante il credito per le imposte versate all’estero), sostenendo che, con riferimento a determinate Convenzione contro le doppie imposizioni stipulate con alcuni Paesi esteri, il contribuente persona fisica, che percepisca dei dividendi di fonte estera, possa rivendicare in Italia credito per le imposte versate all’estero, scomputandone l’importo dalle imposte dovute in Italia oppure richiedendone il rimborso se le imposte italiane sono già state versate.

Si precisa che l’applicabilità di tale meccanismo di eliminazione della doppia imposizione sui dividendi di fonte estera, in presenza di una Convenzione contro le doppie imposizioni con il Paese della fonte, non è affatto generalizzato, dovendone verificare attentamente condizioni normative e presupposti documentali in ciascun caso concreto, con l’assistenza di un professionista del settore, onde evitare di richiedere un diritto non spettante oppure di richiedere un diritto astrattamente spettante senza le forme prescritte dalla legge.

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5. Consulenza fiscale internazionale per il caso concreto

Le informazioni sopra indicate hanno carattere meramente generale, perché all’atto pratico la normativa fiscale internazionale è costellata di eccezioni e deroghe da applicarsi a seconda dei dettagli del preciso caso concreto in esame e che, quindi, non possono essere sottovalutate.

La fiscalità internazionale è la materia dei dettagli. Spesso accade che, anche un singolo dettaglio del caso concreto, apparentemente irrilevante, richieda una soluzione della problematica completamente diversa da quella ritenuta adeguata a un primo sguardo della situazione.

Inoltre, l’approfondimento della situazione concreta spesso esclude delle irregolarità che il contribuente pensava di aver commesso e, invece, mette in luce delle problematiche che il contribuente nemmeno pensava di avere.

Questo può capitare se il contribuente esamina la propria posizione dal punto di vista di una sola norma ritenuta “a priori” applicabile, quando, invece, il caso deve essere inquadrato, attraverso la necessaria analisi condotta alla luce dell’intero ordinamento tributario, sotto il profilo di una diversa norma.

Quindi, l’analisi fiscale internazionale è necessaria per inquadrare tutti i dettagli sostanziali del caso in esame ed evitare errori di valutazione da cui possano scaturire violazioni fiscali che darebbero luogo al recupero delle imposte evase e all’applicazione delle sanzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate, tali da erodere il reddito prodotto dal contribuente e causargli un grave danno economico.

D’altra parte, la difesa da un avviso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate non può mai essere efficace quanto la prevenzione delle violazioni fiscali attuata con una strategia di analisi preventiva.

Quindi la verifica da parte di un professionista specializzato in fiscalità internazionale circa le problematiche del preciso caso concreto costituisce un passaggio essenziale.

Lo Studio ITAXA ha maturato una lunga esperienza nell’analisi delle questioni di fiscalità internazionale.  

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), Partner dello Studio ITAXA specializzato in Consulenza Fiscale Internazionale, da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.