Tassazione in Italia del lavoratore non residente: il parere dell’Agenzia delle Entrate

Con una recente Risposta ad Interpello il Fisco si esprime in merito alle corrette modalità di tassazione del lavoratore non residente in Italia, che nel nostro Paese svolge parte della sua attività lavorativa al servizio di una stabile organizzazione italiana di una società estera.

Il lavoratore non residente che opera in Italia

L’istanza di Interpello in questione veniva proposta da una società tedesca avente una stabile organizzazione in Italia, per conoscere il trattamento fiscale da riservare al lavoratore dipendente che, pur non essendo fiscalmente residenti in Italia, ivi si trovavano a svolgere le loro attività per alcuni periodi dell’anno.

In particolare, l’istante chiedeva di conoscere come dovesse essere calcolata la base imponibile del reddito di lavoro dipendente da assoggettare a tassazione in Italia, in considerazione del fatto che il lavoratore, fiscalmente residente in Germania, operava in Italia solo per una parte dell’anno d’imposta.

A parere della istante, ai sensi della normativa domestica italiano nonché alla luce delle disposizioni di cui alla Convenzione contro le doppie imposizioni Italia-Germania, il lavoratore non residente poteva essere tassato in Italia solo con riferimento ai redditi ivi prodotti per i giorni di effettiva attività prestata nel relativo territorio.

Più precisamente, la società riteneva che, ai fini del calcolo dei giorni in relazione ai quali i redditi del lavoratore dipendente dovevano essere considerati tassabili in Italia, doveva tenersi conto delle sole giornate lavorative che interessavano l’Italia (a fronte dei 365 giorni di cui si compone l’anno solare), includendo i soli giorni di effettiva attività lavorativa (a fronte di quelli di effettiva presenza fisica sul suolo italiano), escludendo le festività, i riposi settimanali, le ferie e i giorni non lavorativi che non fossero trascorsi in Italia.

Per l’effetto, veniva ritenuto che le ritenute fiscali da operarsi, ai sensi dell’art. 23 del D.P.R. n. 600/1973, sui redditi del lavoratore, andassero calcolate solo rispetto al reddito prodotto nel territorio italiano, vale a dire quello risultante dal rapporto tra il numero di giorni di attività lavorativa effettivamente prestata in Italia e il numero di giorni di cui si compone il periodo d’imposta, a cui far seguire il rilascio della Certificazione Unica.

La risposta dell’Agenzia delle Entrate sul criterio di calcolo dei redditi del lavoratore non residente imponibili in Italia

Prima di rispondere al quesito della società estera, l’Agenzia delle Entrate con la Risposta n. 521 del 13 dicembre 2019 ha precisato che le valutazioni di fatto esulano dallo scopo dell’interpello, con l’effetto che le circostanze che il lavoratore in questione fosse o meno fiscalmente residente in Italia oppure il luogo in cui l’attività lavorativa fosse da questi effettivamente svolta, non hanno formato oggetto in indagine da parte del Fisco, rimandandovi la verifica ad un eventuale azione di accertamento fiscale della situazione in questione.

Venendo al nocciolo della questione, l’Amministrazione finanziaria ha osservato che, ai sensi dell’art. 23 del D.P.R. n. 600/1973, l’obbligo in capo alla società estera di effettuare la ritenuta all’atto della corresponsione dei redditi di lavoro dipendente (ai sensi dell’art. 51 del TUIR), esistendo una sua stabile organizzazione in Italia, sussiste sulla base del fatto che il proprio dipendente svolgesse un’attività di lavoro nel territorio italiano e, perciò, ivi tassabile, a prescindere dal fatto che quest’ultimo fosse o meno fiscalmente residente in Italia.

D’altra parte, il Fisco ha ritenuto che l’imposizione in Italia dei redditi del lavoratore dipendente non residente non andasse riconfermata in virtù dell’applicazione della Convenzione contro le doppie imposizioni Italia-Germania, per il semplice fatto che, nel caso di specie, non fosse applicabile il relativo art. 15, paragrafo 2, che altrimenti ne avrebbe determinato l’esenzione, atteso che l’obbligo di erogare le remunerazioni al lavoratore era assunto totalmente dalla stabile organizzazione in Italia, al quale si configurava anche come sostituto d’imposta.

Non potendo applicarsi il paragrafo 2 dell’art. 15, la fattispecie è stata ritenuta disciplinata dal paragrafo 1 dello stesso articolo, ai sensi del quale l’Italia può tassare i redditi di lavoro dipendente relativi alle prestazioni lavorative svoltesi nel relativo territorio. Ciò implicherebbe che non sono imponibili in Italia solo i redditi relativi a prestazioni lavorative estrinsecatesi all’estero, in relazione ai quali non operano nemmeno gli obblighi di effettuare le ritenute fiscali di cui all’art. 23 del D.P.R. n. 600/1973.

Determinati i presupposti di imposizione in Italia dei redditi di lavoro dipendente prodotti dal soggetto fiscalmente residente all’estero, l’Agenzia delle Entrate fa luce sul criterio di calcolo di detti redditi.

Nello specifico, viene stabilito che resta imponibile in Italia solo la parte della base imponibile corrispondente al rapporto tra il numero di giorni durante i quali la prestazione lavorativa è svolta in Italia e il numero di giorni per i quali il lavoratore ha diritto alla retribuzione. Qualora, poi, per gli stessi giorni il lavoratore sia risultato presente sia in Italia sia all’estero (frazionati), in mancanza di precise direttive all’interno del Commentario OCSE, i giorni in questione devono essere imputati al Paese a cui è riconducibile la sede di lavoro in cui vengono svolte la prevalenza delle attività lavorative. Nel caso di specie tale Paese è risultato essere l’Italia.

Infine, il totale delle retribuzioni imputabili in Italia, per le quali è stata operata la ritenuta ai sensi dell’art. 23 del D.P.R. n. 600/1973, andrà indicato nella Certificazione Unica, insieme al numero dei giorni per i quali spettano le detrazioni.

Il parere dell’Agenzia delle Entrate, sebbene non possa prendere posizione su tematiche di fatto come la residenza fiscale e i tempi di operatività in Italia del lavoratore dipendente in questione, appare utile in sede di determinazione l’ammontare del reddito, prodotto dal lavoratore non residente, che rimane imponibile in Italia.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.