Transfer princing alla prova del Covid-19

La crisi economica derivante dall’emergenza Covid-19 ha modificato l’assetto della nostra economia. La componente digitale, prima ritenuta tipica del settore IT e solo ancillare per gli altri comparti, adesso si è rivelata permeare la maggior parte delle attività economiche.

Il digitale tende a completare un processo di “disintermediazione” dei traffici commerciali nonché quello di “integrazione” dei processi produttivi già imposto dalle politiche protezionistiche di alcuni Paesi (es. Stati Uniti e Regno Unito). La possibilità in molti settori di utilizzare la modalità smart working ha determinato la dislocazione del lavoro dall’ufficio. La liquidità si è rivelata essere risorsa vitale per le imprese, senza la quale è difficile pensare alla ripartenza economica. In definitiva, la sopravvivenza delle imprese in futuro dipenderà sempre più da fattori come l’accesso al mercato dei consumatori e la disponibilità di liquidità per sostenere nuovi investimenti.

La disciplina dei prezzi di trasferimento (transfer pricing), attraverso cui le operazioni infra-gruppo ai fini fiscali vengono equiparate a quelle operate tra parti indipendenti, con una “analisi funzionale” (sulla base di funzioni svolte, beni impiegati e rischi assunti) che conduce alla ripartizione dei profitti tra le “imprese associate”, può risultare inadeguata nel nuovo scenario economico.

Con la progressiva “disintermediazione” dei rapporti commerciali e l’estrema mobilità dei fattori produttivi (es. proprietà intellettuale e lavoratori), la dispendiosa “finzione” dei rapporti “indipendenti” tra “parti correlate” potrebbe essere non più giustificata (in termini di mole di analisi e documentazione).

Questo senza considerare l’aggressiva attività di accertamento fiscale operata dall’Amministrazione finanziaria (inclusa quella italiana) in materia di prezzi di trasferimento, facente leva sugli ampi margini di rettifica delle valutazioni compiute delle imprese verificate.

Per quanto il meccanismo dei prezzi di trasferimento abbia l’obiettivo di comprendere dove venga “creato il valore”, nell’attuale epoca digitale il “valore” spesso non appartiene a nessun preciso luogo (criticità emersa anche nei recenti lavori dell’OCSE in materia di tassazione della Digital Economy).

Anche l’Unione europea sembra aver preso le distanze dal meccanismo dei prezzi di trasferimento, se si guarda alla posizione della Corte di Giustizia UE nel caso “Belgium and Forum 187 v. Commission” laddove la stessa sembra aver teorizzato un “EU Arm’s Length Principle” non sempre conciliabile con le dinamiche dei prezzi di trasferimento e, dall’altro, alla Commissione UE che spinge per l’implementazione della CCCTB ai fini della “ripartizione” dei profitti tra le diverse giurisdizioni UE.

I nuovi driver dell’economia post Covid-19 sono divenuti il mercato dei consumatori e la disponibilità di liquidità, quindi non si vede perché essi non debbano divenire anche i criteri a partire dai quali ripensare un sistema di tassazione su base globale.

La soluzione potrebbe essere quella di orientarsi verso un criterio di tassazione incentrato sul Paese del consumo. In tale sistema impositivo, l’allocazione dei fattori produttivi non inciderebbe sulla tassazione. A prescindere dall’allocazione dei fattori produttivi e dalla loro forte mobilità, la tassazione dipenderebbe dalla localizzazione dei consumatori, la cui componente non può essere modificata dalle imprese ai fini fiscali.

Sotto altro profilo, il fattore della liquidità entrerebbe in gioco nella misura in cui l’imposizione fiscale potrebbe essere basata sul flusso di cassa generato dalle imprese in ciascuna giurisdizione.

Un sistema di questo tipo, oltre a perseguire obiettivi di “equità fiscale”, spingerebbe le imprese a produrre nel mercato dei consumatori, generando ivi effetti economici positivi, per l’affluenza di nuovi capitali nel mercato di destinazione dei prodotti (a prescindere dalle aliquote fiscali qui applicate), maggiori entrate fiscali e minore complessità degli adempimenti tributari.

A ciò conseguirebbe anche la riduzione degli spostamenti di merci e persone a livello internazionale, con vantaggi dal punto di vista ambientale, per le minori emissioni CO2, e sotto l’aspetto sanitario, con minori rischi di nuove pandemie. In questo nuovo sistema sarebbero innumerevoli i vantaggi per il nostro Paese.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.