Trust estero: tassazione ai fini delle imposte dirette e indirette

Quando si parla di Trust si fa riferimento all’operazione con cui determinati beni vengono vincolati da parte di un disponente (settlor) per essere amministrati e gestiti da un fiduciario (trustee) nell’interesse di beneficiari (beneficiaries) o per uno scopo prestabilito, talvolta anche sottoposti alla supervisione di un guardiano (protector).

Al di là degli aspetti civilistici del Trust, per i quali occorre spesso fare riferimento alla disciplina prevista dagli ordinamenti di Common Law, in questa sede ci focalizziamo sui profili fiscali del Trust, con particolare riferimento al caso in cui questo sia costituito all’estero, verificandone gli aspetti legati sia alle imposte dirette (imposte sui redditi) sia a quelle indirette.

1. Trust estero: le imposte dirette (imposte sui redditi)

1.1. Il Trust come soggetto passivo ai fini delle imposte sui redditi

In primo luogo occorre osservare come il Trust è qualificabile in Italia come soggetto passivo ai fini IRES.

In particolare, ai sensi dell’art. 73, comma 1, del TUIR, sono considerati fiscalmente residenti in Italia, tra gli altri:

  • i Trust, residenti in Italia, che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio dell’attività commerciale;
  • i Trust, residenti in Italia, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale;
  • i Trust residenti all’estero.

Da ciò si desume che i Trust, residenti in Italia o all’estero, sono potenzialmente assoggettati a tassazione ai fini IRES sui redditi prodotti.

Rispetto alla residenza fiscale del Trust, ai sensi dell’art. 73, comma 3, primo periodo, del TUIR, questa viene ricondotta all’Italia se qui sussiste, per la maggior parte del periodo di imposta, la sede legale (si ritiene non propriamente applicabile al Trust) o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale del Trust.

Inoltre, con specifico ai Trust esteri, l’art. 73, comma 3, secondo periodo, del TUIR, ancora stabilisce che si considerano comunque fiscalmente residenti in Italia:

  • salvo prova contraria, i Trust istituiti in Stati o territori a “fiscalità privilegiata” in cui almeno uno dei disponenti ed almeno uno dei beneficiari del Trust siano fiscalmente residenti in Italia.
  • i Trust istituiti in Stati o territori a “fiscalità privilegiata” quando, successivamente alla loro costituzione, un soggetto residente nel territorio italiano effettui in favore del detto Trust un’attribuzione che importi il trasferimento di proprietà di beni immobili o la costituzione o il trasferimento di diritti reali immobiliari, anche per quote, nonché vincoli di destinazione sugli stessi.

Infine, ai sensi dell’art. 73, commi 5-bis e 5-ter, del TUIR, il Trust estero viene considerato fiscalmente residente in Italia qualora controlli società ed enti commerciali residenti in Italia e risulti controllato da soggetti residenti in Italia oppure qualora sia amministrato da soggetti fiscalmente residenti in Italia.

1.2. La tassazione dei redditi del Trust (imposte dirette)

I predetti dati dell’assoggettamento all’IRES del Trust e la residenza fiscale all’estero o in Italia del Trust estero incidono direttamente sul criterio di tassazione dei redditi da questo prodotto.

Così, in linea generale, i Trust fiscalmente residenti in Italia sono tassati sui redditi ovunque prodotti, alla stregua delle società di capitali e degli altri Enti.

Diversamente, i Trust esteri (rectius fiscalmente residenti all’estero) vengono assoggettati ad imposizione in Italia solo sui redditi qui prodotti. Bisogna, precisare che detta regola trova applicazione per i Trust esteri c.d. opachi, vale a dire senza beneficiari individuati.

Infatti, quando trattasi di Trust c.d. trasparenti, vale a dire per i quali i beneficiari sono individuati, la tassazione avviene, appunto, per “trasparenza”, direttamente in capo ai beneficiari. Questo è quanto stabilito dall’art. 73, comma 2, terzo periodo, secondo cui ”Nei casi in cui i beneficiari del trust siano individuati, i redditi conseguiti dal trust sono imputati in ogni caso ai beneficiari in proporzione alla quota di partecipazione individuata nell’atto di costituzione del trust o in altri documenti successivi ovvero, in mancanza, in parti uguali”, con redditi che, ai sensi dell’art. 44, comma 1, lett. g-sexies), del TUIR, vengono inquadrati come “redditi di capitale”.

Da ultimo, tale qualifica di “redditi di capitale” è stata estesa anche ai redditi corrisposti a residenti italiani dai Trust stabiliti in Stati e territori che con riferimento al trattamento dei redditi prodotti dal Trust si considerano a “fiscalità privilegiata” (ai sensi dell’articolo 47-bis del TUIR), anche quando i percipienti residenti non possano essere considerati beneficiari individuati (novità normativa introdotta con l’art. 13, comma 1, lett. a), del D.L. 26.10.2019, n. 124, così come modificato dall’allegato alla Legge di conversione 19.12.2019, n. 157).

1.3. La presunzione legale di redditività del patrimonio distribuito dal Trust estero

Abbiamo visto come la disciplina fiscale dei Trust, soprattutto se esteri, sia molto articolata, per via della volontà del legislatore di evitare che tale istituto venga utilizzato ai fini di eludere gli obblighi fiscali in Italia.

Sul punto occorre segnalare che il legislatore tributario è tornato recentamente sulla tematica dei Trust esteri per prevedere una presunzione legale abbastanza stringente e penalizzante sulle distribuzioni di patrimonio operate dai Trust esteri che non siano contornate da requisiti di trasparenza. Il fine è sempre quello di permettere all’Agenzia delle Entrate di verificare la regolarità fiscale dei diversi passaggi della formazione del reddito e del patrimonio in capo al Trust e della conseguenziale distribuzione ai beneficiari in scenari, come quelli esteri, in cui la trasparenza fiscale non viene sempre effettivamente garantita dagli Stati estero o dagli operatori privati.

Ed, infatti, con il nuovo art. 45, comma 4-quater, del TUIR viene stabilito che “Qualora in relazione alle attribuzioni di trust esteri, nonché di istituti aventi analogo contenuto, a beneficiari residenti in Italia, non sia possibile distinguere tra redditi e patrimonio, l’intero ammontare percepito costituisce reddito” (comma così inserito dall’art. 13, comma 1, lett. b), D.L. 26.10.2019, n. 124, convertito dalla Legge 19.12.2019, n. 157).

Ne deriva una presunzione per cui, qualora il contribuente beneficiario della distribuzione del “patrimonio” da parte del Trust estero non riesca a fornire al Fisco l’adeguata prova del fatto che dette ricchezze non costituiscano per lui redditi, l’ammontare di detto “patrimonio” verrà considerato come reddito in capo al percipiente e, quindi, assoggettato a tassazione in Italia.

Quella descritta costituisce una presunzione penalizzante per il contribuente, il quale potrebbe vedersi tassare il proprio “patrimonio” come “reddito”, per il solo fatto di non essere riuscito a dimostrare all’Amministrazione finanziaria la natura patrimoniale dei beni a lui pervenuti.

Per tale motivo, le operazioni di distribuzioni del patrimonio dal Trust estero ai beneficiari residenti in Italia, ancor più che in passato, devono essere attentamente valutate, onde evitare un “ingiusto” recupero a tassazione in Italia del “patrimonio” del Trust formatosi negli anni pregressi alla sua ricezione.

2. Tassazione del Trust ai fini delle imposte indirette (imposta sulle successioni e donazioni, registro, ipotecaria e catastale)

Una delle tematiche che negli ultimi anni ha maggiormente occupato sia la dottrina sia la giurisprudenza è quella della tassazione del Trust ai fini delle imposte indirette, vale a dire le imposte sulle successioni e donazioni, di registro, ipotecaria e catastale.

I dubbi rispetto ai quali si è dibattuto riguardano soprattutto la natura dell’atto di destinazione dei beni nei Trust da parte del disponente, quali atti aventi o meno finalità o natura “traslativa” e di “arricchimento” del beneficiario del Trust.

Vediamo quindi le posizioni che sono state assunte sulla questione, le quali trovano applicazione anche ai Trust esteri, a condizioni che sussistano i presupposti di territorialità delle imposte di volta in volta considerate.

 Sotto il profilo dell’imposta sulle successioni e donazioni, si sono avvicendati i seguenti orientamenti giurisprudenziali:

a. con le Ordinanze nn. 3735/2015, 3737/2015, 3886/2015 e 5322/2015 e la sentenza n. 4482/2016, la Corte di Cassazione ha stabilito che l’atto di dotazione del Trust doveva ritenersi suscettibile di applicazione dell’imposta proporzionale di donazione;

b. con la sentenza n. 21614/2016, la Suprema Corte, rivedendo la sua precedente posizione, ha sostenuto che l’atto di dotazione di un Trust non può essere considerata manifestazione di capacità contributiva (e, pertanto, andava soggetta ad imposta fissa);

c. più recentemente, con la sentenza n. 13626/2018, la Corte di legittimità, operando una composizione delle diverse teorie prima esposte, ha osservato che l’imposta di donazione è applicabile all’istituzione del vincolo di Trust quando esso consegue al trasferimento del patrimonio in Trust dal disponente al trustee (escludendone l’applicazione nel caso di c.d. Trust autodichiarato, vale a dire quando le figure del settlor e del trustee coincidono).

Da ultimo, con Ordinanza 15 gennaio 2019, n. 734, la Corte di Cassazione, tentando di riconciliare i propri pregressi orientamenti, ha stabilito che:

Bisogna valutare caso per caso, soprattutto nel trust autodichiarato, se sia o meno riconducibile alla donazione indiretta, considerando che la “segregazione”, quale effetto naturale del vincolo di destinazione, non comporta, però, alcun reale trasferimento o arricchimento, che si realizzeranno solo a favore dei beneficiari, successivamente tenuti al pagamento dell’imposta in misura proporzionale (cfr., in tal senso, Cass. Sez. 5, del 26/10/2016 n. 21614).

Se il trasferimento dei beni al “trustee” ha natura transitoria e non esprime alcuna capacità contributiva, il presupposto d’imposta si manifesta solo con il trasferimento definitivo di beni dal “trustee” al beneficiario e non può applicarsi il regime delle imposte indirette sui trasferimenti in misura proporzionale.

Occorre altresì considerare che il trustee non è proprietario, bensì amministratore dei beni che devono essere trasferiti ai beneficiari in esecuzione del programma negoziale stabilito per la donazione indiretta (Convenzione de L’Aja del 1 luglio 1985, artt. 2 e 11, recepita in L. 16 ottobre 1989, n. 364).

Per l’applicazione dell’imposta sulle successione e sulle donazioni manca quindi, in qualche caso, il presupposto impositivo della liberalità, alla quale può dar luogo soltanto un reale arricchimento mediante un reale trasferimento di beni e diritti (cit. D.Lgs. n. 346, art. 1).

La sola interpretazione letterale del cit. D.L. n. 262, art. 2, comma 47 ss., in forza della quale sarebbe stata istituita un’autonoma imposta “sulla costituzione dei vincoli di destinazione” disciplinata con il rinvio alle regole contenute nel D.Lgs. n. 346 cit. e avente come presupposto la loro mera costituzione, sarebbe incostituzionale, per le ragioni già evidenziate, per violazione dell’art. 53 Cost., dovendosi procedere ad una interpretazione costituzionalmente orientata nel senso prospettato...

Orbene, la lettura offerta del dato normativo fiscale, il quale deve tenere in debito conto il sistema fiscale complessivo e, come detto, le ragioni di ordine costituzionale, legate alla capacità contributiva ex art. 53 Cost., fanno ritenere legittima l’applicazione dell’imposta prevista dal TU n. 346 del 1990, qualora, come nella fattispecie, il trasferimento a favore dell’attuatore faccia emergere la potenziale capacità economica del destinatario (immediato) del trasferimento...”.

In base alla più recente posizione espressa dalla Corte di Cassazione, si può ritenere che:

a. quando l’istituzione del Trust ha “effetti traslativi” definitivi, l’imposta sulle successioni e donazioni grava sull’atto di disposizione dei beni nel Trust;

b. quando, l’istituzione del Trust “senza effetti traslativi” definitivi (aventi natura transitoria), l’imposta sulle successioni e donazioni grava sul trasferimento dei beni dal trustee ai beneficiari.

Alle medesime conclusioni la Corte di Cassazione sembra essere giunta anche in tema di imposte di registro, ipotecaria e catastale, laddove, con sentenza n. 22182 del 14 ottobre 2020, ho stabilito che:

Ebbene si è escluso che agli atti in questione potesse applicarsi l’imposta proporzionale di registro; come osservato da Cass. n. 25478 del 2015: “In merito ai profili impositivi del trust, non è dato sottoporre l’atto costitutivo di un trust liberale ad imposizione proporzionale immediata, giacchè quell’atto non è in grado di esprimere la capacità contributiva del trustee (solo l’attribuzione al beneficiario può considerarsi sintomatica ai fini dell’imposizione). Nel caso di specie l’errore insito nella tesi erariale è di considerare il trust liberale come immediatamente produttivo degli effetti traslativi finali che costituiscono il vero (e unico) presupposto dell’imposta: ne consegue che la sua costituzione va considerata estranea al presupposto dell’imposta indiretta sui trasferimenti in misura proporzionale, sia essa l’imposta di registro, ipotecaria o catastale, mancando l’elemento fondamentale dell’attribuzione definitiva dei beni al beneficiario”.

3. Trust estero e monitoraggio fiscale (Quadro RW): titolare formale e titolare effettivo

Con la Legge n. 97/2013 e D.Lgs. n. 90/2017 sono state apportate numerose modifiche al D.L. n. 167/1990, in materia di obblighi di “monitoraggio fiscale” delle attività e degli investimenti detenuti all’estero.

Con le ultime modifiche, sono tenuti alla dichiarazione delle attività estere non soltanto i “titolari formali” delle stesse e i soggetti che ne hanno la disponibilità, ma anche coloro che possono esserne considerati i “titolari effettivi“.

Infatti, ai sensi del nuovo art. 4, comma 1, del D.L. n. 167/1990: “le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate ai sensi dell’articolo 5 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, residenti in Italia, che nel periodo d’imposta, detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi.

Sono altresì tenuti agli obblighi di dichiarazione i soggetti indicati nel precedente periodo che, pur non essendo possessori diretti degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria, siano titolari effettivi dell’investimento secondo quanto previsto dall’articolo 1, comma 2, lettera pp), e dall’articolo 20 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, e successive modificazioni“.

Nell’art. 1, comma 2, lettera pp), del D.L. n. 231/2007 (cd. decreto antiriciclaggio) viene fornita la definizione di “titolare effettivo“, quale “la persona fisica o le persone fisiche, diverse dal cliente, nell’interesse della quale o delle quali, in ultima istanza, il rapporto continuativo è istaurato, la prestazione professionale è resa o l’operazione è eseguita“, non facendosi esplicito riferimento al Trust. In tale contesto, con riferimento all’individuazione dei criteri di determinazione della titolarità effettiva di clienti diversi dalle persone fisiche l’articolo 20 non fa esplicito riferimento ai trust.

Il comma 1, invece, per i “titolari effettivi” diversi dalle persone fisiche prevede che esso “coincide con la persona fisica o le persone fisiche cui, in ultima istanza, è attribuibile la proprietà diretta o indiretta dell’ente ovvero il relativo controllo“.

Sebbene con riferimento alle persone giuridiche private di cui al D.P.R. n. 361/2000, il citato art. 20, comma 5, individua come “titolari effettivi” cumulativamente:

«a) i fondatori, ove in vita;

b) i beneficiari, quando individuati o facilmente individuabili;

c) i titolari di poteri di rappresentanza legale, direzione e amministrazione“.

Con riguardo agli obblighi relativi alla clientela, l’articolo 22, comma 5, del D.Lgs. n. 231/2007 per il Trust prevede che : “I fiduciari di trust espressi, disciplinati ai sensi della legge 16 ottobre 1989, n. 364, nonché le persone che esercitano diritti, poteri e facoltà equivalenti in istituti giuridici affini, purché stabiliti o residenti sul territorio della Repubblica italiana, ottengono e detengono informazioni adeguate, accurate e aggiornate sulla titolarità effettiva del trust, o dell’istituto giuridico affine, per tali intendendosi quelle relative all’identità del costituente o dei costituenti, del fiduciario o dei fiduciari, del guardiano o dei  guardiani ovvero di altra persona per conto del fiduciario, ove esistenti, dei beneficiari o classe di beneficiari e delle altre persone fisiche che esercitano il controllo sul trust o sull’istituto giuridico affine e di qualunque altra persona fisica che esercita, in ultima istanza, il controllo sui beni conferiti nel trust o nell’istituto giuridico affine attraverso la proprietà diretta o indiretta o attraverso altri mezzi.».

Da ciò l’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 53/E del 29 maggio 2019, ha fatto derivare che la definizione di “titolare effettivo” nell’ambito della disciplina sul monitoraggio fiscale, deve essere posta in relazione alla finalità di garantire il corretto adempimento degli obblighi tributari in relazione ai redditi derivanti da investimenti all’estero e da attività estere di natura finanziaria da parte di taluni soggetti residenti.

Per cui, così come osservato dall’Agenzia delle Entrate con Circolare n. 10/E del 2014, per identificare un “titolare effettivo” deve sussistere una relazione giuridica (intestazione) o di fatto (possesso o detenzione) tra il soggetto e le attività estere oggetto di dichiarazione e che sono pertanto tenuti agli obblighi di monitoraggio non solo i titolari delle attività detenute all’estero, ma anche coloro che ne hanno la disponibilità o la possibilità di movimentazione.

Tali posizioni dell’Amministrazione finanziaria troverebbero conferma con l’introduzione, nel comma 1, dell’articolo 4 del D.L. n. 167/1990, della figura del “titolare effettivo“, quale ulteriore soggetto obbligato al monitoraggio fiscale.

Diversamente, con la Risposta ad Interpello n. 506 del 30 ottobre 2020, l’Agenzia delle Entrate ha anche sottolineato che è esclusa l’esistenza di un autonomo obbligo di monitoraggio nell’ipotesi in cui il soggetto possa esercitare – in relazione alle attività detenute all’estero – un mero potere dispositivo in esecuzione di un mandato per conto del soggetto intestatario.

Ciò significa che quando, come nel caso di un “guardiano” di un Trust, il soggetto ha solo un potere di vigilare sull’operato del trustee e che la sua funzione è esercitata attraverso il preventivo ed obbligatorio consenso che il trustee è tenuto ad ottenere dal guardiano per esercitare i poteri discrezionali attribuitigli dall’atto di trust, egli non è tenuto agli obblighi di monitoraggio fiscale, non potendo il guardiano essere considerato “titolare effettivo” del Trust.

4. Conclusioni

Dalla disamina sopra svolta, emerge con chiarezza che l’istituto del Trust estero, per quanto abbia chiari vantaggi sotto il profilo della pianificazione patrimoniale, può dar luogo anche a diversi grattacapi qualora le operazioni che lo riguardano non vengano attentamente valutate anche sotto il profilo dei relativi effetti fiscali.

Spesso, infatti, accade che strutture del genere vengano concepite prendendo in considerazione solo la posizione della giurisdizione estera, tralasciando la regolamentazione fiscale prevista dalla normativa italiana. Un approccio di questo tipo risulta pericoloso, perché foriero di imprevedibili conseguenze fiscali, in termini sia di tassazione sia di sanzioni per violazioni eventualmente commesse, fino al punto da determinare il recupero a tassazione del “patrimonio” trasferito ai beneficiari, per effetto della relativa riqualificazione come “reddito” imponibile in Italia.

Diversamente, la corretta pianificazione e il preciso inquadramento delle operazioni di tal tipo, oltre che sotto il profilo della normativa civilistica e fiscale estera, anche dal punto di vista della disciplina tributaria italiana, consente di trarre dall’utilizzo del Trust estero tutti i relativi benefici in termini di pianificazione patrimoniale, senza incorrere in violazioni fiscali o in esosi carichi d’imposta.

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Avv. Antonio Merola

Avvocato tributarista specializzatosi in Fiscalità Internazionale in Olanda presso l’International Tax Center (ITC Leiden) dell’Università di Leiden con LL.M. (Master of Laws) in International Tax Law (dopo un Master Universitario in Pianificazione Tributaria Internazionale e un Master Universitario in Diritto Tributario in Italia), da diversi anni si occupa di Consulenza Fiscale e Contenzioso Tributario a favore di Persone Fisiche e Società.